Siamo davvero stanchi di essere protagonisti? Per anni abbiamo vissuto come se qualcuno ci stesse guardando.
Sempre. Il caffè non si beveva più. Si fotografava. La passeggiata non era una passeggiata: era a moment. Il finestrino di un treno diventava l’occasione per fissare malinconicamente l’orizzonte, possibilmente con la canzone giusta nelle cuffie e, soprattutto, con qualcuno dall’altra parte dello schermo pronto ad assistere alla scena. Perfino andare a comprare il pane poteva diventare cinema.
Bastava chiamarlo romanticizing my life. E per un po’ ci è piaciuto. Eccome se ci è piaciuto.
Essere protagonisti della nostra storia, finalmente. Non più comparse, non più spettatori. Protagonisti. Con un guardaroba, una colonna sonora, un’estetica e naturalmente un pubblico.
Poi ci siamo stancati. O almeno così raccontiamo. Perché oggi la perfezione sembra quasi volgare. I feed impeccabili ci annoiano, la clean girl è diventata troppo pulita, il quiet luxury forse un po’ troppo quiet. Vogliamo fotografie mosse, capelli spettinati, borse stracolme, vestiti vissuti. Vogliamo persone vere. Vite vere. Imperfezioni vere.

Magnifico. C’è soltanto un piccolo problema. Anche l’autenticità è diventata una posa.
Ed è qui che la faccenda si fa interessante. Perché forse nel 2026 il Main Characters Syndrome non è morto affatto.
Ha semplicemente imparato a recitare meglio.
Main Characters Syndrome: quando vivere è diventato una performance
Chiariamolo subito: il Main Characters Syndrome non è una patologia. Non c’è un medico che vi diagnosticherà un eccesso di tramonti pubblicati su Instagram.
È un’espressione della cultura digitale. Descrive quella tendenza, diventata quasi naturale, a considerare la propria esistenza come una storia e noi stessi come il suo inevitabile protagonista.
E cosa ci sarebbe di male? Nulla. Finché viviamo. Il problema comincia quando, invece di vivere, iniziamo a dirigerci.
Il vestito giusto. Il ristorante giusto. Il libro lasciato casualmente sul tavolino (casualmente, sia chiaro) dopo averlo spostato tre volte. La fotografia della vacanza. La canzone da associare alla fotografia della vacanza. La caption che deve dire che siamo felici senza commettere l’imbarazzante errore di dichiararlo apertamente.

Non viviamo più soltanto le esperienze. Le produciamo. E dopo anni trascorsi a essere contemporaneamente protagonisti, registi, sceneggiatori e uffici stampa di noi stessi, forse siamo semplicemente esausti.
Ad agosto, Vogue ha raccontato proprio questa crescente stanchezza verso i social più performativi: secondo i dati citati dalla testata, il 55% degli americani pubblica oggi meno rispetto a cinque anni fa. Tra le ragioni emerge anche la fatica legata alla costruzione continua della propria identità online.
Sorprendente? Non proprio. Essere interessanti ventiquattr’ore su ventiquattro è un lavoro massacrante. E, dettaglio non irrilevante, nessuno ci paga per farlo.
Dai feed perfetti alla messy girl
Naturalmente la moda se n’è accorta. La moda si accorge quasi sempre delle nostre nevrosi. Poi, possibilmente, ce le rivende. Così la clean girl (capelli tirati, pelle luminosa, guardaroba calibrato, casa beige e un’esistenza apparentemente priva di bollette, macchie di caffè e giornate storte) ha cominciato a perdere terreno. Al suo posto arriva la messy girl.
Capelli spettinati. Abiti stropicciati. Make-up imperfetto. Borse stracolme. Sovrapposizioni che devono sembrare casuali. Devono sembrare. È importante.
Vogue Italia ha individuato questa ribellione all’ordine anche sulle passerelle primavera-estate 2026: Prada ha giocato con combinazioni volutamente libere e capi inside-out, Dolce&Gabbana ha portato il pigiama fuori dalla camera da letto, mentre Miu Miu ha trasformato persino il grembiule in elemento del guardaroba.


