Esiste un doppio standard anche tra chi parla troppo e chi troppo poco, una discriminazione talmente grande da modificare il nostro destino partendo già dai primi anni di scuola.
Perchè a chi risulta più spigliato non si recrimina nulla, mentre a chi piace restare sulle sue si chiede di aprirsi un po’ di più? Non è che esiste un doppio standard tra estroversi e introversi?
Quello che descriveremmo come un “tratto della personalità” o un modo di essere di qualcuno è in realtà un qualcosa che risulta profondamente intrecciato con le strutture sociali, i valori culturali dominanti e i rapporti di potere che si trovano nelle istituzioni.
La saggista Susan Cain ha parlato di “ideale dell’estroversione”.

Si tratta di un bias culturale sistematico che porta a considerare l’estroversione come la norma corretta e desiderabile. Così l’introverso diventa una persona che devia dalla normalità, la sua introversione un qualcosa da correggere.
Era esattemente quello che mi immaginavo di trovare. Questo perchè quello che ho notato nella mia cerchia di amici, ma anche semplicemente a lavoro, sono degli atteggiamenti che hanno istillato il dubbio di un possibile doppio standard. Se una persona introversa non si adatta ai ritmi del gruppo gli viene spesso chiesto perchè è così silenziosa o se tutto va bene. Ma non ricordo di aver mai sentito chiedere a un estroverso “ma perchè parli continuamente?”. È chiaro: quello che deve cambiare è sempre l’introverso.
In ambito lavorativo i colloqui di selezione, il brainstorming di gruppo e gli uffici open space sono progettati da estroversi per estroversi.
Eppure rimanere sulle sue non è nulla di così scandaloso, ma possibile che proprio non riusciamo a farcene una ragione?
Basta anche solo pensare a come vengono definiti gli atteggiamenti delle persone più introverse. Sei una persona che ha bisogno di spazio? “Asociale, depresso”. Parli poco e ascolti molto? “Snob, insicuro. Oppure, sei una persona che riflette prima di agire? “Indeciso, lento”.
Ora, nello spiegare questa differenza non vorrei ritornare su quello che sembra il grande perchè dietro a tutti i problemi della mdoernità, ma anche qui il capitalismo trova il suo spazio.
L’estroversione è stata mercificata: networking, personal branding e visibilita costante sono le chiavi del successo.

Chi possiede delle competenze relazionali estroversi possiede automaticamente una forma superiore di capitale sociale. Quindi l’introverso che magari coltiva meno legami, ma decisamente più profondi risulta svantaggiato in un sistema che premia la quantità delle relazioni. Si tratta di un vero e proprio pregiudizio strutturale che obbliga molti introversi a indossare una maschera performativa per essere accettati e valorizzati. Questo però con un costo emotivo e di energia altissimo.
Ebbene sì, si parla proprio di pregiudizio. Questo perchè non si tratta più di una preferenza o una simpatia di qualcuno, ma di istituzioni e norme sociali che sono costruite proprio per favorire una tipologia di persona a discapito di un’altra. Questo avviene in quanto esiste un’idea di normalità in cui le strutture sociali assumono che l’individuo standard sia colui che trae energia dall’interazione.
Ritornando all’esempio dell’open space, ci rendiamo conto che non si tratta solo di ottimizzazione degli spazi, ma della manifestazione fisica di un’ideologia che impone la visibilità costante e l’interazione forzata. Per una persona introversa questo è un tipo di ambiente che, oltre che fastidioso, risulta in un ostacolo strutturale alla produttività che non affligge invece i colleghi estroversi.
La società vuole una performance di disponibilità costante e nell’economia dell’attenzione il valore di un individuo è spesso correlato alla sua capacità di occupare spazio.

Questo perchè esiste, anche qui, un altro bias secondo cui chi parla di più in un gruppo viene automaticamente percepito come più intelligente o competente, quando magari non ha mai letto un libro. Quello che fa è semplicemente parlare tantissimo. Questo però alla società non importa, la struttura premia la segnalazione della competenza piuttosto che la competenza stessa.
Prima di arrivare nel mondo del lavoro, questo meccanismo nasce prima di tutto a scuola. In molti contesti educativi il silenzio viene difatti sanzionato e la valutazione accademica include la partecipazione in aula, senza però offrire strumenti alternativi. In questo modo nasce una prima discriminazione basata sull’elaborazione interna, un qualcosa di estremamente personale. Chi quindi riflette in silenzio o semplicemente elabora le informazioni prima di parlare viene etichettato come “passivo” o “impreparato” ignorando completamente la componente individuale.
La norma è diventata l’individuo in grado di imporsi nello spazio pubblico, plasmando le istituzioni anche economiche e politiche.

Finché sugli articoli di giornale leggiamo “come da introverso puoi imparare a parlare in pubblico o a fare networking” chiediamo a chi non rientra nella categoria di estroverso di adattarsi al sistema, volente o nolente. Anche perchè altrimenti non ci si potrebbe inserire nel modo corretto nel sistema, a detta delle istituzioni.
Alexa, cerca su Google “come far capire alle istituzioni che il silenzio, l’ascolto e la riflessione profonda non sono assenza di capacità, ma forme diverse di presenza e di valore”…niente, sta ancora caricando la pagina.


