IncArt 2026: Esporre non significa affittare una parete

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Quanto costa esporre un’opera? Intervista a Dino Ventura, curatore artistico di IncArt 2026: «L’artista non deve pagare e non deve essere sfruttato»

Una mostra ha bisogno di spazi, illuminazione, allestimento, comunicazione, cataloghi, personale, accoglienza. Tutto ha un costo.

Ma quando a sostenerlo è proprio l’artista, chiamato prima a creare un’opera e poi a pagare per poterla mostrare, parliamo di promozione culturale o stiamo semplicemente affittando una parete?

Partiamo proprio da questo per raccontare la quarta edizione di IncArt-La bellezza tra figurativo e informale, la residenza artistica internazionale che dal 12 luglio al 10 agosto 2026 ha portato a Pignola 43 artisti, provenienti dall’Italia e da altri cinque Paesi, quali Spagna, Portogallo, Francia, Polonia e Giappone. La manifestazione si è svolta negli spazi di Palazzo Gaeta ed è stata curata da Dino Ventura.

L’artista non paga ma mette a disposizione il proprio lavoro, il proprio tempo e la propria immagine. Cosa deve offrirgli una manifestazione perché la sua partecipazione abbia valore?

“Purtroppo nel mondo dell’arte gli artisti vengono spesso sfruttati. E per mettere in evidenza il loro valore, la mostra deve offrire una bella location, ma soprattutto un buon allestimento. Le luci, lo spazio intorno all’opera, la possibilità per il visitatore di entrare in relazione direttamente con il lavoro dell’artista, senza distrazioni.

A questo devono aggiungersi, quando possibile, un catalogo, una buona critica, tutto ciò che può contribuire a valorizzare seriamente l’artista.”

Ma attenzione, non pagare per esporre non significa esporre gratis. Qualcuno quel costo deve sostenerlo. E se si riconosce che il lavoro dell’artista ha già un valore, allora il compito dell’organizzazione diventa costruire tutto ciò che gli sta attorno.

E allora chi sostiene economicamente questo sistema?

“In questo caso sono state fondamentali le amministrazioni comunali. Abbiamo avuto la fortuna di trovare un’amministrazione sensibile all’arte e alla sua promozione, e non è qualcosa che si può dare per scontato.

Spesso in Italia, la promozione dell’arte viene confusa con una semplice esposizione popolare. Penso ai cavalletti per strada, a manifestazioni nelle quali magari ci sono anche artisti bravissimi ma che, secondo me, non vengono valorizzati nel modo giusto.

Naturalmente esistono artisti che devono iniziare e per i quali anche quelle manifestazioni rappresentano un primo passo. Va benissimo. Il problema nasce quando artisti con percorsi già strutturati vengono trattati nello stesso modo.”

Ed è proprio sul rapporto tra qualità dell’evento e tutela dell’artista che entra in gioco la AIAPI Approved.

incArt

Cos’è la certificazione AIAPI Approved?

AIAPI è una certificazione di qualità dedicata agli eventi di arte contemporanea, dove l’artista viene evidenziato, viene sostenuto.”

AIAPI è il comitato italiano del circuito IAA/AIAP, International Association of Art, organizzazione che ha uno status di partnership ufficiale con l’UNESCO. È pensata per contrastare i meccanismi nei quali la possibilità di esporre dipende soprattutto dalla disponibilità economica dell’artista. Tra gli elementi valutati ci sono la qualità del progetto, l’adeguatezza della location, la comunicazione, le modalità contrattuali e le condizioni economiche di partecipazione. La certificazione riguarda il singolo evento e non automaticamente l’organizzazione che lo promuove.

Perché per IncArt questa certificazione è importante?

“Perché significa sostenere eventi nei quali l’artista viene rispettato e valorizzato. Ci sono requisiti da rispettare e il livello richiesto è alto. Per noi è importante l’idea che l’artista non debba essere semplicemente qualcuno che porta un quadro da appendere, ma il centro dell’intero progetto.”

Avete portato 43 artisti provenienti da sei Paesi in un piccolo centro. Perché non scegliere Potenza, Matera o una grande città? IncArt uscirà mai da Pignola?

