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	<title>meta Archivi - AdL Mag</title>
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	<title>meta Archivi - AdL Mag</title>
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		<title>Privacy: cosa fare quando il Grande Fratello siamo noi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emma Sabatini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Aug 2026 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LIFESTYLE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da privato a pubblico, la privacy nell&#8217;era dell&#8217;AI è riuscita a vivere uno dei suoi maggori momenti di crisi. Ecco come siamo diventati i venditori dei nostri dati involontariamente (o quasi). Ammetto che parlare di privacy nel 2026 mi scoccia quasi un pochino. Così come la saddle di Dior e qualsiasi altra cosa iper-attenzionata, mi [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Da privato a pubblico, la privacy nell&#8217;era dell&#8217;AI è riuscita a vivere uno dei suoi maggori momenti di crisi. Ecco come siamo diventati i venditori dei nostri dati involontariamente (o quasi).</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Ammetto che parlare di privacy nel 2026 mi scoccia quasi un pochino. Così come la saddle di Dior e qualsiasi altra cosa iper-attenzionata, mi sembra che la parola perda totalmente d&#8217;effetto e diventi un borbottio quasi di sottofondo in ogni conversazione. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Il concetto di privacy risale addirittura al 1890 e fino a oggi ha subito tantissimi cambiamenti, diventando i la terza parola più imparata dai bambini nei primi mesi di vita. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Quando compare la prima fotocamera portatile della Kodak e i giornali scandalistici presero piede, le persone, ora che potevano essere fotografare per strada senza consenso e con consguente rapida pubblicazione, iniziarono a reclamare &#8220;il diritto di essere lasciate in pace&#8221;. Così come descritto nella pietra miliare &#8220;<em>The Right to Privacy&#8221;.</em></p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">La preoccupazione per la privacy nell&#8217;ambito tecnologico non è apparsa dal nulla, ma si è intensificata attraverso tre grandi avvenimenti. </h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Comparsa appunto alla fine &#8216;800, vide un secondo cambiamento negli anni &#8217;60 con la nascita dei primi computer governativi e una massiccia ansia per la raccolta e l&#8217;archiviazione dei dati personali. Negli anni &#8217;90 si arriva invece a un problema di tracciamento in tempo reale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-full is-style-default"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="800" height="873" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/08/269e2f450f0b6793f3ca4fe5814c9e10.jpg" alt="" class="wp-image-65676" style="aspect-ratio:4/3;object-fit:contain" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/08/269e2f450f0b6793f3ca4fe5814c9e10.jpg 800w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/08/269e2f450f0b6793f3ca4fe5814c9e10-480x524.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 800px, 100vw" /><figcaption class="wp-element-caption">Photo via Marketing Freaks</figcaption></figure>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Nel 1994 nascono i cookie, negli anni 2000 arrivano i Social Network ed è in questo momento che le cose cambiano definitivamente. La privacy si trasforma in concetto dinamico e partecipativo. Siamo proprio noi a condividere con piacere dati e contenuti e il problema del consenso viene immediatamente risolto (in parte). Compare però velocemente quello della vendita dei dati a terzi, assieme alla profilazione algoritimica. Quella cosetta per cui se io oggi guardo per sbaglio l&#8217;annuncio di un paio di pantaloni il giorno dopo mi ritrovo il telefono invaso da modelli e colori in quantità improponibili. </p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Nel 2026 &#8220;privacy&#8221; diventa l&#8217;atto di autoderminazione informativa: la facoltà di decidere chi, come, quando e per quali scopi si può raccogliere, elaborare o visualizzare i nostri dati.</h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Nel 2021 Meta arriva sul mercato con un&#8217;oggetto che ha consacrato il concetto di privacy come l&#8217;argomento più chiacchierato del secolo. I <em>Ray-Ban Meta</em> diventano gli occhiali più desiderati del momento con una fotocamera dotata di un piccolo LED frontale che segnala la registrazione. La caratteristica centrale è la possibilità di scattare foto e girare video in verticale a 1080p dal proprio punto di vista esatto, senza dover tirare fuori il proprio cellulare dalla tasca.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Il primo modello permetteva di inviare rapidamente foto e clip sia su Instagram che Whatsapp. Il secondo, uscito nel 2023, ha eliminato perfino questa &#8220;scomoda azione&#8221; permettendo di trasmettere in diretta streaming su Instagram o Facebook fino a 30 minuti, facendoci vivere la vita di qualcun altro in tempo reale.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Sport, concerti, ricette. Questi occhiali permettono di registrare la realtà senza nessun tipo di ingombro, nemmeno quello degli occhi e della prima persona.</h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Insomma, una sorta di POV più reale che mai. Cioè, senza &#8220;sorta&#8221;, è letteralmente questo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="700" height="850" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/08/5-69ab184223c25__700.jpg" alt="" class="wp-image-65677" style="aspect-ratio:4/3;object-fit:contain" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/08/5-69ab184223c25__700.jpg 700w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/08/5-69ab184223c25__700-480x583.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 700px, 100vw" /><figcaption class="wp-element-caption">Photo via Rayban Meta</figcaption></figure>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">I limiti e le criticità ci hanno messo poco a venire a galla, come era semplice immaginare. L&#8217;ultima inchiesta è arrivata dallo scandalo causato da un&#8217;indagine di un quotidiano svedese, il quale ha svelato che Meta impiega anziende terze per il processo di <em>data annotation.</em> Ossia: centinaia di lavoratori in Kenya revisionano manualmente immagini e video inviati dagli occhiali per etichettare oggetti e addestrare software AI su cosa è un calzino e cosa no. