Arte: libertà o condanna?

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“Quando l’arte diventa prigionia, la libertà è il solo contratto valido.” Ce lo racconta Chiara Domeniconi nel sua nuovo romanzo Il contratto. La danza del potere, pubblicato da SBS Edizioni, casa editrice indipendente guidata da Sheyla Bobba, attenta a valorizzare nuove voci e storie capaci di esplorare temi profondi.

Una proposta affascinante, un contatto ambiguo e una libertà messa in discussione. La scelta è della protagonista, Sofia, una ballerina di talento che, senza rifletterci fino in fondo, accetta la misteriosa offerta di un sultano. Giunta nella Città Dorata, si ritrova catapultata in una realtà sospesa tra bellezza e sfarzo, dove l’arte diventa strumento di potere e l’identità personale viene messa alla prova.

Affrontando i temi della libertà, dell’identità e della manipolazione, il romanzo è ricco di tensione e intreccia elementi di suspense psicologica e introspezione emotiva.

Un percorso coinvolgente e provocatorio sulla dignità femminile e la complessa costruzione della propria identità, che porta Chiara Domeniconi, originaria di Sassuolo, a Sanremo. Infatti, l’autrice è stata selezionata per partecipare a Casa Sanremo Writers 2026, un progetto che offre una vetrina prestigiosa per il suo lavoro e le sue riflessioni.

Il tuo percorso di scrittura è attraversato da una forte attenzione ai temi dell’identità e della libertà personale. Quando hai sentito l’urgenza di trasformare queste riflessioni in una storia come Il contratto. La danza del potere?

Quando ho capito che scriverne, leggerne e ascoltarne da altre persone era stato per me terapeutico, di crescita, ma anche istruttivo, sia culturalmente che editorialmente. Non potevo quindi esimermi dal provare a ridare al mondo e a un pubblico ciò che io avevo ricevuto da quel mondo e da quel “pubblico”: amici, parenti, compagni, ma anche nemici e perdite nel mio percorso.

Essere selezionata per Casa Sanremo Writers 2026 significa portare la narrativa in uno spazio fortemente esposto e simbolico. Che valore attribuisci a Sanremo come luogo di confronto tra arte, racconto e sguardo pubblico?

Sanremo è prova, catarsi, fatica, occasione ma anche divertimento. Sanremo è un appuntamento da non perdere, durante il quale, pur essendoci stata tante volte come me, talvolta ci si può perdere ancora per un attimo. Un turbinio di emozioni, eventi, parole, persone, comunicazione, passaggio di informazioni. Sanremo ha quindi un valore enorme, che non si può quantificare in nessuna delle sue sfaccettature e non vale l’energia nemmeno di provarci. Meglio usarla per viverlo, Sanremo, a trecentosessanta gradi. Poi magari nemmeno tirare le somme alla fine, perché gli effetti sono a lungo termine e vanno al di là della data di chiusura. Un po’, del resto, come tutte le cose.

Nel romanzo, la proposta che viene fatta alla protagonista appare inizialmente come un’occasione di riscatto. In che modo hai lavorato sulla progressiva ambiguità tra scelta consapevole e perdita di libertà?

Soprattutto immedesimandomi nel personaggio: cosa avrei fatto e detto io al suo posto? Poi, ovviamente, tenendo ben presente la meta e lo scopo della trama, ho cercato di lavorare sulle parole e sul linguaggio prima, adattando poi i movimenti, le movenze e gli spostamenti del corpo di Sofia. Una catena di ingranaggi lessicali e pratici che andavano a incastrarsi di conseguenza.

Se dovessi sintetizzare il nucleo più profondo del libro per chi lo incontrerà per la prima volta a Sanremo, quale interrogativo vorresti che restasse aperto nel lettore dopo l’ultima pagina?

Più che un interrogativo, mi piacerebbe restasse nel lettore una forza e una voglia: innanzitutto di leggere ancora, non solo me, ma altro, di tutto. Altri generi, non necessariamente legati al mio libro. Insomma, che rimanesse una specie di apertura alla crescita, al cambiamento, al non conosciuto che può anche fare un pò paura. Più che un interrogativo, mi piacerebbe rimanesse la certezza che, se non si introducono novità e incertezze, non ci sarà mai più sicurezza e coraggio.

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