La poesia oggi o la ami o la ignori. Non fa rumore, non si impone, non chiede spazio. Rimane lì, in attesa. Perché qualcuno dovrebbe fermarsi a leggerla? Ma soprattutto, cosa succede quando smette di stare in silenzio e si mette alla prova a Sanremo?
Da questa domanda prende forma “Sempre ritorni come l’onda” di Antonio Scommegna, pubblicato da SBS Edizioni. Una raccolta in cui la poesia diventa uno spazio capace di contenere dubbi, tensioni e domande che non cercano di essere risolte.
Il paesaggio interiore si intreccia con quello reale, con la terra d’origine e con la lingua che riemerge, anche nel dialetto. Il ritorno non è un passo indietro, ma ci porta in un punto completamente nuovo, dove avremo la possibilità di crescere e ricominciare.
Esattamente come un’onda: sembra ripetersi costantemente, ma ogni volta riscrive il confine tra terra e mare.
Essere selezionato per Casa Sanremo Writers 2026, significa esporsi su un palco, davanti ad un pubblico che non è necessariamente abituato ad avere a che fare con la poesia.
Antonio Scommegna, insegnante e operatore culturale, si confronta ogni giorno con le nuove generazioni, con le loro fragilità e domande. Forse è proprio da questo confronto che nasce l’occasione di analizzare questa urgenza di senso.
E forse il ritorno di cui parla il titolo non è soltanto verso la terra, la fede o l’amore, ma verso se stessi, per uscirne diversi.

La sua attività di insegnante e operatore culturale affiora in filigrana anche nella scrittura poetica. In che modo l’esperienza con le nuove generazioni ha influenzato il suo modo di intendere oggi la poesia?
L’esperienza con le nuove generazioni ha inciso profondamente sul mio modo di intendere la poesia, spingendomi verso una parola sempre più essenziale, autentica e responsabile. Il confronto soprattutto con gli studenti che partecipano al progetto “Il piacere di scrivere…poesia” mi ha insegnato che la poesia non può rifugiarsi nell’autoreferenzialità o nel puro esercizio formale: deve invece restare uno spazio di ascolto, di relazione, di verità condivisibile. L’insegnamento non è mai stato solo un trasferimento di saperi, bensì uno scambio perché la poesia diventa un luogo dove la fragilità, il dubbio e la ricerca possono convivere, e dove la parola conserva ancora una funzione etica e trasformativa.
Essere selezionato per Casa Sanremo Writers 2026 significa portare la poesia in un contesto di grande visibilità. Che cosa si aspetta che accada, a Sanremo, quando un testo poetico incontra un pubblico non necessariamente “specialista”?
Mi aspetto che accada un incontro autentico. Quando la poesia entra in uno spazio di grande visibilità come Sanremo e incontra un pubblico probabilmente anche non “specialista”, smette di essere un territorio riservato e torna a essere ciò che è sempre stata: una forma di esperienza condivisa. Può sorprendere, spiazzare, talvolta rallentare il ritmo di chi ascolta, ma proprio per questo apre una fessura. In quella fessura può nascere un riconoscimento emotivo, anche senza strumenti critici o definizioni tecniche. Credo che la poesia, fuori dai suoi luoghi abituali, abbia la forza di parlare in modo diretto, di accendere domande più che offrire risposte, e di ricordare che le parole non servono solo a spiegare il mondo, ma anche a sentirlo.

In “Sempre ritorni come l’onda” convivono crisi spirituale, radici, dialetto e una forte componente sensoriale. Qual è stato l’ordine interno con cui questi nuclei si sono organizzati nella raccolta: prima i temi, prima le immagini, o prima la necessità di dire?
In “Sempre ritorni come l’onda” l’ordine non è stato progettato a tavolino. È nata prima la necessità di dire, che aveva a che fare con una crisi e con un ritorno alle radici. Nelle poesie sono affiorate le immagini, spesso legate al corpo, ai sensi, ai luoghi interiori e reali che il dialetto esprime meglio di qualsiasi altra lingua. I temi hanno preso forma e si sono riconosciuti tra loro, come correnti che scorrono nello stesso mare. La dimensione spirituale, il richiamo delle origini, la materia sensoriale non sono stati scelti: si sono imposti, seguendo un ordine emotivo più che razionale. La raccolta si è quindi costruita ascoltando ciò che tornava con insistenza, come un’onda appunto.
Il titolo evoca una dinamica inevitabile: il ritorno. Quale “ritorno” è il più decisivo nel libro, quello alla terra, quello alla fede, quello all’amore, oppure quello a se stessi?
Il ritorno più decisivo, nel libro, è quello a se stessi, perché è il luogo in cui tutti gli altri ritorni si ritrovano. Il ritorno alla terra, alla fede e all’amore non sono traiettorie separate, ma modi diversi di ritrovarsi. Tornare alla terra significa riconoscere le proprie radici e la propria fragilità; tornare alla fede è accettare il dubbio come parte del cammino; tornare all’amore è esporsi di nuovo. Ma tutto questo accade solo quando si ha il coraggio di rientrare in sé, di attraversare ciò che brucia e ciò che manca. In “Sempre ritorni come l’onda” il ritorno non è mai nostalgico né pacificato: è un percorso, a volte doloroso, che non riporta allo stesso punto, ma a una consapevolezza più profonda di chi si è diventati.
Per approfondire:
– Sheyla Bobba e SBS Edizioni;
– Chiara Domeniconi;
– Antonella Torres;
– Marinella Brandinali;
– Veronica Madia;
– Alessandra Esposito;
– Alessio Tanzi;
– Barbara Fabrizio;
– Fabio Marino.