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Il problema, come se il fatto in sé non fosse sufficiente, è che gli annotatori umani hanno riferito di aver dovuto visionare e analizzare materiale decisamente privato inviato dagli utenti spesso involontariamente. Home banking con dati sensibili, persone completamente nude, momenti initimi e perfino atti sessuali.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Gli utenti non erano chiaramente informati del fatto che i loro scatti interattivi potessero essere esaminati fisicamente da esseri umani dall&#8217;altra parte del mondo. </h3>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="800" height="450" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/08/meta.jpg" alt="" class="wp-image-65673" style="aspect-ratio:4/3;object-fit:contain" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/08/meta.jpg 800w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/08/meta-480x270.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 800px, 100vw" /><figcaption class="wp-element-caption">Photo via Automation Tecnhology &#8211; Editoriale Delfino </figcaption></figure>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Ora, sembrerebbe che i dispositivi non è che registrino continuamente anche da spenti, ma la sensibilità del microfono e della fotocamera è così alta che spesso molti utenti attivano l&#8217;assistente o la registrazione senza nemmeno accorgersene. Quindi, magari, ti trovi al ristorante con la nuova conquista, la serata va bene e qualcuno dall&#8217;altro capo del mondo ti manda un grosso in bocca al lupo per il dopo serata che potenzialmente potrebbe dover vedere e perfino analizzare.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Subito dopo la pubblicazione dell&#8217;inchiesta svedese sono tantissimi i clienti che, acquistati i Ray-Ban Meta, hanno depositato una serie di class action per pubblicità ingannevole e violazione della famosissima privacy. Questo perchè il messaggio pubblicitario con cui gli occhiali sono accompaganti è letteramente &#8220;<em>designed for privacy, controlled by you&#8221;</em>, neanche a farlo apposta (forse).</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">L&#8217;utente passa da consumatore a risorsa di addestramento. L&#8217;occhiale come libro e noi come la lezione da impararare per il software che deve diventare intelligente, in un modo o in un altro. </h3>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="774" height="1024" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/08/c896b3fcd603017fa809502609def30c.jpg" alt="" class="wp-image-65675" style="aspect-ratio:4/3;object-fit:contain" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/08/c896b3fcd603017fa809502609def30c.jpg 774w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/08/c896b3fcd603017fa809502609def30c-480x635.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 774px, 100vw" /><figcaption class="wp-element-caption">Photo via Isabel Hettinger</figcaption></figure>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">I modelli di intelligenza artificiale per diventare efficienti hanno bisogno di volumi massicci di dati reali per capire il contesto, la luce, la prospettiva umana e anche gli oggetti quotidiani. Indossando gli occhiali noi diamo gratuitamento gli elementi necessari per un corso intensivo sulla realtà, girando video e scattando foto. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">L&#8217;hardware si mimetizza con gli oggetti di uso comune e chiunque circondi chi lo indossa diventa parte integrante del dataset senza aver nemmeno dato il consenso e trasformando lo spazio pubblico e privato, assieme ai propri momenti intimi, in un ambiente di costante acquisizione di dati. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">La passeggiata sul lago diventa così il campo di addestramento di un&#8217;intelligenza artificiale che inizia a capire che non è tanto il caldo quanto l&#8217;umidità e che dare da mangiare alle papere è un atto sanzionabile, ma si può fare lo stesso. </p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Buone notizie però: nell&#8217;Unione Europea le persone possono inviare una richiesta formale di opposizione tramite il centro sulla privacy di Meta.</h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Esiste un form di Opt-Out per l&#8217;addestramento AI che vincola l&#8217;azienda a non usare i nostri dati pubblici e le immagini di noi stessi per addestrare i modelli di intelligenza artificiale. La cosa simpatica, ma non troppo, è che questo modulo sembra impossibile da trovare. Diversi utenti hanno segnalato che il form non è dove si dovrebbe trovare e alcuni hanno addirittura avuto la necessità di un tutorial per arrivarci. Altri sostengono che ci fosse un tempo massimo in cui poter dichiarare a Meta i propri sentimenti verso l&#8217;<em>AI training</em> e che sia passato da un pezzo. Guardandola da fuori sembra una simpatica e curiosa coincidenza. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Insomma, siamo noi che dobbiamo rimuoverci dal mercato, lo stesso in cui ci siamo messi. Siamo noi che produciamo fisicamente la materia prima che cancella la nostra privacy. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Se George Orwell ipotizzava un&#8217;entità potente che ci spia a nostra insaputa, oggi non saprebbe dire con precisione quale forma ha preso quest&#8217;entità. Siamo noi che acquistando un paio di occhiali trasformiamo una dichiarazione d&#8217;amore in un flusso di dati digitali.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="478" height="750" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/08/07aae49216eef079e5edf63210ebc39b.jpg" alt="" class="wp-image-65674" style="aspect-ratio:4/3;object-fit:contain" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/08/07aae49216eef079e5edf63210ebc39b.jpg 478w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/08/07aae49216eef079e5edf63210ebc39b-191x300.jpg 191w" sizes="(max-width: 478px) 100vw, 478px" /><figcaption class="wp-element-caption">Photo via Pinterest</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">La sorveglianza non si impone dall&#8217;alto con la forza, ma viene desiderata e pagata dall&#8217;utente stesso in cambio di connessione, comodità o intrattenimento. </h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Diventiamo dei veri e propri <em>promuser </em>(produttore + consumatore), i cameraman della nostra stessa sorveglianza. L&#8217;occhio del Grande Fratello nella nostra vita. Tutto questo senza compenso, consenso e per conto delle piattaforme. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Il pubblico e il privato perdono completamente i propri confini e siamo ancora noi a dissolvere dall&#8217;interno la barriera dell&#8217;inviolabilità privata. La camera da letto, la banca o il supermercato smettono di essere un semplice luogo e diventano una stazione di trasmissione dati. Finiremo per fare rivoluzioni per essere pagati per il nostro lavoro, ma dubito che avverranno per smettere di essere sfruttati.</p>
