Ventinove anni dopo la sua prematura scomparsa, l’eredità di Gianni Versace non vive soltanto nelle sue collezioni, ma nelle parole con cui aveva già immaginato il futuro della moda
Era il 15 luglio di ventinove anni fa. Probabilmente, al 1116 di Ocean Drive, a Miami, tutto sembrava suggerire che quel martedì sarebbe stato fedele alla promessa di monotonia che il giorno della settimana porta con sé: un giorno di mezzo, quello in cui non succede quasi nulla, un ponte tra l’inizio settimana e la sua metà più piena. Una di quelle giornate che, col passare del tempo, si dimenticano. Una di quelle in cui ci si alza dal letto perché si vuole, non perché si deve. Nessun programma, se non quello di lasciarsi trasportare distrattamente da una routine mai scritta né davvero decisa, ma ricamata nel tempo.
Si può immaginare che era quello il tipo di giornata che Gianni Versace si preparava ad abbracciare mentre usciva di casa al sorgere del sole, per la sua solita passeggiata mattutina. Fu invece la giornata che non poté vivere. Alle 8:45 di quel martedì così ostinato nel diventare tutto ciò che sembrava promettere di non essere, Gianni Versace viene ucciso sulla soglia della sua villa. Al varco della sua non giornata. Le chiavi di casa da una parte, il giornale dall’altra: la cornice del corpo senza vita dello stilista calabrese.

Diceva che, guardando Versace, le persone avrebbero dovuto “sentirsi atterrite, pietrificate, proprio come quando si guarda negli occhi la Medusa”. L’ipnosi generata dal sensuale massimalismo di stampati, oroton, spille da balia e color blocking, fu, in effetti, senza precedenti. Ancor di più se affiancata all’invenzione del glamour di fine secolo e alla paternità del fenomeno delle top model. Quella pietrificazione cristallizzò il sistema moda e lo costrinse a una rivoluzione di cui ancora oggi raccogliamo l’eredità. Quella che, inevitabilmente, ha incrociato lo sguardo della Medusa.
Il senso di atterrimento del 15 luglio 1997, però, fu tutt’altro. Fu quello tipico di quando si guarda negli occhi un vuoto tanto arido quanto colmo. Di fronte ad un’assenza che dura ormai da quasi trent’anni, celebriamo l’eredità di Gianni Versace. Ecco tutto quello che ci ha insegnato, attraverso le sue parole.
«Non sono interessato al passato, se non per il fatto che è la via per il futuro»
Guardare avanti, oltre, attraverso. Cercare la via d’uscita, rincorrere ciò che verrà, mai accomodarsi accanto a ciò che è stato. È una predisposizione che si affina quasi naturalmente, mentre ci si muove nella vita, quando si nasce con l’ambizione della passerella. Giovanni Maria Versace – Gianni – nasce a Reggio Calabria nel ’46, cresce tra le stoffe dell’atelier di sua madre, spicca il volo quando appena venticinquenne decide di trasferirsi a Milano. La sua prima collezione debutta a Palazzo della Permanente nel 1978, segnando, forse inconsapevolmente, il punto d’inizio di un nuovo immaginario.


In questo, Gianni è stato straordinariamente lungimirante. Riletta oggi, la sua frase appare quasi profetica. La moda contemporanea è nel pieno di una vera e propria febbre d’archivio: non vi è sfilata che non citi il passato del marchio. Un dettaglio, una forma, un simbolo. Gli archivi sono diventati arbitri della legittimità creativa, il punto di partenza di ogni nuovo corso. Gianni aveva forse già intuito il rischio di un sistema creativo che finisce per rivolgersi continuamente all’indietro. Per lui il passato aveva valore solo nella misura in cui riusciva a indicare una direzione, non una destinazione finale. Uno strumento grazie al quale immaginare ciò che ancora non esiste. La lezione è: guardare indietro ha senso solo se serve a creare qualcosa che ci proietti davvero avanti. Così da creare un passato futuro a cui tornare.
«Sono un po’ come Marco Polo, girovago e mescolo culture»

«Mi piace il corpo. Mi piace disegnare tutto ciò che ha a che fare col corpo»


«La mia moda è liberatoria. Non impongo nulla. Porgo delle scelte»
Per capire la moda di Gianni Versace basta partire da una parola. La scelse lui stesso: liberatoria. Lo è stata in ogni sua forma. Non dettava chi essere, invitava a sceglierlo. La libertà non è mai stata soltanto nel decidere cosa indossare, ma nel riscrivere il significato di ciò che si indossa. Gianni Versace ci ha insegnato che costruire la propria identità è un processo che non può prescindere dalla scelta di come guardare le cose, e poi come impiegarle.



Basta pensare al celebre Safety Pin Dress, un abito i cui profondi tagli sono tenuti insieme da dorate spille da balia: oggetti nati per unire il tessuto, per chiudere, riparare, coprire. Versace ne ha ribaltato il significato. Le spille da balia non nascondono più, ma incorniciano il corpo. Sfiorano la pelle scoperta invitando lo sguardo a posarsi lì. Un elemento funzionale diventa così un dettaglio di seduzione. Cosa c’è di più liberatorio?


«Penso che sia responsabilità di uno stilista cercare di infrangere le regole e le barriere.»


«Le donne hanno più sicurezza in sé stesse oggigiorno. Non devono emulare il modo di vestire maschile.»


«Voglio essere uno stilista del mio tempo»
Vivere nel presente, operare nel presente, parlare al – e del – presente. La moda resta così riflesso e testimone del tempo che la vede dispiegarsi. Eppure, è quando si riesce a raccontare il proprio tempo che si smette di appartenere soltanto ad esso. Paradossalmente, proprio perché è stato così profondamente uno stilista del suo tempo, oggi Gianni Versace sembra abitare anche il nostro.
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