Privacy: cosa fare quando il Grande Fratello siamo noi

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Da privato a pubblico, la privacy nell’era dell’AI è riuscita a vivere uno dei suoi maggori momenti di crisi. Ecco come siamo diventati i venditori dei nostri dati involontariamente (o quasi).

Ammetto che parlare di privacy nel 2026 mi scoccia quasi un pochino. Così come la saddle di Dior e qualsiasi altra cosa iper-attenzionata, mi sembra che la parola perda totalmente d’effetto e diventi un borbottio quasi di sottofondo in ogni conversazione.

Il concetto di privacy risale addirittura al 1890 e fino a oggi ha subito tantissimi cambiamenti, diventando i la terza parola più imparata dai bambini nei primi mesi di vita.

Quando compare la prima fotocamera portatile della Kodak e i giornali scandalistici presero piede, le persone, ora che potevano essere fotografare per strada senza consenso e con consguente rapida pubblicazione, iniziarono a reclamare “il diritto di essere lasciate in pace”. Così come descritto nella pietra miliare “The Right to Privacy”.

La preoccupazione per la privacy nell’ambito tecnologico non è apparsa dal nulla, ma si è intensificata attraverso tre grandi avvenimenti.

Comparsa appunto alla fine ‘800, vide un secondo cambiamento negli anni ’60 con la nascita dei primi computer governativi e una massiccia ansia per la raccolta e l’archiviazione dei dati personali. Negli anni ’90 si arriva invece a un problema di tracciamento in tempo reale.

Photo via Marketing Freaks

Nel 1994 nascono i cookie, negli anni 2000 arrivano i Social Network ed è in questo momento che le cose cambiano definitivamente. La privacy si trasforma in concetto dinamico e partecipativo. Siamo proprio noi a condividere con piacere dati e contenuti e il problema del consenso viene immediatamente risolto (in parte). Compare però velocemente quello della vendita dei dati a terzi, assieme alla profilazione algoritimica. Quella cosetta per cui se io oggi guardo per sbaglio l’annuncio di un paio di pantaloni il giorno dopo mi ritrovo il telefono invaso da modelli e colori in quantità improponibili.

Nel 2026 “privacy” diventa l’atto di autoderminazione informativa: la facoltà di decidere chi, come, quando e per quali scopi si può raccogliere, elaborare o visualizzare i nostri dati.

Nel 2021 Meta arriva sul mercato con un’oggetto che ha consacrato il concetto di privacy come l’argomento più chiacchierato del secolo. I Ray-Ban Meta diventano gli occhiali più desiderati del momento con una fotocamera dotata di un piccolo LED frontale che segnala la registrazione. La caratteristica centrale è la possibilità di scattare foto e girare video in verticale a 1080p dal proprio punto di vista esatto, senza dover tirare fuori il proprio cellulare dalla tasca.

Il primo modello permetteva di inviare rapidamente foto e clip sia su Instagram che Whatsapp. Il secondo, uscito nel 2023, ha eliminato perfino questa “scomoda azione” permettendo di trasmettere in diretta streaming su Instagram o Facebook fino a 30 minuti, facendoci vivere la vita di qualcun altro in tempo reale.

Sport, concerti, ricette. Questi occhiali permettono di registrare la realtà senza nessun tipo di ingombro, nemmeno quello degli occhi e della prima persona.

Insomma, una sorta di POV più reale che mai. Cioè, senza “sorta”, è letteralmente questo.

Photo via Rayban Meta

I limiti e le criticità ci hanno messo poco a venire a galla, come era semplice immaginare. L’ultima inchiesta è arrivata dallo scandalo causato da un’indagine di un quotidiano svedese, il quale ha svelato che Meta impiega anziende terze per il processo di data annotation. Ossia: centinaia di lavoratori in Kenya revisionano manualmente immagini e video inviati dagli occhiali per etichettare oggetti e addestrare software AI su cosa è un calzino e cosa no.

Il problema, come se il fatto in sé non fosse sufficiente, è che gli annotatori umani hanno riferito di aver dovuto visionare e analizzare materiale decisamente privato inviato dagli utenti spesso involontariamente. Home banking con dati sensibili, persone completamente nude, momenti initimi e perfino atti sessuali.