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		<title>Oblio digitale</title>
		<link>https://www.adlmag.it/2026/01/02/oblio-digitale/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Camilla Marta Milani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jan 2026 17:12:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURE]]></category>
		<category><![CDATA[Culture]]></category>
		<category><![CDATA[meta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vi è una tragica, quasi perversa ironia hegeliana nel constatare come l&#8217;era dell&#8217;informazione totale. Che prometteva l&#8217;eternità dell&#8217;archivio e la democrazia del sapere, stia precipitando inesorabilmente verso la dittatura dell&#8217;oblio. Non siamo più al cospetto di una mera &#8220;moderazione di contenuti&#8221; — locuzione che appartiene a un lessico burocratico ormai insufficiente a descrivere l&#8217;orrore del [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Vi è una tragica, quasi perversa ironia hegeliana nel constatare come l&#8217;era dell&#8217;informazione totale. Che prometteva l&#8217;eternità dell&#8217;archivio e la democrazia del sapere, stia precipitando inesorabilmente verso la dittatura dell&#8217;oblio. </h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Non siamo più al cospetto di una mera &#8220;moderazione di contenuti&#8221; — locuzione che appartiene a un lessico burocratico ormai insufficiente a descrivere l&#8217;orrore del presente — bensì di una mutazione ontologica della sfera pubblica. La rete, da agorà promessa, si è trasfigurata in un <em>panopticon</em> inverso. Un dispositivo che non serve più solo a sorvegliare per punire, ma a far scomparire per pacificare. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Le evidenze emerse dall&#8217;inchiesta del <em><a href="https://www.theguardian.com/global-development/2025/dec/11/meta-shuts-down-global-accounts-linked-to-abortion-advice-and-queer-content">The Guardian</a></em> dell&#8217;11 dicembre scorso, relative alla sistematica epurazione operata da Meta contro le soggettività queer e i presidi di salute riproduttiva su scala globale, non vanno lette come incidenti di percorso o <em>glitch</em> tecnici. Esse rappresentano l&#8217;epifania di una nuova <em>Weltanschauung</em> corporativa: la sanitizzazione del dissenso. In questo scenario, l&#8217;oblio cessa di essere l&#8217;erosione naturale della memoria causata dal tempo per divenire <em>techné</em>. Uno strumento chirurgico di ingegneria sociale volto a espellere dal corpo digitale tutto ciò che è organico, conflittuale, viscerale e, dunque, autenticamente umano.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>Fenomenologia della sparizione</strong></h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Siamo testimoni di un&#8217;iconoclastia silenziosa e, proprio per questo, ancor più letale dei roghi di libri del secolo scorso. Il Leviatano di Menlo Park non necessita di fiamme spettacolari; la sua violenza è sottrattiva, asettica, invisibile. Colpendo entità vitali come la ONG olandese&nbsp;<em>Women Help Women</em>&nbsp;— che gestisce oltre 150.000 richieste di aiuto l&#8217;anno — o il collettivo colombiano&nbsp;<em>Jacarandas</em>, l&#8217;algoritmo compie un atto di pulizia etnica digitale. Rimuove le tracce della&nbsp;<em>Zoe</em>&nbsp;(la nuda vita, il sangue, la biologia dolente) per lasciare spazio solo a un simulacro levigato di esistenza.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">L&#8217;aborto, la sessualità non normativa, la rivendicazione sul proprio corpo vengono rubricati come &#8220;oscenità&#8221; o violazioni della sicurezza non per errore, ma per un preciso disegno estetico. L&#8217;oblio deve inghiottire tutto ciò che turba la superficie specchiata e narcotizzante dello schermo. Il filosofo Jean Baudrillard, con profetica lungimiranza, aveva teorizzato l&#8217;avvento dell&#8217;iperreale, una condizione in cui la mappa precede e infine sostituisce il territorio. Oggi, quella profezia si compie con una crudeltà inaudita: se un&#8217;esperienza umana non è conforme agli &#8220;Standard della Community&#8221;. Essa perde il suo diritto ontologico ad esistere. L&#8217;oblio diviene così il garante di una realtà edulcorata, priva di asperità. Dove la sofferenza delle donne in Polonia, in Brasile o in Medio Oriente non deve giungere a turbare il sonno della ragione dell&#8217;utente-consumatore occidentale.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>L&#8217;Inferno dell&#8217;uguale e la fobia dell&#8217;altro</strong></h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">È imperativo convocare qui il pensiero di Byung-Chul Han e la sua critica alla &#8220;società della positività&#8221;. Il digitale odierno si configura come un Inferno dell&#8217;Uguale, un ecosistema che nutre una repulsione atavica per la negatività dell&#8217;Altro. L&#8217;algoritmo è programmato per massimizzare il consenso, e il consenso predilige il conformismo. L&#8217;oblio, in questa logica, agisce come un sistema immunitario ipertrofico che attacca qualsiasi elemento estraneo — sia esso un corpo queer o una richiesta di aiuto medico — percepito come virus nel tessuto connettivo del <em>feed</em>.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Questa dinamica rivela una fragilità strutturale del tardo capitalismo: la sua incapacità di metabolizzare il reale quando questo si fa troppo denso. Mark Fisher, nel suo imprescindibile <em>Realismo Capitalista</em>, descriveva un sistema totalizzante capace di inglobare ogni estetica; tuttavia, Meta ci dimostra che esistono ancora nuclei di resistenza che il sistema non può digerire e che, pertanto, deve vomitare nell&#8217;oblio. La salute riproduttiva, con la sua ineludibile connessione alla carne, alla scelta e alla morte, è uno di questi nuclei indigeribili. Essa ricorda all&#8217;utente che egli è anche un corpo fragile, mortale e politico, infrangendo l&#8217;illusione di onnipotenza digitale che la Silicon Valley ci vende.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>La neolingua e l&#8217;inversione semantica</strong></h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">L&#8217;aspetto forse più inquietante di questa fenomenologia risiede nella manipolazione linguistica, degna del Ministero della Verità. Giustificare la rimozione di account umanitari con l&#8217;accusa di violazione della policy sulla &#8220;Human Exploitation&#8221; (Sfruttamento Umano) costituisce un capolavoro di neolingua orwelliana. Siamo di fronte a un&#8217;inversione semantica radicale: la cura diviene abuso, la solidarietà diviene crimine, l&#8217;informazione diviene pericolo.