“IncArt è un progetto di nicchia nato nel 2022 e arrivato quest’anno alla quarta edizione. Abbiamo puntato molto sulla location, su Palazzo Gaeta, che possiede caratteristiche di bellezza, storia e fruibilità difficili da trovare tutte insieme.

Ci sono sicuramente altri palazzi, a Matera e altrove, ma IncArt è nata qui. Abbiamo deciso di creare a Pignola un vero polo legato a questo progetto. IncArt significa apertura verso l’esterno e verso l’estero. Vogliamo che artisti provenienti da altri luoghi entrino in relazione con IncArt e con il paese. Pignola resterà il centro del progetto”

Ed è forse una delle scelte meno scontate della residenza artistica. Oggi sembra necessario spostarsi verso il grande centro per certificare l’importanza di qualcosa, IncArt tenta il percorso inverso.

Cosa significa davvero “inclusione” per IncArt? Non può limitarsi all’ingresso gratuito alla mostra.

«No, infatti. Per noi significa inclusione di giovani talenti, di bravi artisti, apertura verso esperienze diverse.

Abbiamo esposto un’artista di appena 18 anni che è autistico. Ma voglio sottolineare che è stato selezionato perché è davvero bravo. Prima il talento. Poi c’è tutto il resto.

Per noi questa è inclusione, non utilizzare una condizione personale come etichetta o come elemento promozionale, ma riconoscere una persona per quello che artisticamente è in grado di esprimere.»

La bellezza è uno dei concetti più soggettivi che esistano. Come selezionate gli artisti? Esistono criteri oggettivi per stabilire chi entra e chi resta fuori?

“Sì. Ci sono dei criteri. Il primo è la professionalità. Cerchiamo persone che abbiano scelto di fare dell’arte una parte centrale del proprio percorso, non semplicemente qualcosa praticato occasionalmente per diletto.

L’altro elemento importante è il raggiungimento di un gesto riconoscibile. Ci interessa l’artista che ha maturato una propria tecnica, una propria identità.”

Ed è qui che IncArt introduce l’idea che inclusione non significa assenza di selezione.

Aprire le porte non vuol dire fingere che ogni percorso sia identico a un altro. Significa permettere a provenienze, età ed esperienze differenti di confrontarsi dentro uno spazio in cui resta centrale la qualità artistica.

Dalla prima edizione a oggi qual è stato il cambiamento più importante?

“All’inizio guardavo soprattutto intorno a noi. Selezionavo artisti lucani, potentini, persone che conoscevamo e che avevano già un buon livello.

Poi qualcuno da fuori ha iniziato a notarci. Sono arrivate richieste, abbiamo cominciato a guardare altri percorsi e gradualmente la rosa si è allargata. E siamo diventati più esigenti. Ogni anno il livello sale”

L’edizione 2026 ha segnato anche un altro passaggio, la pubblicazione del primo catalogo ufficiale di IncArt, voluto dall’Amministrazione comunale per documentare il percorso costruito dalla manifestazione.

Cosa dovrebbe portarsi a casa una persona che entra a IncArt senza sapere nulla di arte contemporanea?

“Ecco cosa vorrei che le persone portassero via da IncArt: bellezza. La bellezza dell’arte, della location, dell’allestimento, dell’accoglienza, del panorama. Il senso di IncArt è una bellezza a 360 gradi.”

Il prezzo dell’arte

Perché l’arte non è gratuita?

Costa produrla. Costa studiare. Costa sviluppare una tecnica. Costa sbagliare per anni prima di trovare un linguaggio riconoscibile. Costa trasportare un’opera, illuminarla correttamente, assicurarla, allestire una sala, realizzare un catalogo, costruire una comunicazione credibile.

E chi è pronto a pagare per tutto questo?

IncArt prova a farci capire che non si può considerare normale che sia sempre l’artista a comprare il proprio diritto a essere guardato. Una mostra dovrebbe selezionarlo perché ritiene che abbia qualcosa da dire. Dovrebbe offrirgli uno spazio adeguato. Dovrebbe costruire intorno alla sua opera un contesto capace di darle respiro. E, quando possibile, dovrebbe lasciare un catalogo, una critica, una relazione professionale, una possibilità futura.

L’arte ha sempre un prezzo. Ma smettiamo di pretendere che per dimostrare di valere qualcosa, sia proprio l’artista a dover pagare.