Per chi si aspettava che l’IA ci avrebbe sostituito sul posto di lavoro possiamo dire che aveva ragione, ma non è andata affatto bene. Ecco come sono messe oggi le aziende che hanno preferito l’Intelligenza Articiale al tatto umano.
Jean Baudrillard, sociologo e filosofo francese, ha detto: “ogni progresso tecnologico ci rende un po’ più vicini a un’efficienza totale e a un’assoluta mancanza di senso“. Senza girarci troppo attorno, il progresso tecnologico a cui voglio riferirmi è la chiacchieratissima Intelligenza Artificiale. Lo spauracchio e l’idol della cultura moderna attuale, uno strumento in grado di creare una divisione odi et amo che non vedevamo dalla lotta per il vestito oro e blu (era blu e nero, ovviamente).
Pensare che l’IA sia nata all’improvviso con ChatGPT è un mito da sfatare. Il concetto nasce già nel 1956, quando il matematico John McCarthy conia ufficialmente il termine mentre si inizia a pensare di poter codificare la mente umana tramite regole rigide di programmazione. Verso gli anni ’70 però l’entusiamo iniziale crolla e i computer dell’epoca non sono in grado di reggere la potenza di calcolo. Non vedendo risultati pratici a fronte di investimenti ingenti, si tagliano i fondi e il sogno dell’IA viene messo da parte.

Nel 1997 il supercomputer Deep Blue, di IBM, batte il campione del mondo di scacchi Garry Kasparov: il potenziale computazionale comincia a fare sul serio.
Negli anni ’90, infatti, gli scienziati si rendono conto che è inutile cercare di insegnare le regole alla macchina, quanto piuttosto darle i dati e lasciare che la macchina stessa trovi le regole da sola risulta molto più efficiente.
Nel 2017 i ricercatori Google strutturano i Transformer, non grosse auto senzienti, ma modelli matematici capaci di processare il linguaggio umano comprendendo il contesto delle parole. Si gettano le basi tecnologiche che a fine 2022 porterno al lancio di ChatGPT.
L’IA oggi ha smesso di essere un software, delineandosi come un’infrastruttura di base della società.
Si tratta di una vera e propria forza geopolitica ed economica strutturata che sta obbligando in qualche modo a ridefinire cosa consideriamo “lavoro”, “creatività” e perfino il concetto di “progresso”. Ma è nell’aspetto lavorativo che oggi stiamo assistendo a una “simpatica” situazione.

Mentre tutti ci chiedevamo se l’IA avrebbe davvero potuto sostituirci nel nostro 9-18, a metà 2026 la quota di licenziamenti legati all’Intelligenza Artificiale è esplosa arrivando a ben 150.000 posti tagliati nel settore tech e affini.
Molte aziende hanno tagliato alcuni ruoli convinte che i software potessero fare lo stesso lavoro a costo quasi zero.
Customer care, supporto amministrativi, grafica di base e scrittura di contenuti. Sono i principali ruoli che hanno sofferto del progresso di questo strumento. Questo perchè molti manager abituati al software tradizionale come il Cloud o i gestionali, pensavano che l’IA avesse costi simili. Ma le cose non stanno così e il non aver compreso l’asimmetria dei costi computazionali ha portato a ingenti perdite. Ma davvero ingenti.
Per addestrare, personalizzare e far girare questi modelli servono quantità mostruose di potenza di calcolo e non sapendolo le aziende hanno firmato contratti pluriennali vincolanti con i colossi del Cloud. Il risultato? Bollette informatiche mensili triplicate o quadruplicate. Quando i ricavi poi non sono cresciuti proporzionalmente, in quanto l’IA non ha attirato magicamente nuovi clienti, le bollette hanno prosciugato la liquidità e i conti delle aziende hanno compreso appieno i titoli di Dario Argento con un vero e Profondo Rosso.
Stiamo assistendo quindi a una sbornia da IA collettiva, con aziende allo sbando e un mal di testa finanziario quasi permanente.

Anche i colossi del mercato sono stati vittime di una FOMO aziendale e la conseguente corsa agli armamenti tencologici ha creato un cortocircuito finanziario. Per la paura di rimanere indietro le aziende hanno stanziato cifre gigantesche per chip, server, abbonamenti enterprise e consulenze.
Bene, oggi molte realtà si ritrovano ad aver prosciugato il budget Capex, ossia le spese in conto capitale, previste fino al 2030. Cioè queste aziende hanno già speso i soldi stanziati e previsti per coprire i prossimi 4 anni in qualcosa come pochi mesi. Non si tratta proprio di 2,50 euro, ma milioni quando va bene. Miliardi nei casi peggiori.
I costi fissi dell’infrastruttura IA sono ricorrenti e decisamente più alti del previsto, anche solo per essere mantenuta attiva.
Nel 2026 i nodi stanno quindi venendo al pettine: circa l’80% delle aziende che hanno tagliato il personale umano per investire in IA non ha ancora visto un reale ritorno economico.
Il licenziamento degli umani in favore dell’Intelligenza Artificale è avvenuto. Ed è successo per il semplice motivo di ottimizzare, ma l’investimento delle aziende non è stato fatto per una necessità reale, ma sul mito che l’IA fosse in grado di risolvere tutti i problemi. Sì, oggi possiedono infrastrutture all’avanguardia che calcolano miliardi di dati al secondo, ma costosissime e che senza la risorsa umana non hanno nessuno a dare una direzione o un significato a quei dati.

Ma non c’era un reale bisogno di ottimizzare la produttività. Anzi, i clienti si lamentano dei chatbot i quali spesso promettono sconti o refound impossibili implementando più i costi, che i guadagni.
Insomma, sono state costruite macchine perfette per rispondere a domande che nessuno ha fatto, sacrificando il lavoro umano per una produttività astratta che non si è mai trasformata in realtà. Sotto sotto il collega antipatico del secondo piano diventa più accattivante e portare le brioche in ufficio non sarà più un gesto da sottovalutare. A meno chel’IA non arrivi ad avere doti culinarie..qualcuno salvi il Bimby, prima che sia troppo tadi!