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">L&#8217;oblio non si limita a cancellare il dato; esso riscrive le coordinate etiche del mondo, imponendo una morale puritana, decontestualizzata e statunitense che cancella le specificità culturali in nome di una &#8220;sicurezza&#8221; astratta e paternalistica. Le attiviste si trovano così intrappolate in una macchina burocratica kafkiana, un tribunale senza giudici dove le sentenze sono emesse da codici binari e dove l&#8217;appello è una chimera. Gli incontri a porte chiuse descritti dal <em>Guardian</em>, in cui Meta invita le organizzazioni al dialogo vietando però di &#8220;sollevare critiche&#8221;, sono la rappresentazione plastica di un potere che non accetta dialettica, ma solo sottomissione.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>Il colonialismo dell&#8217;inconscio</strong></h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Dobbiamo avere l&#8217;audacia intellettuale di nominare questo fenomeno per ciò che è: una forma di colonialismo biopolitico. Le idiosincrasie morali, le nevrosi religiose e le agende politiche della Silicon Valley vengono esportate globalmente via cavo, divenendo legge marziale per culture millenarie. Quando l&#8217;algoritmo decide che un&#8217;illustrazione artistica sulla sessualità araba (come nel caso di&nbsp;<em>The Sex Talk Arabic</em>) è &#8220;pornografia&#8221;, esso sta compiendo un atto di violenza epistemica.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">L&#8217;oblio diviene lo strumento per imporre una monocultura piatta, in cui il corpo è tollerato solo se mercificato e reso docile, mai se politicizzato o liberato. Questa asepsi forzata, questa rimozione chirurgica del &#8220;brutto&#8221; e del &#8220;complesso&#8221;, genera quella che Günther Anders definiva &#8220;vergogna prometeica&#8221;: l&#8217;inadeguatezza dell&#8217;uomo di fronte alla perfezione delle sue macchine. I nostri corpi imperfetti, bisognosi di aborti, di cure, di sesso non riproduttivo, sono un insulto alla purezza del codice. E dunque, per la logica della macchina, meritano l&#8217;oblio.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">La tecnica del <em>shadow-banning</em>, l&#8217;invisibilità non dichiarata, rappresenta l&#8217;apice di questa tortura psicologica. È un oblio omeopatico, somministrato goccia a goccia. Il soggetto politico continua a parlare, convinto di abitare lo spazio pubblico, mentre in realtà è già stato murato vivo in una cella di isolamento acustico. È la morte sociale che precede quella fisica, la riduzione dell&#8217;individuo a monade solipsistica incapace di tessere legami di solidarietà.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>La memoria come atto insurrezionale</strong></h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Di fronte a tale scenario, la rassegnazione o il cinismo non sono opzioni contemplabili. Se il potere si manifesta attraverso la cancellazione, la resistenza deve manifestarsi attraverso l&#8217;ostinazione della memoria. Non una memoria nostalgica, da museo, bensì una memoria militante. Dobbiamo rifiutare la pace armata degli schermi che ci offrono intrattenimento in cambio di silenzio. Dobbiamo rivendicare il diritto alla nostra complessità, alla nostra &#8220;sporcizia&#8221; ontologica, contro l&#8217;igiene mortifera dell&#8217;algoritmo.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">L&#8217;oblio che oggi inghiotte i diritti delle donne e delle minoranze è il presagio di un futuro in cui l&#8217;umano sarà tollerato solo come dato statistico funzionale al profitto. Opporsi a questa deriva significa riaffermare il primato del <em>Bios</em> sulla tecnica, della carne sul silicio. In questo inverno dello spirito, l&#8217;unico imperativo categorico che ci resta è quello di non dimenticare, di trasformare ogni atto di censura in un monumento alla verità negata. Poiché, come scrisse Milan Kundera nel suo capolavoro <em>Il libro del riso e dell&#8217;oblio</em>, consegnandoci l&#8217;arma definitiva contro ogni totalitarismo, sia esso politico o digitale:</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em><strong>«La lotta dell&#8217;uomo contro il potere è la lotta della memoria contro l&#8217;oblio.»</strong></em></p>
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		<title>Pubblicità o abbonamento: una scelta complicata sulla privacy dettata da Meta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Martina Gallazzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Jul 2025 16:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[adv]]></category>
		<category><![CDATA[meta]]></category>
		<category><![CDATA[privacy]]></category>
		<category><![CDATA[social]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo costretti a dover scegliere tra lasciare al vento la nostra privacy o prendercene cura sborsando soldi ogni mese. Le due app di Meta, Instagram e Facebook, cambiano volto dal punto di vista delle pubblicità (e della nostra sicurezza) Negli ultimi giorni aprendo i due social della big tech Meta &#8211; Instagram, anche definito l’affetto [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Siamo costretti a dover scegliere tra lasciare al vento la nostra privacy o prendercene cura sborsando soldi ogni mese. Le due app di Meta, Instagram e Facebook, cambiano volto dal punto di vista delle pubblicità (e della nostra sicurezza)</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Negli ultimi giorni aprendo i due social della big tech <strong><em>Meta</em></strong> &#8211; <em>Instagram</em>, anche definito l’affetto stabile della Gen Z e l’anzianotto, ma sempre al passo coi tempi, <em>Facebook</em> &#8211; è apparsa una schermata in cui viene chiesto di scegliere un’opzione tra: continuare ad utilizzare le app come abbiamo sempre fatto, quindi sorbendoci pubblicità esplicite e native adv, oppure di liberarci di ogni annuncio e sponsorizzazione in cambio di un canone mensile di €7,99. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Molte persone si sono ritrovate a commentarla come una già vista e rivista spudorata mossa di marketing, mentre in realtà dietro c’è molto di più</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Dovete sapere che l’Unione Europea ha molto a cuore i suoi cittadini e i loro diritti online. Non sembra essere lo stesso per il colosso digitale <strong><em>Meta</em></strong>, che spesso fa soltanto i conti in tasca propria (Legittimo). </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">L’Europa, nel 2018, ha così introdotto un insieme di norme, definite <em>GDPR</em> (<em>Digital Markets Act e Digital Services Act</em> ), che hanno l’obiettivo di ridurre il grande potere di queste piattaforme, a favore degli utenti. Queste leggi sono il risultato di decisioni amministrative e pressioni politiche che si pongono l’obiettivo di creare una forma di consenso più libera e trasparente, in cui l’utente può decidere se concedere il trattamento dei propri dati oppure negarlo tramite una sottoscrizione a pagamento. </p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Privacy o mera pubblicità?