Gli utenti non erano chiaramente informati del fatto che i loro scatti interattivi potessero essere esaminati fisicamente da esseri umani dall’altra parte del mondo.

Photo via Automation Tecnhology – Editoriale Delfino

Ora, sembrerebbe che i dispositivi non è che registrino continuamente anche da spenti, ma la sensibilità del microfono e della fotocamera è così alta che spesso molti utenti attivano l’assistente o la registrazione senza nemmeno accorgersene. Quindi, magari, ti trovi al ristorante con la nuova conquista, la serata va bene e qualcuno dall’altro capo del mondo ti manda un grosso in bocca al lupo per il dopo serata che potenzialmente potrebbe dover vedere e perfino analizzare.

Subito dopo la pubblicazione dell’inchiesta svedese sono tantissimi i clienti che, acquistati i Ray-Ban Meta, hanno depositato una serie di class action per pubblicità ingannevole e violazione della famosissima privacy. Questo perchè il messaggio pubblicitario con cui gli occhiali sono accompaganti è letteramente “designed for privacy, controlled by you”, neanche a farlo apposta (forse).

L’utente passa da consumatore a risorsa di addestramento. L’occhiale come libro e noi come la lezione da impararare per il software che deve diventare intelligente, in un modo o in un altro.

Photo via Isabel Hettinger

I modelli di intelligenza artificiale per diventare efficienti hanno bisogno di volumi massicci di dati reali per capire il contesto, la luce, la prospettiva umana e anche gli oggetti quotidiani. Indossando gli occhiali noi diamo gratuitamento gli elementi necessari per un corso intensivo sulla realtà, girando video e scattando foto.

L’hardware si mimetizza con gli oggetti di uso comune e chiunque circondi chi lo indossa diventa parte integrante del dataset senza aver nemmeno dato il consenso e trasformando lo spazio pubblico e privato, assieme ai propri momenti intimi, in un ambiente di costante acquisizione di dati.

La passeggiata sul lago diventa così il campo di addestramento di un’intelligenza artificiale che inizia a capire che non è tanto il caldo quanto l’umidità e che dare da mangiare alle papere è un atto sanzionabile, ma si può fare lo stesso.

Buone notizie però: nell’Unione Europea le persone possono inviare una richiesta formale di opposizione tramite il centro sulla privacy di Meta.

Esiste un form di Opt-Out per l’addestramento AI che vincola l’azienda a non usare i nostri dati pubblici e le immagini di noi stessi per addestrare i modelli di intelligenza artificiale. La cosa simpatica, ma non troppo, è che questo modulo sembra impossibile da trovare. Diversi utenti hanno segnalato che il form non è dove si dovrebbe trovare e alcuni hanno addirittura avuto la necessità di un tutorial per arrivarci. Altri sostengono che ci fosse un tempo massimo in cui poter dichiarare a Meta i propri sentimenti verso l’AI training e che sia passato da un pezzo. Guardandola da fuori sembra una simpatica e curiosa coincidenza.

Insomma, siamo noi che dobbiamo rimuoverci dal mercato, lo stesso in cui ci siamo messi. Siamo noi che produciamo fisicamente la materia prima che cancella la nostra privacy.

Se George Orwell ipotizzava un’entità potente che ci spia a nostra insaputa, oggi non saprebbe dire con precisione quale forma ha preso quest’entità. Siamo noi che acquistando un paio di occhiali trasformiamo una dichiarazione d’amore in un flusso di dati digitali.

Photo via Pinterest

La sorveglianza non si impone dall’alto con la forza, ma viene desiderata e pagata dall’utente stesso in cambio di connessione, comodità o intrattenimento.

Diventiamo dei veri e propri promuser (produttore + consumatore), i cameraman della nostra stessa sorveglianza. L’occhio del Grande Fratello nella nostra vita. Tutto questo senza compenso, consenso e per conto delle piattaforme.

Il pubblico e il privato perdono completamente i propri confini e siamo ancora noi a dissolvere dall’interno la barriera dell’inviolabilità privata. La camera da letto, la banca o il supermercato smettono di essere un semplice luogo e diventano una stazione di trasmissione dati. Finiremo per fare rivoluzioni per essere pagati per il nostro lavoro, ma dubito che avverranno per smettere di essere sfruttati.