Wimbledon mette gli influencer fuori campo

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Wimbledon mette un limite agli influencer. Dopo il caos degli US Open, a vincere questa volta è il tennis

A Wimbledon il silenzio non è mai stato un dettaglio. Fa parte del tennis quasi quanto la racchetta, l’erba e il bianco. E mentre agli US Open il confine tra torneo ed evento social sembra diventare sempre più sottile, a Londra hanno deciso di non cambiare le regole: niente accrediti pensati apposta per influencer e content creator.

La questione è esplosa proprio a New York, dove quest’anno sono stati invitati circa 100 creator, quasi il doppio rispetto all’anno scorso. L’idea era semplice: usare TikTok, Instagram e i loro milioni di follower per avvicinare un pubblico più giovane al tennis. Una scelta che, in realtà, ha perfettamente senso. Lo sport ha bisogno di parlare anche a chi una partita intera magari non la guarderebbe mai, e oggi una clip di trenta secondi può portare un torneo davanti a milioni di persone.

Il problema arriva quando, per raccontare lo sport, si finisce per disturbare chi quello sport lo sta giocando.

Durante gli US Open rumori, fotografie e luci dagli spalti hanno creato più di qualche problema, tanto che alcune giocatrici, tra cui Naomi Osaka, Coco Gauff e Jessica Pegula, hanno chiesto maggiore rispetto durante le partite. Non tutti questi episodi sono stati causati dagli influencer presenti, ed è giusto specificarlo. Ma la discussione che ne è nata ha fatto emergere una domanda molto più interessante: fino a che punto un evento deve cambiare per diventare più social?

Perché attirare un pubblico nuovo è importante, trasformare una partita nello sfondo per creare contenuti un po’ meno.

Ed è proprio qui che Wimbledon sembra aver scelto una strada diversa. Non si tratta, come è stato raccontato da molti, di un vero e proprio “ban” degli influencer. Il torneo semplicemente non prevede accrediti stampa dedicati a loro e non ha intenzione di introdurli. Questo non significa che i creator spariranno dagli spalti: potranno comprare un biglietto, essere invitati dai brand e raccontare tranquillamente il torneo. Ma avere milioni di follower non basterà per essere considerati stampa.

Una differenza piccola solo in apparenza.

Negli ultimi anni abbiamo visto gli influencer entrare praticamente ovunque. Moda, cinema, musica e inevitabilmente sport. Ed è comprensibile: portano pubblico, visualizzazioni e soprattutto quella fascia più giovane che molti eventi cercano disperatamente di raggiungere. Il punto non è quindi chiedersi se debbano esserci oppure no. Sarebbe anche abbastanza assurdo pensare di poter raccontare lo sport nel 2026 ignorando completamente i social.

La domanda è un’altra: devono avere automaticamente lo stesso accesso di chi quello sport lo racconta per lavoro?

Un giornalista sportivo e un creator possono entrambi portare qualcosa a un torneo, ma non necessariamente la stessa cosa. Uno è lì principalmente per raccontare ciò che succede in campo, l’altro spesso anche per raccontare la propria esperienza intorno a quello che succede in campo. Entrambe le cose possono funzionare, basta non fingere che siano sempre la stessa cosa.

Ed è forse questo che Wimbledon sta cercando di proteggere. Non un tennis fermo nel passato, ma un ordine abbastanza semplice delle priorità.

Prima c’è la partita. Poi tutto quello che le costruiamo intorno.

Perché il rischio, nella corsa a rendere qualsiasi cosa più giovane, veloce e condivisibile, è dimenticare perché le persone dovrebbero interessarsi a quell’evento in primo luogo. Se per rendere il tennis interessante sui social dobbiamo trasformarlo in qualcosa che assomiglia sempre meno al tennis, forse non lo stiamo modernizzando. Lo stiamo semplicemente adattando all’algoritmo.

Gli influencer possono essere utilissimi allo sport, farlo conoscere a persone nuove e raccontarlo con un linguaggio diverso. Ma essere bravi a creare contenuti non significa che qualsiasi luogo debba trasformarsi in un set per permetterti di crearli.

Wimbledon, almeno per ora, sembra averlo capito. Puoi cambiare il modo in cui racconti uno sport senza cambiare lo sport per poterlo raccontare.

E forse, almeno questa volta, un po’ di silenzio non ci farà male.