Ogni volta che mettiamo un video sui social la probabilità di ottenere commenti negativi ci sembra sempre più alta di quelli positivi, ma perchè ci odiamo così?
Io adoro i social. Se passassi almeno un quinti del tempo che passo a scorrere video stupidi e post divertenti in almeno un’attività come, che ne so, il giardinaggio, oggi avrei le abilità del giardiniere di Versailles. E invece no, il rilascio di dopamina che ricevo da un video meme troppo stupido ha un appeal così forte su di me da superare qualsiasi mania di grandezza nel mondo delle piante. Una cosa che però ho notato è l’ingente numero di commenti negativi sotto i post, di qualsiasi tipo. Perchè trovi un video divertente e invece di goderti la battuta, anche se magari sai che descrive una situazione estremizzata, non ridi e passi avanti ma decidi di lasciare un commento negativo?
Ma perchè ci odiamo così tanto?

È una cosa che mi sto chiedendo da giorni, settimane anzi. Per questo ho deciso di indagare un po’ e darmi una spiegazione, così da riuscire a pensare 5 secondi prima di rispondere a certi commenti con “ma scusa, esattamente che problemi hai?”. Ma non con cattiveria, ma con l’interesse sincero di chi non ha capito che problemi hanno queste persone.
La prima cosa che possiamo prendere in considerazione è l’effetto disinibizione che l’online ci dà. Nello spazio virtuale il controllo sociale che percepiamo quando ci troviamo faccia a faccia con qualcuno è minore, non guardando l’altro l’empatia viene meno. Non c’è feedback non verbale, come un volto triste e ferito, e così deumanizzare l’interlocutore è molto semplice e il commento negativo parte in un secondo.
Online è molto più semplice lanciare la pietra e nascondere la mano, senza subire conseguenze.
Non ti vedo e sicuramente non verrai a dirmi nulla dopo che ti lascio un commento che non ti piace, se proprio proprio voglio essere sicuro posso pure bloccarti, così ti “sgancio” il mio odio e nulla può tornarmi indietro. Facile così, eh?
C’è poi il fattore della frustrazione, quello che mi lascia andare a letto serena sapendo che chi commenta con odio è perchè solo odio ha in mano. Si parla di frustrazione relativa causata dal vedere vite apparentemente perfette, successi e ricchezze altrui generando un senso di inadeguatezza. Quindi il commento negativo diventa un meccanismo di difesa per abbassare l’altro e ristabilire in noi un certo equilibrio psicologico. Equilibrio che poi, nella vita vera, non c’è veramente, fattene una ragione @user464738.
Attaccare qualcuno che ha visibilità può essere un modo distorto per cercare approvazione dai propri simili.

Infatti dietro a un commento negativo c’è sempre quella speranza di trovare persone che la pensano come loro, che vogliono criticare ancora più aspramente e avere quindi così la conferma che qualunque cosa accada non è solo colpa loro. Questo perchè la folla online agisce con una coscienza collettiva diversa da quella dei singoli individui. Se un post ha già molti commenti negativi, l’utente è psicologicamente più propenso ad aggiungerne un altro, così che la responsabilità individuale si diluisca nella massa.
E poi c’è la scoperta più terribile: i social ci vogliono cattivi, l’odio fa share. O meglio, gli algoritmi non sono programmati per distinguere un’interazione positiva da una negativa, ma riconoscono solo l’intensità.
Le piattaforme social non sono neutrali, il loro modello è basato sul tempo di permanenza e quindi i loro algoritmi premiano qualsiasi contenuto che generi forti reazioni emotive. La rabbia e l’indignazione sono le emozioni che viaggiano più velocemente e creano più interazione.
Proprio per questo capita di trovare creator che pur di essere visibili sono spinti a usare toni estremi o provocatori, perchè l’algoritmo interpreta il video come estremamente rilevante per l’alto numero di commenti e condivisioni, se poi sono di cattivo gusto non importa.
L’engagement della rabbia è uno dei pilastri del funzionamento economico dei social media moderni.
L’emozione distruttiva è stata trasformata in una merce di valore, proprio perchè la rabbia è il carburante permetto per le piattaforme.

Alcuni studi di scienza dei dati hanno dimostrato che la rabbia si diffonde più velocemente e più ampiamente rispetto alla gioia o alla tristezza. Questo perchè è un’emozione ad “alto arousal” e ci spinge all’azione immediata.vedi qualcosa che ti indigna, il tuo cervello reagisce prima della corteccia prefrontale e senti il bisogno di commentare, condividere o “correggere” l’altro.
Questo anche perchè in rete l’indignazione è diventata un prodotto a basso costo. Un tempo, arrabbiarsi per un’ingiustizia richiedeva uno sforzo fisco o sociale, ora basta lasciare un commento, condividere. Questa indignazione facile, permette una gratificazione dopaminergica immediata, svuotando però anche il dibattito pubblico di vera sostanza critica.
L’uomo è quindi diventato più cattivo?
Sì e no. Rispondere a questa domanda sarebbe come chiedersi chi nasce prima tra l’uovo e la gallina, ma quello che possiamo dire è l’ambiente digitale esaspera tratti latenti della nostra psicologia sociale, eliminando i freni inibitori e trasformando il conflitto in una metrica di profitto. L’uomo più che altro è diventato più potente nel comunicare i suoi impulsi peggiori. Se prima il commento negativo rimaneva tra le mura di un bar, oggi ha una portata globale e viene amplificato dagli algoritmi, strumenti che non hanno morale, ma solo obbiettivi di profitto.


