Artù, Morgana, Glastonbury e un’isola che nessuno ha mai trovato. Secoli dopo, migliaia di persone continuano a cercarla. Forse perché Avalon racconta più di noi che del Medioevo.
A Glastonbury succede una cosa curiosa. Arrivano turisti, certo. Ma non soltanto.
C’è chi sale sul Tor in silenzio. Chi parla di energie, chi cerca antiche linee sacre, chi lascia offerte. C’è chi arriva attratto dalle leggende celtiche, chi dalla spiritualità New Age, chi vuole semplicemente vedere il luogo che da secoli viene associato ad Avalon. Qualcuno viene per re Artù. Qualcun altro per Morgana. Altri, probabilmente, non saprebbero nemmeno spiegare con precisione cosa siano venuti a cercare.
Eppure vengono. Salgono quella collina battuta dal vento, attraversano le rovine dell’Abbazia, percorrono strade dove cristalli, tarocchi, simboli celtici e riferimenti al mito arturiano convivono con una normalità quasi disarmante. Cercano tracce di qualcosa che la storia non è mai riuscita a dimostrare davvero.
Avalon. Forse, però, continuiamo a fare la domanda sbagliata.
Non importa più stabilire se Avalon sia esistita. Importa capire perché continuiamo ad averne bisogno.

Prima di Avalon c’era un re
O forse no. Perché persino sull’esistenza di Artù non abbiamo certezze.
Dietro il sovrano della leggenda potrebbe esserci stato un condottiero britannico vissuto tra il V e il VI secolo. Potrebbero esserci stati diversi uomini le cui imprese sono confluite nel corso dei secoli in un unico personaggio. Oppure Artù potrebbe appartenere interamente al territorio in cui la storia smette di bastare e comincia il mito. In fondo cambia poco. Perché Artù è diventato molto più importante della propria eventuale biografia.
Camelot, Excalibur, Merlino, Ginevra, Lancillotto e i cavalieri della Tavola Rotonda hanno costruito uno degli immaginari più longevi dell’Occidente. Ma dietro le spade e le battaglie rimane soprattutto l’idea di un re destinato a tornare.
Artù non muore davvero. Dopo la battaglia di Camlann viene ferito mortalmente e condotto altrove. Ad Avalon. Un’isola fuori dal mondo conosciuto, legata alla guarigione e al mistero, dove il tempo sembra seguire regole diverse. Ed è lì che incontriamo Morgana.
Morgana, prima che diventasse la cattiva
La conosciamo come Morgan le Fay, Morgana la Fata, la sorella, o sorellastra, a seconda delle versioni , di Artù.
E soprattutto la conosciamo come una minaccia.
Ma non è sempre stato così.
Nelle tradizioni più antiche legate al ciclo arturiano, Morgana è una figura dotata di conoscenze straordinarie e capacità di guarigione, associata proprio ad Avalon. Poi, secolo dopo secolo, qualcosa cambia. La guaritrice diventa maga. La maga diventa seduttrice. La donna potente, la regina, diventa antagonista. E la trasformazione è forse persino più interessante della leggenda.
Perché gli uomini del ciclo arturiano possono desiderare il potere, tradire, combattere, uccidere, amare la donna sbagliata e mandare in rovina un regno.
Restano eroi tragici. A una donna basta sapere troppo per diventare pericolosa.

Le epoche cambiano. Certi meccanismi hanno una resistenza formidabile.
Forse è anche per questo che Morgana oggi ci affascina di nuovo. Non perché dobbiamo assolverla. Ma perché abbiamo finalmente imparato ad apprezzare personaggi femminili che non hanno bisogno di essere innocenti per essere interessanti.
Morgana guarisce e combatte. Protegge e si vendica. Ama, odia, sbaglia. Non è santa né principessa. È contraddittoria. Terribilmente umana.
Quando Avalon trovò un indirizzo
Il problema dei luoghi leggendari è che, prima o poi, qualcuno vuole trovarli.
Ad Avalon accadde a Glastonbury. Nel Medioevo, l’Abbazia divenne indissolubilmente legata alla leggenda arturiana. Nel 1191 i monaci sostennero di aver rinvenuto i resti di Artù e Ginevra. La presunta scoperta è stata contestata per secoli e oggi viene generalmente letta con enorme cautela.
Ma il risultato fu straordinario.
Il mito aveva finalmente una geografia. Glastonbury poteva essere Avalon.
E osservando il paesaggio è facile capire come la suggestione abbia potuto attecchire.
Prima della bonifica dei Somerset Levels, l’area era circondata da paludi e corsi d’acqua. Le alture di Glastonbury emergevano dal paesaggio quasi come un’isola.
La realtà non dimostrava la leggenda. Le concedeva qualcosa di molto più potente. La possibilità di essere vera.


