Vi è una tragica, quasi perversa ironia hegeliana nel constatare come l’era dell’informazione totale. Che prometteva l’eternità dell’archivio e la democrazia del sapere, stia precipitando inesorabilmente verso la dittatura dell’oblio.
Non siamo più al cospetto di una mera “moderazione di contenuti” — locuzione che appartiene a un lessico burocratico ormai insufficiente a descrivere l’orrore del presente — bensì di una mutazione ontologica della sfera pubblica. La rete, da agorà promessa, si è trasfigurata in un panopticon inverso. Un dispositivo che non serve più solo a sorvegliare per punire, ma a far scomparire per pacificare.
Le evidenze emerse dall’inchiesta del The Guardian dell’11 dicembre scorso, relative alla sistematica epurazione operata da Meta contro le soggettività queer e i presidi di salute riproduttiva su scala globale, non vanno lette come incidenti di percorso o glitch tecnici. Esse rappresentano l’epifania di una nuova Weltanschauung corporativa: la sanitizzazione del dissenso. In questo scenario, l’oblio cessa di essere l’erosione naturale della memoria causata dal tempo per divenire techné. Uno strumento chirurgico di ingegneria sociale volto a espellere dal corpo digitale tutto ciò che è organico, conflittuale, viscerale e, dunque, autenticamente umano.
Fenomenologia della sparizione
Siamo testimoni di un’iconoclastia silenziosa e, proprio per questo, ancor più letale dei roghi di libri del secolo scorso. Il Leviatano di Menlo Park non necessita di fiamme spettacolari; la sua violenza è sottrattiva, asettica, invisibile. Colpendo entità vitali come la ONG olandese Women Help Women — che gestisce oltre 150.000 richieste di aiuto l’anno — o il collettivo colombiano Jacarandas, l’algoritmo compie un atto di pulizia etnica digitale. Rimuove le tracce della Zoe (la nuda vita, il sangue, la biologia dolente) per lasciare spazio solo a un simulacro levigato di esistenza.
L’aborto, la sessualità non normativa, la rivendicazione sul proprio corpo vengono rubricati come “oscenità” o violazioni della sicurezza non per errore, ma per un preciso disegno estetico. L’oblio deve inghiottire tutto ciò che turba la superficie specchiata e narcotizzante dello schermo. Il filosofo Jean Baudrillard, con profetica lungimiranza, aveva teorizzato l’avvento dell’iperreale, una condizione in cui la mappa precede e infine sostituisce il territorio. Oggi, quella profezia si compie con una crudeltà inaudita: se un’esperienza umana non è conforme agli “Standard della Community”. Essa perde il suo diritto ontologico ad esistere. L’oblio diviene così il garante di una realtà edulcorata, priva di asperità. Dove la sofferenza delle donne in Polonia, in Brasile o in Medio Oriente non deve giungere a turbare il sonno della ragione dell’utente-consumatore occidentale.
L’Inferno dell’uguale e la fobia dell’altro
È imperativo convocare qui il pensiero di Byung-Chul Han e la sua critica alla “società della positività”. Il digitale odierno si configura come un Inferno dell’Uguale, un ecosistema che nutre una repulsione atavica per la negatività dell’Altro. L’algoritmo è programmato per massimizzare il consenso, e il consenso predilige il conformismo. L’oblio, in questa logica, agisce come un sistema immunitario ipertrofico che attacca qualsiasi elemento estraneo — sia esso un corpo queer o una richiesta di aiuto medico — percepito come virus nel tessuto connettivo del feed.
Questa dinamica rivela una fragilità strutturale del tardo capitalismo: la sua incapacità di metabolizzare il reale quando questo si fa troppo denso. Mark Fisher, nel suo imprescindibile Realismo Capitalista, descriveva un sistema totalizzante capace di inglobare ogni estetica; tuttavia, Meta ci dimostra che esistono ancora nuclei di resistenza che il sistema non può digerire e che, pertanto, deve vomitare nell’oblio. La salute riproduttiva, con la sua ineludibile connessione alla carne, alla scelta e alla morte, è uno di questi nuclei indigeribili. Essa ricorda all’utente che egli è anche un corpo fragile, mortale e politico, infrangendo l’illusione di onnipotenza digitale che la Silicon Valley ci vende.