</h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Nel luglio 2023 la Corte di giustizia dell&#8217;UE ha deciso di stabilire che un abbonamento potesse valere come “consenso da parte dell’utente al trattamento dei propri dati” esclusivamente se parallelamente esistesse un’alternativa gratuita della stessa app dal punto di vista funzionale. Così poco dopo, nel novembre dello stesso anno, <strong><em>Meta</em></strong> ha introdotto una sottoscrizione senza contenuti pubblicitari al costo di €12,99 su mobile e €9,99 sul web. L’azienda statunitense pensava di averla fatta franca, e invece ecco che torna in gioco la Commissione Europa, contestando il modello proposto della big tech. “Paga o accetta” non poteva essere in alcun modo ammissibile, in quanto non lasciava all’utente la possibilità di scegliere il pacchetto “<em>adv personalizzati” </em>senza ulteriori costi. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">La Commissione era già pronta a fargliela pagare, con multe che raggiungevano fino circa il 5% del fatturato al giorno. Così <strong><em>Meta</em></strong>, ormai rassegnata, non ha avuto scelta se non inserire una terza opzione: “inserzioni meno personalizzate”. Si tratta di pubblicità generaliste, basate solo sul target di età, genere, città e ultimi contenuti visualizzati. Poco interessanti, quindi. Inoltre ha dovuto ridurre i prezzi degli abbonamenti da €12,99 a €7,99 su smartphone e da €9,99 a €5,99 sul web.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Tutta ciò viene presentato come una questione semplicemente di pubblicità, quando in realtà in discorso è molto più profondo: siamo tenuti a decidere se accettare di lasciare allo sbando i nostri dati personali oppure pagare per preservarli. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Di fatto siamo davanti ad una vera e propria monetizzazione della privacy, che si è trasformata in una sorta di privilegio per pochi mantenerla.&nbsp;</p>



<h4 class="wp-block-heading has-text-align-center">Perciò, come cambierà la fruizione delle due piattaforme?</h4>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Proseguendo col tasto “Inizia” l’utente riconferma la scelta già fatta nel 2023. Se deciderà di mantenere il piano standard tutto rimarrà come uguale: pubblicità e annunci ovunque basati sui propri click e sulle proprie preferenze. Se opterà, invece, per un piano a pagamento, teoricamente, verrà messo un punto a qualsiasi processo di<em> targeting comportamentale </em>(Un sistema che, studiando le attività delle persone, individua quali adv e messaggi proporre per attirare maggiormente l’attenzione). In questo modo la privacy dovrebbe essere al sicuro, ma non pensate di non avere alcun tipo di annuncio… ci saranno ancora, ma non saranno più ad hoc, in quanto i vostri dati saranno al sicuro.</p>



<h5 class="wp-block-heading has-text-align-center">Non sono mancate le critiche</h5>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Chiaramente per <strong><em>Meta</em></strong> sarebbe più redditizio che la maggioranza degli utenti continuino sulla strada della pubblicità, ed ecco che, secondo alcuni, l’interfaccia della piattaforma su cui fare la fatidica scelta è già pilotata in principio: il pulsante per continuare con le inserzioni è grande e colorato, quello relativo alla sottoscrizione è poco evidente. Inoltre, la decisione intermedia di avere pubblicità non su misura ha scatenato ancora più contestazioni: è palese che con l’introduzione di adv che non permetto di essere saltati, l’utente finirà soltanto per innervosirsi fino ad essere spinto ad optare per il piano a pagamento. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Secondo voi saranno in tanti a preferire la sottoscrizione a pagamento? Ma soprattutto la Commissione Europea sarà finalmente soddisfatta?&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-left wp-block-paragraph">Immagini: <a href="https://it.pinterest.com/business/hub/" rel="nofollow">Pinterest</a></p>
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		<title>Meta taglia il 5% della forza lavoro</title>
		<link>https://www.adlmag.it/2025/02/08/meta-un-taglio-del-5-della-forza-lavoro/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Valentina Borrazzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Feb 2025 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURE]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Mark Zuckerberg]]></category>
		<category><![CDATA[meta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il colosso americano della tecnologia licenzia 3.600 dipendenti, circa il 5% della sua forza lavoro totale Secondo Zuckerberg, conosciuto come uno dei fondatori del social network Facebook, l’obiettivo è ridurre più rapidamente il numero di dipendenti con prestazioni insufficienti. I lavoratori interessati saranno notificati entro il 10 febbraio e riceveranno una buonuscita simile a quella [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Il colosso americano della tecnologia licenzia 3.600 dipendenti, circa il 5% della sua forza lavoro totale</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Secondo Zuckerberg, conosciuto come uno dei fondatori del social <em>network</em> <em>Facebook</em>, l’obiettivo è ridurre più rapidamente il numero di dipendenti con prestazioni insufficienti. I lavoratori interessati saranno notificati entro il 10 febbraio e riceveranno una buonuscita simile a quella offerta nei precedenti licenziamenti. Allo stesso tempo, verranno effettuate nuove assunzioni per le posizioni rimaste vacanti.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="538" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/02/PHOTO-2025-02-07-23-31-03-1024x538.jpg" alt="" class="wp-image-33700" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/02/PHOTO-2025-02-07-23-31-03-1024x538.jpg 1024w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/02/PHOTO-2025-02-07-23-31-03-980x515.jpg 980w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/02/PHOTO-2025-02-07-23-31-03-480x252.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 1024px, 100vw" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Meta riorganizza la forza lavoro</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Meta, società madre di Facebook, Instagram e Whatsapp, prevede di licenziare circa 3.600 dipendenti, il 5% della sua forza lavoro, prima di procedere con nuove assunzioni per ricoprirei i loro ruoli, a partire da quest’anno.