Glastonbury continua a cercare
Oggi Artù non è più l’unico motivo per arrivare qui. Anzi.
Glastonbury è diventata uno dei luoghi più singolari della spiritualità contemporanea britannica. Cristianesimo, neopaganesimo, folklore celtico, esoterismo e cultura New Age sembrano essersi dati appuntamento nello stesso posto.
Si attraversano le rovine di una grande abbazia medievale e, poco dopo, ci si trova davanti a vetrine piene di cristalli, tarocchi e amuleti. Si sale verso il Tor accanto a escursionisti, turisti e persone che considerano quella stessa collina un luogo spirituale.
È facilissimo sorriderne.
Liquidare tutto come folklore, superstizione o una riuscitissima industria turistica.
Sarebbe anche molto comodo. Ma forse significherebbe perdere la parte più interessante. Perché tutte quelle persone continuano, in modi diversissimi, a fare la stessa cosa. Cercano.
Ma cosa?
Viviamo nell’epoca in cui possiamo localizzare praticamente qualsiasi punto della Terra con un telefono.
E continuiamo a essere affascinati da un’isola che nessuno è mai riuscito a localizzare. La contraddizione è splendida. Abbiamo mappe per quasi tutto.
Forse ci mancano i luoghi in cui perderci. Ed è qui che Avalon smette di appartenere soltanto ad Artù. Perché l’isola della leggenda è il luogo nel quale viene portato un uomo ferito perché possa guarire. Un luogo separato dal rumore, dalla guerra, dalle responsabilità e persino dal tempo. Tolti Merlino, Excalibur e gli incantesimi, il desiderio non sembra poi così medievale. Anzi. Forse è terribilmente contemporaneo. Viviamo connessi, raggiungibili, localizzabili. Abbiamo trasformato persino il riposo in qualcosa da organizzare, fotografare, condividere.
E allora l’idea che da qualche parte possa ancora esistere un’isola nascosta dalla nebbia, irraggiungibile a chi non sa trovarla, diventa quasi rivoluzionaria. Non dobbiamo credere davvero ad Avalon.
Ci basta desiderare che esista.

L’isola che parla di noi
Forse è questa la ragione per cui continuiamo ad andare a Glastonbury. Non necessariamente per trovare Artù. Non per dimostrare che Morgana abbia camminato davvero su quelle colline. E nemmeno perché tutti credano alle energie, alle leggende o alla magia.
Andiamo nei luoghi del mito perché qualche volta la realtà, da sola, non ci basta. Abbiamo bisogno di storie capaci di sopravvivere ai fatti. Di luoghi nei quali proiettare ciò che abbiamo perso, quello che speriamo di ritrovare o semplicemente la possibilità che esista ancora qualcosa che non possiamo spiegare.
Artù arriva ad Avalon ferito. Morgana lo aspetta dall’altra parte. L’isola rimane nascosta. E noi, secoli dopo, continuiamo a cercarla. Possiamo credere che Artù sia davvero passato da Glastonbury oppure considerare la sua tomba una delle più riuscite operazioni di storytelling del Medioevo. Possiamo vedere Morgana come una fata, una guaritrice, una strega, una regina, una sacerdotessao semplicemente una delle figure più affascinanti della letteratura europea. Possiamo salire sul Tor cercando un’esperienza spirituale. O anche soltanto il panorama.
Non importa. Perché forse Avalon non è mai stata nascosta affinché un giorno qualcuno potesse finalmente trovarla. Forse doveva rimanere nascosta perché continuassimo a cercarla.
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