New York torna a far rumore: il recap della settimana della moda americana per la stagione Primavera/Estate 2027
Quello che succede a New York rimane a New York. Sembrava essere questa la regola, stile Fight Club, alla quale la settimana della moda americana aveva finito per attenersi nelle ultime stagioni. Con calendari sempre più snelli, ovattata e sommessa, la NYFW fungeva ormai quasi solo da ponte d’accesso tramite il quale attraversare l’oceano e arrivare alle reali destinazioni: Milano e Parigi, le due capitali capaci di inanellare una successione di appuntamenti abbastanza serrata da tenere alta l’attenzione e frenetico il ritmo. Il sogno americano era diventato tale nel senso più letterale del termine: dormiente.
Sarà l’effetto della Primavera-Estate, sarà che il sonno si è fatto più leggero. Sta di fatto che la New York Fashion Week è ora tornata al centro. Come punto di partenza per il fashion month, certo, ma anche come nuova asticella: quella con cui da qui in avanti toccherà misurare le settimane della moda a venire.
Qualcosa, sulla East Coast, ha ricominciato a muoversi. Dai grandi nomi che hanno scritto la storia delle passerelle newyorkesi agli emergenti, passando per tutto ciò che ha riportato la città nel vivo della conversazione: ecco cosa resta della New York Fashion Week Primavera/Estate 2027.
“Una questione di linguaggio del corpo”: Henry Zankov debutta in Diane von Furstenberg
Ad inaugurare la New York Fashion Week è stato il debutto Henry Zankov alla guida di Diane von Furstenberg. Ritorno particolarmente significativo per lo stilista, che aveva già lavorato per la maison sotto la direzione creativa di Jonathan Saunders. Zankov entra nell’archivio DVF munito del proprio vocabolario per decifrarlo: tonalità squillanti e stampe multiformi si fondono alla tipica disinvoltura sensuale che da sempre definisce il marchio. Il risultato è una conversazione tra due linguaggi diversi che, più che scontrarsi, sembrano riconoscersi nelle proprie divergenze.



Tommy Hilfiger: tenere alta la bandiera dell’american prep
Se c’è qualcuno che questa stagione ha saputo tenere alta la bandiera della New York Fashion Week, quel qualcuno è Tommy Hilfiger. Perché, prima ancora, ha saputo tenere alta la propria. Letteralmente. Presentata al Plaza Hotel, dove lo stilista ha vissuto per anni con la famiglia, la collezione Primavera/Estate 2027 ha rimesso in scena tutti i codici dell’american prep che hanno contribuito a costruire l’identità del marchio. Polo da rugby, righe, tartan, giacche dai tagli Ivy League, colletti alzati, cappellini e pantaloni chino. Il tutto ridisegnato tramite alti e bassi di proporzioni, e animato, naturalmente, dal tricolore rosso, bianco e blu della bandiera Tommy.



Il pezzo forte, però, non è arrivato dall’archivio stilistico del marchio. Bensì, da quello pubblicitario – direttamente dalla Times Square degli anni ’80. Nel 1985 Tommy Hilfiger era ancora un giovane designer freelance con un’idea precisa: costruire un brand che potesse competere con i grandi nomi della moda americana. Per farlo si rivolse a George Lois, uno degli art director più celebri dell’epoca, investendo 200 mila dollari in una campagna pubblicitaria tanto semplice quanto spregiudicata. Un enorme cartellone presentava quattro nomi da indovinare, come in una sorta di gioco dell’impiccato. Ralph Lauren, Perry Ellis, Calvin Klein e, per ultimo, Tommy Hilfiger. I primi tre erano immediatamente riconoscibili. L’ultimo no. In fondo al manifesto, il logo e una frase rendevano esplicita la provocazione: Hilfiger era – per il momento – il meno conosciuto dei quattro.

Quella stessa pubblicità è riapparsa, quarantuno anni dopo, stampata su un lungo abito bianco di seta. Il riferimento all’iconico billboard non è dunque un semplice esercizio di nostalgia, ma l’esatto momento in cui Hilfiger trasforma la propria storia in materia di collezione. Indossabile o meno, il colpo è riuscitissimo.

