Odissea, gli italiani dimenticano Omero

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 Sette su dieci non conoscono davvero il viaggio di Ulisse

Tra miti riscritti dalla cultura pop e ricordi scolastici sempre più sfocati, l’epica che ha fondato la letteratura occidentale rischia di sopravvivere soltanto nelle sue versioni più semplificate.

Se vi chiedessero chi ha scritto l’Odissea, rispondereste Omero senza pensarci due volte?

La domanda sembra quasi offensiva. Eppure, secondo i dati, non lo è affatto.

In un Paese che ha costruito parte della propria identità culturale sui classici, oltre la metà degli italiani attribuisce il poema a Virgilio. Le Sirene hanno la coda di pesce, Penelope lavora ai ferri, Ulisse parte per il gusto dell’avventura e il Cavallo di Troia occupa il centro della narrazione. Tutto vero. Anzi, tutto falso.

Il problema non è aver dimenticato una lezione del liceo. Il problema è un altro: abbiamo sostituito Omero con la sua versione pop.

È il ritratto che emerge dall’indagine realizzata da Libreriamo, secondo cui oltre sette italiani su dieci dimostrano una conoscenza incompleta o distorta dell’Odissea e del mondo omerico. Un dato che arriva proprio mentre il poema vive una nuova stagione di popolarità, riportato al centro dell’immaginario collettivo dal cinema e dalle continue reinterpretazioni contemporanee.

L’Odissea che ricordiamo non è quella che abbiamo letto

Il dato più sorprendente riguarda proprio la paternità dell’opera: il 52% degli intervistati attribuisce l’Odissea a Virgilio, confondendo due autori, due epoche e due opere che hanno scritto la storia della letteratura in modo profondamente diverso.

Ma gli errori non finiscono qui.

Per il 91% degli italiani le Sirene sono creature metà donna e metà pesce. L’immagine è ormai così radicata da sembrare naturale, quando nell’universo omerico erano esseri metà donna e metà uccello. Non è una semplice svista: è il segno di come fiabe, film e cultura pop abbiano progressivamente riscritto il nostro immaginario.

Ulisse non cercava nuovi mondi

Tra gli equivoci più diffusi c’è anche quello che riguarda il protagonista.

Quasi l’80% degli italiani è convinto che Ulisse navighi spinto dalla curiosità e dalla voglia di superare i limiti dell’uomo. È l’Ulisse di Dante, diventato ormai patrimonio della cultura contemporanea.

L’eroe di Omero, invece, è molto più umano. Non sogna l’ignoto. Vuole soltanto tornare a Itaca. Ogni mostro affrontato, ogni tempesta, ogni deviazione rappresentano un ostacolo che lo allontana dalla sua casa, non un’avventura da inseguire. Ed è proprio questa ostinata ricerca del ritorno a rendere l’Odissea uno dei racconti più universali mai scritti.

Quando il mito diventa un ricordo deformato

Penelope non sferruzza con ferri e gomitoli, ma tesse al telaio il sudario di Laerte. Scilla e Cariddi non sono due isole né due maghe rivali, mentre Telemaco non è il bambino indifeso che molti ricordano, bensì un giovane uomo che affronta il proprio viaggio di formazione e combatte al fianco del padre.

Sono dettagli, certo. Ma sono proprio i dettagli a raccontare quanto un’opera venga davvero conosciuta o semplicemente ricordata per sentito dire.

Forse il problema non è la memoria, ma il modo in cui leggiamo

L’Odissea continua a essere ovunque. La troviamo al cinema, nelle serie televisive, nei videogiochi, nella pubblicità e perfino nel linguaggio quotidiano.

Eppure raramente torniamo al testo.

Preferiamo la sua eco, la sua reinterpretazione, il suo riflesso. È un meccanismo naturale, ma anche pericoloso: quando l’originale scompare, rimane soltanto un insieme di immagini che finiscono per sembrare vere solo perché ripetute abbastanza volte.

Forse è proprio questo il messaggio più interessante che emerge dall’indagine di Libreriamo. Non serve ricordare ogni personaggio o ogni episodio del poema. Serve, piuttosto, recuperare il piacere di leggere quelle pagine che continuano, dopo quasi tremila anni, a raccontare molto più di un semplice viaggio.

Perché l’Odissea non parla soltanto di Ulisse. Parla di noi. Del desiderio di partire, della fatica di resistere e, soprattutto, del bisogno di trovare un luogo che continuiamo ostinatamente a chiamare casa.

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