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Il gruppo Californiano, Bloomberg, ha confermato all’agenzia <em>France Press (Afp)</em> la decisione del CEO Mark Zuckerberg di licenziare il 5% delle persone. I dipendenti saranno licenziati in base alla valutazione dei risultati. Questa mossa fa parte della strategia del CEO Mark Zuckerberg di ottimizzare l’efficienza aziendale. Secondo una analisi dettagliata delle risorse umane, Mark Zukerberg ha voluto riorganizzare il suo team concentrandosi su dipendenti con prestazioni brillanti.&nbsp; A settembre meta impiegava circa 72.400 lavoratori in tutto il mondo.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Non è stato specificato come i tagli saranno distribuiti geograficamente. Mark Zuckerberg ha dichiarato che il 2025 sarà un anno particolarmente intenso e vuole essere sicuro di avere le persone migliori nel suo team per affrontare le sfide future.Si tratta di uno dei maggiori licenziamenti di massa per Meta, dopo che nel 2022 e nel 2023&nbsp; aveva già eliminato 21.000 posti di lavori, circa un quarto della sua forza lavoro globale.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Nonostante i tagli meta prevede di effettuare nuove assunzioni, cercando di selezionare candidati altamente qualificati.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/02/PHOTO-2025-02-07-23-31-34-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-33701" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/02/PHOTO-2025-02-07-23-31-34-980x654.jpg 980w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/02/PHOTO-2025-02-07-23-31-34-480x320.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 1024px, 100vw" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">La svolta di Meta</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">“<em>Ho deciso di alzare l’asticella della gestione delle prestazioni</em>” ha dichiarato Mark Zuckerberg, amministratore delegato di Meta, in una nota interna visionai e riportata per la prima volta da Bloomberg.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">La mossa, che sta attuando Meta, sembrerebbe rientrare in una serie di annunci volti a trasformare il gigante dei social media.&nbsp;La nota è stata inviata pochi giorni dopo l’annuncio dell’abolizione dei principali programmi di diversità, equità e inclusione di Meta, e dei sistemi di <em>fact-checking</em>, ovvero un processo di verifica dei fatti che permette di accertare la veridicità di informazioni, dichiarazioni o affermazioni. Optando per un modello che ricalca le <em>Community notes di X</em> in cui gli utenti collaborano nella verifica delle informazioni pubblicate sulla piattaforma. Quando qualcuno pubblica un contenuto che viene ritenuto discutibile o ambiguo, gli utenti della piattaforma hanno la possibilità di aggiungere note di contesto, correggere dichiarazioni errate o fornire spiegazioni dettagliate.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>Crediti: Google immagini, Pinterest</em></p>
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		<title>Perché segui Trump sui social: sfatiamo il complotto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emma Sabatini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jan 2025 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURE]]></category>
		<category><![CDATA[instagram]]></category>
		<category><![CDATA[instahram]]></category>
		<category><![CDATA[joe biden]]></category>
		<category><![CDATA[meta]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Potreste scoprire di star seguendo Trump, il nuovo Presidente degli Stati Uniti, senza nemmeno saperlo o aver mai visitato la sua pagina. Possibile sì, e del tutto legale. Allo show delle elezioni di Trump, nolenti o volenti, abbiamo partecipato un po’ tutti. Bene, a quanto pare avremmo fatto anche di più, ma senza rendercene conto. [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Potreste scoprire di star seguendo Trump, il nuovo Presidente degli Stati Uniti, senza nemmeno saperlo o aver mai visitato la sua pagina. Possibile sì, e del tutto legale. </h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Allo show delle elezioni di Trump, nolenti o volenti, abbiamo partecipato un po’ tutti. Bene, a quanto pare avremmo fatto anche di più, ma senza rendercene conto. <br></p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Molte persone hanno scoperto di seguire l’account Instagram di Trump, contro la propria volontà. <br></h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Si è dato il via all’allarme e al complotto, proprio come all’America piace fare. Forti anche della presenza di Mark Zuckerberg all’evento. Il proprietario di Meta, il colosso a cui appartiene Instagram, era nelle prime file durante il grande evento americano. Le persone, quindi, hanno unito i puntini arrivando alla grande teoria del complotto tra la Casa Bianca e l’imprenditore. In realtà Zuckerberg (più o meno) non c’entra nulla e nemmeno Trump. <br><br>Sembrerebbe essere tutto normale e spiegabile. Gridando allo scandalo e alla violazione della privacy a così pieni polmoni si è riusciti a scomodare anche i grandi uffici di Meta, da cui è arrivata la spiegazione. <br><br></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="682" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_6872.jpeg" alt="" class="wp-image-32940" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_6872.jpeg 1024w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_6872-980x653.jpeg 980w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_6872-480x320.jpeg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 1024px, 100vw" /><figcaption class="wp-element-caption">Via Avvenire</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center"><br>Il direttore delle comunicazione di Meta ha raccontato di come sia tutto un grande fraintendimento. <br></h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Vi soiego meglio..gli account incriminati sono i profili Instagram di Trump e JD Vance, l’attuale vicepresidente degli Stati Uniti. Il fatto è questo: l’azienda, dopo l’insediamento di una nuova amministrazione presidenziale, adotta una prassi particolare. In questo processo gli account Facebook e Instagram della precedente amministrazione vengono archiviati e tutti i follower si spostano a quelli nuovi. I quali ora sono: @potus per Trump e @vp per Vance. <br></p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">In sostanza, Trump e Vance hanno ereditato i follower che prima del giuramento appartenevano ai profili istituzionali di Joe Biden e Kamala