La neolingua e l’inversione semantica
L’aspetto forse più inquietante di questa fenomenologia risiede nella manipolazione linguistica, degna del Ministero della Verità. Giustificare la rimozione di account umanitari con l’accusa di violazione della policy sulla “Human Exploitation” (Sfruttamento Umano) costituisce un capolavoro di neolingua orwelliana. Siamo di fronte a un’inversione semantica radicale: la cura diviene abuso, la solidarietà diviene crimine, l’informazione diviene pericolo.
L’oblio non si limita a cancellare il dato; esso riscrive le coordinate etiche del mondo, imponendo una morale puritana, decontestualizzata e statunitense che cancella le specificità culturali in nome di una “sicurezza” astratta e paternalistica. Le attiviste si trovano così intrappolate in una macchina burocratica kafkiana, un tribunale senza giudici dove le sentenze sono emesse da codici binari e dove l’appello è una chimera. Gli incontri a porte chiuse descritti dal Guardian, in cui Meta invita le organizzazioni al dialogo vietando però di “sollevare critiche”, sono la rappresentazione plastica di un potere che non accetta dialettica, ma solo sottomissione.
Il colonialismo dell’inconscio
Dobbiamo avere l’audacia intellettuale di nominare questo fenomeno per ciò che è: una forma di colonialismo biopolitico. Le idiosincrasie morali, le nevrosi religiose e le agende politiche della Silicon Valley vengono esportate globalmente via cavo, divenendo legge marziale per culture millenarie. Quando l’algoritmo decide che un’illustrazione artistica sulla sessualità araba (come nel caso di The Sex Talk Arabic) è “pornografia”, esso sta compiendo un atto di violenza epistemica.
L’oblio diviene lo strumento per imporre una monocultura piatta, in cui il corpo è tollerato solo se mercificato e reso docile, mai se politicizzato o liberato. Questa asepsi forzata, questa rimozione chirurgica del “brutto” e del “complesso”, genera quella che Günther Anders definiva “vergogna prometeica”: l’inadeguatezza dell’uomo di fronte alla perfezione delle sue macchine. I nostri corpi imperfetti, bisognosi di aborti, di cure, di sesso non riproduttivo, sono un insulto alla purezza del codice. E dunque, per la logica della macchina, meritano l’oblio.
La tecnica del shadow-banning, l’invisibilità non dichiarata, rappresenta l’apice di questa tortura psicologica. È un oblio omeopatico, somministrato goccia a goccia. Il soggetto politico continua a parlare, convinto di abitare lo spazio pubblico, mentre in realtà è già stato murato vivo in una cella di isolamento acustico. È la morte sociale che precede quella fisica, la riduzione dell’individuo a monade solipsistica incapace di tessere legami di solidarietà.
La memoria come atto insurrezionale
Di fronte a tale scenario, la rassegnazione o il cinismo non sono opzioni contemplabili. Se il potere si manifesta attraverso la cancellazione, la resistenza deve manifestarsi attraverso l’ostinazione della memoria. Non una memoria nostalgica, da museo, bensì una memoria militante. Dobbiamo rifiutare la pace armata degli schermi che ci offrono intrattenimento in cambio di silenzio. Dobbiamo rivendicare il diritto alla nostra complessità, alla nostra “sporcizia” ontologica, contro l’igiene mortifera dell’algoritmo.
L’oblio che oggi inghiotte i diritti delle donne e delle minoranze è il presagio di un futuro in cui l’umano sarà tollerato solo come dato statistico funzionale al profitto. Opporsi a questa deriva significa riaffermare il primato del Bios sulla tecnica, della carne sul silicio. In questo inverno dello spirito, l’unico imperativo categorico che ci resta è quello di non dimenticare, di trasformare ogni atto di censura in un monumento alla verità negata. Poiché, come scrisse Milan Kundera nel suo capolavoro Il libro del riso e dell’oblio, consegnandoci l’arma definitiva contro ogni totalitarismo, sia esso politico o digitale:
«La lotta dell’uomo contro il potere è la lotta della memoria contro l’oblio.»