Finalmente possiamo essere disordinate. Purché lo siamo nel modo corretto. Perché la moda possiede questo talento straordinario: prende una ribellione, la osserva, la fotografa e infine le mette un cartellino del prezzo.
Anche l’imperfezione ha un filtro
E allora veniamo al punto. Una fotografia sfocata pubblicata intenzionalmente è davvero più autentica di un selfie ritoccato? Il photo dump dovrebbe essere l’antitesi del vecchio feed perfetto. Tramonti storti, piatti già iniziati, fotografie mosse, screenshot incomprensibili, amici tagliati dall’inquadratura.
Guardandolo dobbiamo pensare: non ci ha nemmeno pensato. Certo. Ha soltanto scelto quindici fotografie tra centocinquanta, deciso l’ordine, eliminato quelle brutte nel modo sbagliato e conservato quelle brutte nel modo giusto. Perché attenzione: esiste un brutto giusto e un brutto sbagliato.
Il primo è spontaneo. Il secondo è semplicemente brutto. Ed è forse questa la più divertente contraddizione dell’autenticità contemporanea: appena qualcosa appare autentico, noi troviamo immediatamente il modo di codificarlo, imitarlo e trasformarlo in estetica.
La perfezione, quindi, non è scomparsa. Si è spettinata i capelli.
Dalla It girl alla anti-It girl
Naturalmente è cambiata anche la protagonista. Non deve più apparire irraggiungibile. Anzi. Può ripetere la stessa giacca, mischiare capi apparentemente incompatibili, portare una borsa consumata, avere qualcosa fuori posto.
L’anti-It girl è interessante proprio perché sembra non avere alcun interesse a esserlo.
Sembra.
Di nuovo quella parola. Perché continuiamo a cercare persone da osservare, imitare, salvare nelle nostre cartelle e trasformare in moodboard. Ieri aspiravamo alla perfezione. Oggi aspiriamo alla spontaneità. E probabilmente domani TikTok ci spiegherà, in un tutorial di quarantacinque secondi, come essere spontanee correttamente.

Il caos è chic. Ma non esageriamo
Il 7 agosto The Guardian ha posto una domanda molto più intelligente di tante dichiarazioni sulla presunta morte della perfezione: siamo davvero pronti ad accettare il disordine? Quello vero, intendo. Perché una camicia stropicciata può essere chic. Una borsa consumata racconta una storia. Il mascara leggermente sbavato può diventare sexy.
Ma provate con una vera macchia di sugo. Improvvisamente il fascino dell’imperfezione vacilla. Perché ciò che amiamo non è necessariamente il caos.
È l’estetica del caos. La vulnerabilità funziona finché resta raccontabile. L’imperfezione finché rimane fotogenica. Il disordine finché può essere trasformato in contenuto. E allora forse non abbiamo smesso di recitare.
Abbiamo soltanto cambiato scenografia.

Siamo ancora i protagonisti. Vogliamo solo che non si noti
No, il Main Characters Syndrome non è morto. Sarebbe troppo semplice. È diventato più intelligente, più discreto, persino più elegante.
Non vogliamo più essere la protagonista perfetta di una produzione patinata. Preferiamo quella di un film indipendente: fotografia granulosa, capelli spettinati, vestiti vissuti e quell’aria irresistibile di chi sembra avere una vita troppo interessante per preoccuparsi di apparire interessante.
Eppure la telecamera è ancora lì. Accesa. Forse la vera rivoluzione comincerà quando smetteremo di sostituire un personaggio con un altro.
Quando non passeremo dalla clean girl alla messy girl e poi alla prossima qualcosa-girl che un algoritmo avrà gentilmente preparato per noi. Quando usciremo senza documentarlo.
Quando indosseremo qualcosa senza chiederci se meriti una fotografia. Oppure vivremo una serata bellissima e, tornando a casa, non avremo nulla da pubblicare.
Niente stories. Niente photo dump. Niente prove. Solo il ricordo.
Forse smetteremo davvero di essere tutti Main Characters soltanto allora.
Quando ci accorgeremo che una vita non diventa meno vera solo perché nessuno la sta guardando.
Photocredits: Pinterest, generated by AI