Harris. </h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Per voi ha senso? Per me non troppo, ma sono multinazionali, una spiegazione ce l’hanno sempre. (O forse ho guardato troppe volte “<em>The Social Network”</em>). Sicuramente non si tratta di un complotto e tantomeno di favoreggiamento, forse, ma vero è che l’azienda ha annunciato alcuni cambiamenti. Questi per riposizionarsi in vista dell’insediamento della nuova presidenza. Tra questi abbiamo l’abolizione del programma di <em>fact checking</em>, l’interruzione dei programmi di diversità, equità e inclusione e <em>dulcis in fundo</em> una ricomposizione del consiglio d’amministrazione dell’azienda. <br></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="1000" height="667" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_6869.webp" alt="" class="wp-image-32941" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_6869.webp 1000w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_6869-980x654.webp 980w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_6869-480x320.webp 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 1000px, 100vw" /><figcaption class="wp-element-caption">Via Variety</figcaption></figure>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><br>Ora, per quanto gli username dei due personaggi sembrino gli stessi del rapper emergenti che tutti abbiamo nel nostro quartiere, il loro significato spiega molto più facilmente questa incomprensione. <br></p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">POTUS, infatti, altro non è che l’abbreviazione per <em>President</em> <em>Of The United States. </em>VP per <em>Vice President. </em><br></h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Quindi, il nostro follow non ci è stato strappato dai nostri cari rappresentanti di partito, ma è rimasto lì dove stava. Questo perché non seguivamo la persone nello specifico, quanto piuttosto la carica istituzionale. Infatti, i profili rappresentano gli account ufficiali dell’amministrazione insediata nella Casa Bianca nell’attuale momento storico. I profili personali sono tutt’altra cosa. <br></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Insomma, morale della favola: non inquadrare Zuckerberg negli eventi importanti. Questo perché senza la presenza di uno dei titani dell’oligarchia tecnologica, forse non avremmo puntato il dito così velocemente contro Meta. O forse non sarebbe cambiato nulla e i fili della trama sarebbero stati tirati lo stesso a conclusione. <br><br></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_6870-1024x683.webp" alt="" class="wp-image-32942" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_6870-980x653.webp 980w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_6870-480x320.webp 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 1024px, 100vw" /><figcaption class="wp-element-caption"> Via Rolling Stones</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Nessun complotto: i profili ufficiali contano gli stessi follower di prima, cambiano solo il numero di post e di seguiti.<br></h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Ma Meta ci ha comunque messo lo zampino. Infatti, cercando l’hashtag #democrat, non compare niente se non la scritta “<em>abbiamo nascosto questi risultati” </em>perché, a quanto pare,“<em>potrebbero contenere contenuti sensibili”. </em>Questo ha fatto un po’ storcere il naso perché, guarda caso, è capitato proprio a pochissimi giorni dell’annuncio di Zuckerberg dell’eliminazione del programma di <em>fact checking</em> da tutti i sociali. Oltre che al successivo, presunto ancora, trasferimento del team di moderazione dei contenuti dalla California al Texas “<em>per isolarlo dai pregiudizi culturali”</em>.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="420" height="314" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_6876.webp" alt="" class="wp-image-32943" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_6876.webp 420w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_6876-300x224.webp 300w" sizes="(max-width: 420px) 100vw, 420px" /><figcaption class="wp-element-caption">Via The Economic Times</figcaption></figure>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><br>Di nuovo, però, arriva il dipartimento di comunicazione dell’azienda a calmare le acque e ci spiegano che si tratta di un errore che concerne vari hashtag e “<em>non sono quelli di sinistra”.</em> <br></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Tutto sommato mi è andata bene, mille volte meglio fare l’unfollow al profilo di Trump che vedersi ricomparire il segui sul profilo di “quell’ex”. Peccato però che nonostante molti smettono di seguirli, dopo pochi minuti si ritrovino di nuovo il profilo della presidenza nei seguiti. <br></p>



<p class="wp-block-paragraph"> </p>



<p class="wp-block-paragraph"><br></p>
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		<title>Filtri sospesi</title>
		<link>https://www.adlmag.it/2025/01/22/filtri-sospesi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Soba]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jan 2025 14:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[filtri di bellezza]]></category>
		<category><![CDATA[instagram]]></category>
		<category><![CDATA[meta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C&#8217;era un tempo in cui le cose erano vere. Distopia? no, semplicemente è arrivato Instagram, con i filtri. Dove i sorrisi si stampano a comando, i corpi brillano di perfezione artificiale e gli occhi riflettono colori che nessun tramonto reale ha mai visto. Un mondo nato non dal caso o dalla natura, ma dalla logica [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong>C&#8217;era un tempo in cui le cose erano vere. Distopia? no, semplicemente è arrivato Instagram, con i filtri. Dove i sorrisi si stampano a comando, i corpi brillano di perfezione artificiale e gli occhi riflettono colori che nessun tramonto reale ha mai visto.</strong></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Un mondo nato non dal caso o dalla natura, ma dalla logica spietata di un algoritmo e dalla magia ingannevole di un filtro. Oggi, quel castello di perfezione sembra iniziare a <strong>mostrare le sue crepe</strong>.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Meta, il colosso dietro Instagram, ha deciso di rimuovere i filtri di bellezza in alcune regioni per motivi legali e per le crescenti pressioni sul benessere psicologico degli utenti. E con questa decisione, inaspettata e improvvisa, <strong>la realtà è tornata a bussare alle porte</strong> di milioni di schermi. Ma come si reagisce quando l’illusione svanisce? Si festeggia la verità o si piange la perdita dell&#8217;inganno?