Fedez il “Bello Stronzo” del Festival

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Sanremo. Il tempio della musica italiana, il palcoscenico più prestigioso del Paese, il festival che ogni anno dovrebbe celebrare il meglio della nostra cultura musicale. E invece?


Invece ci troviamo con Fedez che decide di ripescare per la serata delle cover un delicato e già tanto discusso brano della nostra cultura cantautorale italiana: Bella Stronza di Marco Masini. Un pezzo che già negli anni ‘90 sapeva di rancore tossico e che oggi suona ancora più fuori luogo. Perché, tra tutte le scelte possibili, proprio questa?

Perché portare “Bella Stronza” sul palco di Sanremo è una pessima idea?

Nel 2025, su quel palco, abbiamo ancora bisogno di sentir cantare di gesta tanto vili? non ci bastano i titoli dei quotidiani ogni santissimo giorno? anche sul palco del Festival dobbiamo sentir parlare della discriminazione verso gentil sesso?

Fedez, ma fai sul serio?

Caro Federico, se il tuo desiderio era quello di condividere il palco dell’Ariston con il buon Masini, ci chiediamo, con tutto il repertorio a disposizione – perché Masini di canzoni ne ha scritte, eh – tu, becero bifolco da strapazzo, hai davvero pensato che portare proprio questo pezzo fosse una buona idea?

Viviamo in un’epoca in cui ogni giorno lottiamo per smontare pezzo dopo pezzo il sessismo nella cultura mondiale. E mentre combattiamo per un cambiamento, ci ritroviamo sul palco più importante d’Italia una canzone che dipinge i barbari comportamenti maschili come una reazione legittima?

Il problema non è la nostalgia musicale, non è Masini, non è la libertà artistica. Il problema è dare spazio, nel 2025, a un brano che racconta la donna come la colpevole del malessere di un uomo (Fedez in questo caso). Il commento medio popolare? ” È una canzone iconica, è ironica! Bisogna contestualizzarla!” No.

Il vero problema non è il titolo, che di per sé è anche carino e potrebbe anche essere un vanto per le più “baddie“. Il vero problema è quello che la canzone racconta.

«Mi verrebbe di strapparti quei vestiti da putt**a e tenerti a gambe aperte finché viene domattina Ma di questo nostro amore così tenero e pulito non mi resterebbe altro che un lunghissimo minuto di violenza»


«Bella stronza che hai chiamato la volante quella notte e volevi farmi mettere in manette solo perché avevo perso la pazienza»

Perché se non bastano le parole del testo a far suonare un campanello d’allarme, allora il problema non è solo questa canzone, ma il potere che la musica ha di far passare messaggi tossici come “normali”.

La musica è davvero solo musica?

La risposta è: NO.

Non prendiamoci in giro. La musica non è solo musica. Le canzoni educano, plasmano, creano narrazioni che poi restano nell’immaginario collettivo. Per anni abbiamo sentito dire che il rock spingeva alla ribellione, il rap istigava alla violenza, il pop era frivolo e il metal era satanico. Ma nessuno si interroga mai su quanto le parole abbiano un peso, su quanto certi testi entrino nella testa di chi li ascolta e normalizzino atteggiamenti che, nella vita reale, sono tutto fuorché accettabili.

Perché nel momento in cui una frase viene ripetuta in un ritornello accattivante, si trasforma in qualcosa di più: diventa una verità accettata, una narrativa socialmente sdoganata.
E se è vero che la musica può essere una forma d’arte potente, è altrettanto vero che non tutto quello che è stato scritto – licenze poetico-artistiche incluse – merita di essere riportato in vita su un palco istituzionale come Sanremo.

A questo punto la domanda è un’altra: Sanremo è ancora un festival musicale o una vetrina per provocazioni di dubbio gusto?

Dove vogliamo tracciare il limite?

E no, prima che qualcuno salti su dicendo “Ma allora che facciamo, censuriamo tutto?”: non si tratta di censura, ma di responsabilità. La musica ha un potere enorme, quello di modellare il pensiero collettivo, di influenzare le generazioni future. E con questo potere arriva una responsabilità: quella di scegliere con cura quali messaggi amplificare su un palco così importante. Portare una canzone come questa a Sanremo non è una provocazione intelligente, è una caduta di stile per Fedez.

Sanremo 2025 avrebbe potuto essere il festival della modernità, dell’innovazione, della musica che guarda avanti. E invece, ci ritroviamo ancora una volta a dover discutere di una canzone che avrebbe dovuto restare dov’era: in un vecchio CD degli anni ‘90, non sul palco più importante d’Italia. E se tutto questo sembra normale, allora forse il problema non è neanche la canzone. Ma tutto il sistema che ancora oggi la considera accettabile.

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