L’esercizio di ripetitività minimalista di Calvin Klein Collection
“Minimalismo” è forse la parola più abusata dell’intero sistema moda. Basta che una maglia perda i colori, che un abito si spogli delle proprie forme, che gli accessori scarseggino ed ecco che tutto, in un batter d’occhio, diventa minimalista. E poi, di conseguenza, eterno. Tanto depurato da valere sempre.
Il gioco di Veronica Leoni per Calvin Klein Collection sembra essere proprio questo. Costruire, quasi architettonicamente, silhouette talmente precise da non avere bisogno di aggiunte. E mentre c’è chi pensa che spogliare, eliminare, ridurre all’essenza sia facile, il lavoro di Leoni dimostra tutto il contrario. Rimanere così profondamente riconoscibili attraverso un esercizio di sottrazione, facendo dell’assenza di decorazioni il fulcro stesso della collezione, richiede coraggio.


Una palette quasi muta, interrotta da qualche picco di elettricità; abiti a canotta, trasparenze opache, pantaloni morbidi e blazer semplici, ma ineludibili. Capi che si impongono attraverso la precisone, non l’eccesso. La collezione, ispirata a Georgia O’Keeffe e a Teyana Taylor, diventa così un’ode alla ripetitività. Che forse, oggi, è la vera novità.


Moda che si guarda, si sente, ma soprattutto, si tocca: la texture come protagonista
A New York la texture è stata la vera protagonista di tre collezioni apparentemente lontane, ma accomunate dalla stessa necessità: riportare gli abiti alla loro dimensione più fisica. Quella che, passando per lo sguardo, cerca di rendere l’idea del tatto. Da Monse la frangia è diventata movimento, superficie e ricamo. Da Simkhai, la pelle ha subito le più elaborate alterazioni, con finiture lucide dall’effetto quasi gommoso che sembrano chiedere di esser toccate. Infine Area, con il suo abbagliante eccesso: abiti metallici sfrangiati nelle più svariate maniere, nati da un tessuto di paillettes lavorato prima ancora che queste vengano forate. Strisce sottili, rigide, attillate, sinuose, rese frisé. La materia di costruzione costituisce l’intero look.



Bring back shame: Conner Ives across the pond
A New York ci è tornato passando da Londra. Conner Ives, nato nella contea di Westchester ma formatosi alla Central Saint Martins, ha scelto la sua città d’origine per il debutto ufficiale alla NYFW con Across the Pond: un titolo che racconta già tutta la collezione. Da una parte l’America del rugby, degli slogan, del glamour della società; dall’altra l’eleganza britannica e il rigore sartoriale di Savile Row, insieme a quella libertà di ricomporre il vintage che ha definito il percorso londinese del designer. Due sponde in collisione.


È con una T-shirt, tuttavia, che il discorso si fa pungente. Bring Back Shame, indossata in passerella da Hari Nef, è lo slogan che Ives sceglie per interrogare un’America in cui il concetto di vergogna sembra sfumare sempre di più. O meglio, quasi sparire. La collezione guarda all’America attraverso la distanza di chi è stato oltreoceano. Lo dicono le forme, i colori, i riferimenti. La maglia, invece, guarda più da vicino. E lo fa con una frase che, più che decorare una T-shirt o sollevare una domanda, sembra voler provocare una risposta.

Autocelebrazione e metamorfosi, Carolina Herrera e Thom Browne
Per il 45° anniversario della maison Carolina Herrera, Wes Gordon è tornato là dove tutto era cominciato, trasformando il David H. Koch Theater in una Park Avenue fiorita da quasi trentamila tulipani gialli. In passerella tornano i codici Herrera (la camicia bianca, i pois, le ruches, le silhouette da uptown), e in passerella sfila il ritratto della fondatrice realizzato da Andy Warhol in versione abito.
Arriva infine Thom Browne, alla cui Spring/Summer 2027 è affidato il compito di chiudere in grande la New York Fashion Week. Browne, da sempre, sostiene l’impiego come pochi altri riuscirebbero. La passerella diventa un grande giardino abitato da insetti, dove una gigantesca crisalide annuncia la propria metamorfosi. Api, libellule, farfalle e coccinelle si posano su tweed e tagli sartoriali tipici della maison. Le silhouette prendono la forma di corazze, ali e strutture organiche, fino a trasformare il rigoroso tailoring di Browne in qualcosa di quasi entomologico. Il riferimento è A Bug’s Life, ma il gioco è tutto nella trasformazione: anche il linguaggio più riconoscibile può cambiare pelle senza smettere di essere sé stesso.


Foto: Vogue, The Impression