</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong>L’era della perfezione artificiale</strong></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Per anni, i filtri sono stati la lente attraverso cui abbiamo osservato e giudicato noi stessi e gli altri. Un filtro per affinare il naso, un altro per gonfiare le labbra, uno per cancellare la stanchezza dagli occhi e poi, perché no, uno per trasformare l’intero volto in una maschera di seta senza pori, senza rughe, senza tempo. Era semplice: bastava un clic, un gesto rapido, per diventare migliori. </p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="800" height="382" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/01/filtri-insagram-effetti.jpg-copia.jpg" alt="" class="wp-image-32690" style="width:561px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/01/filtri-insagram-effetti.jpg-copia.jpg 800w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/01/filtri-insagram-effetti.jpg-copia-480x229.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 800px, 100vw" /></figure>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong>Ma migliori per chi? E per quale standard?</strong></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">In questo circo di artefatta perfezione, gli utenti avevano trovato una fuga. Non si trattava più di apparire, ma di esistere, esclusivamente, attraverso <a href="https://www.today.it/opinioni/filtri-instragram-meta-editoriale.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">l’apparenza.</a></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Poi, improvvisamente, tutto si è fermato. I filtri, che per molti erano diventati una seconda pelle, sono spariti. Niente più “Paris” o “Glow”, niente più illusioni rassicuranti. Solo il volto, crudo, reale, disarmante. Un volto che alcuni utenti non riconoscono più, poiché <strong>sepolto sotto strati di artificialità.</strong></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong>Il panico degli utenti</strong></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Il panico non si è fatto attendere. Sui social sono esplosi commenti, lamentele, accuse. <strong>“Come faccio a postare una foto adesso?”</strong> si chiede una ragazza, mentre un’altra confessa: “Non so più chi sono senza filtri. È come guardare un estraneo”. Alcuni hanno definito questa decisione un attacco alla loro libertà di espressione. Altri, più cinici, hanno parlato di ipocrisia: “Si preoccupano del nostro benessere, ma continuano a bombardare di pubblicità tossiche per prodotti dimagranti e chirurgia estetica”.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="900" height="367" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/01/180331464-10668931-a16c-4134-8753-8b6327941612.jpg" alt="" class="wp-image-32689" style="width:780px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/01/180331464-10668931-a16c-4134-8753-8b6327941612.jpg 900w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/01/180331464-10668931-a16c-4134-8753-8b6327941612-480x196.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 900px, 100vw" /></figure>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">C’è chi ha accolto la novità con sollievo, certo, ma sono voci isolate. La maggioranza sembra persa, smarrita, come se si fosse svegliata da un sogno dorato per ritrovarsi in una realtà che non sa più affrontare. E forse è proprio questo il punto:<strong> i filtri non erano solo un gioco, ma una dipendenza. </strong>Una droga che ci faceva sentire adeguati e ci dissociava dalla realtà. E ora che questa droga è stata tolta, l’astinenza si fa sentire con tutta la sua brutalità.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong>La verità che crea spavento</strong></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Ma perché questa reazione così intensa? Perché il ritorno alla realtà, che dovrebbe essere naturale, è vissuto come una condanna? Forse perché abbiamo passato troppo tempo a nasconderci. Nascondere i nostri difetti, le nostre insicurezze, le nostre imperfezioni. Abbiamo costruito <strong>un mondo di vetro</strong>, fragile, scintillante, in cui <strong>ogni riflesso era una bugia</strong>. E ora che quel vetro si è infranto, ci troviamo a fare i conti con noi stessi. Non più con la versione migliorata di noi, ma con ciò che siamo davvero.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">E qui si apre una domanda inquietante: siamo ancora capaci di accettare la verità? O siamo talmente assuefatti alla falsità da non poter più vivere senza di essa? Forse i filtri di Instagram non erano solo uno strumento, ma il simbolo di un’epoca, di <strong>una cultura che ha preferito la maschera al volto, la finzione alla realtà.</strong></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong>Un futuro no illusion?</strong></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Che cosa succederà ora? Il mondo cambierà davvero? Forse no. Forse troveremo altri modi per costruire nuove illusioni, nuove maschere. <strong>La tecnologia ci offre infinite possibilità</strong>, e l’uomo ha sempre saputo piegarla ai propri desideri. Ma forse, per qualcuno, questa potrebbe essere un’opportunità. Un’occasione per riscoprire il valore dell’autenticità, per accettare che la bellezza non è solo simmetria e perfezione, ma anche imperfezione, unicità, umanità.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="780" height="470" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/01/Meta-Logo-780x470-1.jpg" alt="" class="wp-image-32691" style="width:561px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/01/Meta-Logo-780x470-1.jpg 780w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/01/Meta-Logo-780x470-1-480x289.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 780px, 100vw" /></figure>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Sarà difficile, certo. Perché <strong>vivere senza filtri significa esporsi, mostrarsi, rischiare di essere giudicati.</strong> Ma significa anche liberarsi, abbracciare la propria verità. E forse, in un mondo così abituato alla finzione, questo è l’atto di ribellione più grande.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">E mentre i riflettori si spengono su questa vicenda, rimane un pensiero: se davvero siamo arrivati al punto di non poter vivere senza un filtro, allora forse <strong>il problema non è Instagram. Il problema siamo noi.</strong></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">E forse, per cambiare davvero, dovremmo iniziare a guardarci nello specchio, senza paura, senza filtri, e chiederci chi siamo. E chi vogliamo essere.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>By Millo &amp; Frank</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Photocredits: Pinterest</p>
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