Vestiti rovinati venduti a cifre insensate, credibilità comprata e ricerca del crudo sono alla base del nuovo trend che va a caccia dell’estetica della povertà.
Per onore di cronaca voglio raccontarvi di un fatto. Nel 2022 Balenciaga manda in produzione una borsa in pelle di vitello che riprende le sembianze di un vero e proprio sacco nero della spazzatura. Per un costo di ben 1790 dollari si può indossare il potere di ironizzare sul possedere il sacco dell’immondizia più costo al mondo. Un altro brand, Paris Sneakers, lancia sul mercato da un prezzo di partenza di 1500 euro un paio di scarpe da ginnastica volutamente logore, strappate, squarciate perfino, sporche di fango.
Se noi volessimo prendere in considerazione solo l’oggetto ne dedurremo un uso continuativo e forse un’affezione fortissima o nel più estremo dei casi l’impossibilità di acquistarne uno nuovo. In realtà il marchio, volente o nolente, prende un oggetto comune e lo fa diventare un feticcio della difficoltà, della povertà.

Esiste una dinamica che però differenzia chi le indossa e le paga profumatamente da chi in quell’oggetto vede e vive solo difficoltà. Si chiama teoria della Distanza Sociale: se una persona della classe media o medio-bassa indossasse le scarpe distrutte verrebbe compatita, giudicata negativamente in quanto la sua vicinanza reale alla precarietà economica rende l’equivoco un po’ troppo rischioso.
La celebrità o l’ultraricco possiedono un tale surplus di capitale economico e sociale che il rischio di essere scambiati per “veri poveri” è pari a zero.
Si parla quindi di “estetica della povertà”, un meccanismo che si avvicina più che altro un gioco di ruolo.
Ma questo vuol dire che l’estetica del ceto medio-basso vende? E la gente la ricerca?
Sì e talmente tanto da avere un termine tutto per sé: Class Tourism. Il turismo di classe è un fenomeno che descrive l’atteggiamento delle persone agiate che si interessano al mondo di chi vive in un’altro ceto, spesso il più basso. È un interesse che non ha nulla a che vedere con la filantropia, quanto con l’appropriazione di un atteggiamento o di una credibility che l’agiatezza non può dargli, ma che loro ricercano assiduamente.
Un po’ quando si dice che il “bad boy” conquista più del bravo ragazzo ed Egidio, nato ai Parioli, racconta delle grandi difficoltà vissute durante l’adolescenza. Questo nonostante Lucrezia sappia che l’unica difficoltà affrontata è stata passare un’estate senza piscina quando hanno ristrutturato la villa a Capalbio. Cioè, anche no..
La povertà termina di essere una condizione strutturale e viene trasformata in “trend”, addirittura come accessorio di stile.

Questo avviene anche perchè c’è una certa romanticizzazione della povertà e questa si trasforma come per magia in capitale di coolness. Inoltre gli elementi della cultura popolare, o della strada per parlare in gergo, danno modo di ottenere autenticità. In questo caso il benestante si compra la tee traforata poco elegantemente, per comprarsi un look che gli possa dare una certa allure da “sbandato”. Chi indossa il sacco della spazzatura da quasi 2000 euro, compra l’estetica della marginalità, ma senza averne pagato il vero prezzo: quello sociale.
In sociologia questo si definisce separazione del segno dal suo referente reale. Nel caso del look Poverty chic la struttura reale è la precarietà, la mancanza di tutele, lo stress cronico e lo stigma sociale. Il segno mercificato, quindi il look distressed, diventa autenticità, resilienza, spirito di strada e perfino estetica grunge.
Quando un influencer posa in un quartiere degradato o un brand di lusso vende abiti logorati ad hoc, viene preso solo il segno lasciando indietro la struttura.
Ecco che arriviamo a un simulacro della povertà, ma ben ripulito da tutti gli aspetti disturbanti come l’odore, il pericolo reale e la disperazione cronica. Così da diventare digeribile e consumabile da tutto il resto della popolazione. La povertà non è una scelta, mentre il Poverty Chic ti permette di comprarla anche in colori diversi.

Se nel 2016 il maxi-logo spopolava le passerelle, lo sfilacciarsi del mito del capitalismo ha invertito la rotta ed essere sul pezzo ora significa rifiutare il sistema. Peccato che la scarpa rovinata da 1500 euro conferma alla stragrande il problema capitalistico.
L’asimmetria sta proprio in questo passaggio: il ricco ha la possibilità di “giocare” a fare il povero e riporre i capi in qualunque momento. Chi appartiene per davvero a quella realtà non può smettere in nessun momento.
I social si inseriscono anche qui come il più forte megafono del divario che tutt’ora esiste e che più che emulato andrebbe sanato.
”Vivere con il salario minimo per una settimana” o “riarredare casa solo con oggetti second-hand” strumentalizzano la realtà di una fetta di popolazione che non hanno possibilità di scelta nel prendere parte a questo gioco di ruolo interattivo.
In quest’ottica il gatekeeping diventa lo strumento di difesa più efficace. Codici, simboli, slang che chiunque non abbia preso parte alla stessa esperienza non è in grado di comprendere e chi ne fa parte non è disposto a cedere neanche un briciolo della propria identità.


