Yves Saint Laurent e la fotografia

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All’International Center of Photography, una mostra racconta come la fotografia abbia costruito il mito, lo stile e l’eredità culturale dello stilista francese 

Ci sono abiti che restano, e poi ci sono immagini che li rendono eterni. Yves Saint Laurent questo lo aveva capito prima di molti altri: non basta creare qualcosa di bello, bisogna anche saperlo raccontare. È proprio da questa intuizione che parte Yves Saint Laurent e la Fotografia, la mostra in arrivo dall’11 giugno all’International Center of Photography di New York. 

Non si tratta solo di un omaggio a uno degli stilisti più influenti del Novecento, ma di un viaggio dentro la sua immagine e quella della sua maison. — di come è stata pensata, creata e resa immortale. E qui, la fotografia diventa protagonista. 

Yves Saint Laurent, PE1966, by James Moore – Courtesy of Centro Internazionale di Fotografia

La moda diventa immagine

Yves Saint Laurent ha sempre avuto un rapporto quasi viscerale con le immagini. Fin dagli inizi, dopo l’esperienza da Dior e la fondazione della sua maison nel 1962, ha capito che i suoi abiti non bastavano da soli: avevano bisogno di uno sguardo che li interpretasse, li spingesse oltre. 

Un esempio emblematico di questo rapporto così consapevole con l’immagine è lo scatto del 1971 in cui Yves Saint Laurent stesso decide di mettersi in gioco, posando nudo davanti all’obiettivo di Jeanloup Sieff — un gesto audace, provocatorio e perfettamente in linea con la sua idea di comunicazione. 

Yves Saint Laurent fotografato da Jeanloup Sieff, 1971, Parigi

Una mostra decennale

È così che entrano in gioco fotografi leggendari, capaci di trasformare una giacca, uno smoking o un semplice gesto in qualcosa di iconico. La mostra raccoglie oltre 300 oggetti e attraversa decenni di collaborazioni con alcuni dei più grandi fotografi del XX secolo: Richard Avedon, Cecil Beaton, Guy Bourdin, Horst P. Horst, Annie Leibovitz, Steven Meisel, Helmut Newton, Irving Penn e Andy Warhol. 

Yves Saint Laurent “Ballets Russes” collection, by Guy Bourdin, 1978

La prima parte della mostra segue una linea cronologica fatta di ritratti, campagne e immagini che sembrano quasi parlare tra loro: ogni scatto è un frammento di tempo, ma anche un piccolo manifesto culturale. Dallo straordinario scatto di Irving Penn del 1957 a quello di Patrick Demarchelier del 2004, dalle immagini sperimentali di William Klein del 1962 a quelle scattate da Bettina Rheims nel backstage delle sfilate degli anni ’80, ogni immagine testimonia un’epoca.   

Poi si passa dietro le quinte, con materiali d’archivio che svelano il “prima”: provini, appunti, riviste, idee in costruzione. 

La fotografia diventa identità

L’idea di fondo della mostra è abbastanza chiara, ma tutt’altro che banale: la fotografia, per Yves Saint Laurent, non è mai stata solo pubblicità. È stata parte integrante del suo modo di costruire identità, influenza e immaginario. Non un semplice mezzo, ma quasi un’estensione del suo linguaggio creativo.

E infatti, attraversando il percorso espositivo, emerge proprio questo: gran parte dell’eredità della maison si è consolidata attraverso le immagini. Sono loro ad aver fissato momenti, trasformato abiti in simboli, e reso riconoscibile — quasi immediatamente — un certo tipo di estetica. In un certo senso, è come se la storia di Yves Saint Laurent non fosse stata solo scritta, ma soprattutto fotografata.

Abiti da cocktail noti come “Omaggio alla Pop Art”, collezione AI1966. By Jean-Claude Sauer – Per gentile concessione dell’International Center of Photography

Foto copertina: by Irving Penn, “Yves Saint Laurent,” Parigi, 1957

La Irving Penn Foundation/Per gentile concessione dell’International Center of Photography