L’AI ci semplifica (quasi) tutto, dalle dichiarazioni d’amore ai processi aziendali. Diventeremo zombie da delega?
“Ehi Chat, mi aiuti? Non so come chiedere alla mia crush di uscire. Mi serve un messaggio romantico ma zero cringe.”
In pochi secondi, sullo schermo compaiono una decina di opzioni ben formulate. E così ci convinciamo che l’AI ci abbia appena salvato da un potenziale disastro sentimentale.
Con la stessa disinvoltura finiamo i compiti senza nemmeno aprire il libro, prepariamo una torta low-carb perfetta anche senza saper accendere il forno, tagliamo ore di lettura facendoci generare sintesi su misura…
Lo facciamo senza pensarci, e non ci accorgiamo che l’AI ha colonizzato la nostra quotidianità. Ma non si tratta solo di comodità, è una nuova forma di delega cognitiva. Più chiediamo, più ci abituiamo. Più ci abituiamo, meno siamo disposti a tornare indietro.
Questo vale per i singoli, ma anche per il mondo del lavoro, dove l’Intelligenza Artificiale è diventata una leva strategica. Secondo uno studio di IBM, il 77% dei CEO si aspetta che gli investimenti in AI portino a una crescita su larga scala entro il 2027, mentre l’85% prevede un ritorno positivo sull’investimento grazie all’efficienza e alla riduzione dei costi. Eppure, solo il 25% delle iniziative AI ha davvero portato i risultati attesi fino a oggi.

IBM Think 2025
“L’era della sperimentazione è finita”. Oggi l’AI dev’essere integrata nei processi e generare valore tangibile. E questo vale ancora di più in un contesto in cui, il 56% dei CEO italiani lamenta una tecnologia disomogenea, frutto di investimenti troppo rapidi e disordinati.
La risposta IBM si chiama “watsonx Orchestrate”, una suite di agenti intelligenti, già configurati per settori chiave (vendite, HR, acquisti, IT), pronti a essere adottati in pochi minuti. Niente più strumenti generici, ora l’intelligenza artificiale è su misura, veloce, economica, scalabile.
Riflettendo sui grandi modelli generalisti, e pur riconoscendone la grande utilità, IBM ha sviluppato modelli più piccoli e specifici, progettati su misura per casi d’uso particolari e capaci di elaborare dati aziendali con maggiore precisione. Questi modelli, come la famiglia Granite, sono altamente performanti con un numero ridotto di parametri da 3 a 20 miliardi rispetto ai grandi modelli generalisti da centinaia di miliardi, garantendo velocità e costi di inferenza fino a 30 volte inferiori.
AI come religione aziendale
Molti investono in tecnologie AI “sulla fiducia”, senza avere ancora le idee chiare su come sfruttarle al meglio. Secondo IBM, il 64% dei CEO ammette di aver già fatto investimenti prima di comprenderne appieno il valore, creando così tensione tra voglia di innovare e necessità di gestire efficacemente il presente.
Per supportare questa transizione, IBM offre un catalogo di agenti preconfigurati, sviluppati internamente e in collaborazione con partner come Oracle (per la gestione di buste paga e selezione personale), Salesforce (per identificare nuovi clienti) e Slack (agenti HR integrati nel marketplace). Questi strumenti facilitano l’adozione dell’AI e ne rendono immediato l’utilizzo in ambiti chiave.

Sfruttare l’AI senza perdere il controllo
Ma cosa succederebbe se domani il nostro “best friend” artificiale smettesse di risponderci? Se sparissero i bot dalle chat, i suggerimenti dai documenti, gli agenti digitali dalle dashboard? Ci troveremmo spaesati, un po’ nudi, davanti a mansioni che abbiamo smesso di fare da soli.
Non rischiamo di essere rimpiazzati dall’intelligenza artificiale. Il vero rischio è l’essere umano che disimpara, che delega così tanto da dimenticare come si fa. È una dipendenza che non sembra preoccupare, perché è comoda, veloce e rassicurante.
Ma come ogni strumento, va progettato, selezionato e utilizzato con criterio.
IBM lo sa bene. È per questo che, oltre alla corsa all’innovazione, insiste su temi meno glamour ma fondamentali: leadership, competenze, formazione. Il 69% dei CEO considera il capitale umano la chiave per far funzionare davvero l’AI e oltre il 65% delle aziende pensa di usare l’automazione per colmare le lacune di competenze. Questo non vuol dire sostituire le persone, ma dare loro nuovi strumenti per affrontare il cambiamento.
Internamente, l’azienda ha già ottenuto risultati concreti: in due anni ha risparmiato 3,5 miliardi grazie all’automazione e all’AI applicata a processi come il supporto clienti e la gestione della supply chain, risparmiando oltre 125.000 ore di lavoro ogni trimestre.
Per integrare meglio l’AI nei sistemi aziendali, IBM ha creato soluzioni ibride come webMethods, che unificano API, dati e flussi di lavoro da cloud pubblici, privati e locali in un’unica piattaforma, semplificando tutto e riducendo i costi. Questa strategia è rafforzata dall’acquisizione di HashiCorp e dagli investimenti su Red Hat OpenShift, per garantire ambienti sicuri e automatizzati.
L’innovazione continua con watsonx.data, una piattaforma che facilita la gestione e l’analisi dei dati, anche quelli non strutturati, in ambienti diversi. Presto arriveranno watsonx.data Integration e watsonx.data Intelligence, strumenti che renderanno ancora più facile estrarre informazioni utili dai dati, senza richiedere troppi interventi manuali.
Il rischio di dimenticare come si fa
L’AI ci aiuta, ci semplifica la vita e ci prende un po’ di mano. Diventeremo zombie da delega totale se smettiamo di sperimentare e metterci impegno. L’AI è uno strumento potente, ma dietro ogni algoritmo ci siamo noi: restiamo al centro, anche in un mondo dove l’intelligenza non è più solo la nostra.
Foto: Cx today,europarl, tecnicaospedaliera


