Io ho paura.

da | CULTURE

Non vorrei averne, ma la verità, cruda e inaccettabile, è che io ho paura.

C’è una microfisica del terrore che si insinua nelle pieghe delle nostre esistenze con una costanza tale da essere diventata il nostro rumore di fondo. È una paura silente, ben addestrata, un riflesso condizionato che ogni donna riceve in dotazione nel momento esatto in cui viene al mondo. 

La stringiamo nel pugno insieme alle chiavi di casa quando camminiamo per strada di notte. La misuriamo millimetricamente nella scelta di un abito, nel tono di voce che calibriamo per non sembrare “troppo aggressive” o “troppo disponibili”, nel calcolo paranoico delle vie di fuga ogni volta che entriamo in un ambiente sconosciuto.

Io non vorrei avere paura, ma io ho paura. 

E questa confessione non è una resa, né un esercizio di autocommiserazione per compiacere una società paternalista che ci esige vittime perfette, zittite e rassegnate. È il punto di rottura. È l’inizio di un manifesto collettivo che non può più permettersi il lusso della diplomazia.

Ci ritroviamo a vivere in un presente in cui la retorica dell’emancipazione riempie i palinsesti e le agende politiche. Un velo di progressismo che serve solo a coprire una realtà globale che gronda sangue e censura. Se allarghiamo lo sguardo oltre i rassicuranti confini occidentali, l’orrore assume le forme di un apartheid di genere istituzionalizzato. In Afghanistan, le donne sono state letteralmente cancellate dal tessuto civile. Donne private del diritto all’istruzione, al lavoro, persino della possibilità di far udire il suono della propria voce in pubblico. A poche migliaia di chilometri di distanza, in Iran, la repressione si abbatte sui corpi femminili con la violenza sistematica di stupri di stato e sentenze di morte per una ciocca di capelli fuori posto. 

Ci indigniamo davanti agli schermi, pubblichiamo l’hashtag di turno e poi chiudiamo la finestra del browser, cullandoci nella tragica menzogna di vivere in un sistema civile e democratico.

Ma l’Occidente non è un porto sicuro. L’Italia non è uno spazio neutro. È un Paese intriso di una cultura del possesso che si traduce in un bollettino di guerra quotidiano. Un paese dove la violenza sessuale non è un’emergenza isolata o il gesto di un “mostro” fuori controllo, ma il figlio sano e legittimo di un’architettura sociale che considera il corpo femminile come un territorio di conquista.

La cronaca più recente non fa che smontare ogni nostra illusione. 

La ragazza spagnola brutalmente violentata in strada; la turista sequestrata e abusata per tre giorni consecutivi, sopravvissuta solo grazie a una disperata fuga. Questi episodi sono solo gocce nel mare di un sistema fallato. Sono la manifestazione estrema di una dinamica di dominio che si consuma ogni giorno anche nelle forme più normalizzate e invisibili. E di fronte a questo massacro, lo Stato si rivela per quello che è: un’istituzione assente, incapace di prevenire, strutturalmente programmata per intervenire solo quando il danno è irreparabile. Solo quando sul tavolo dell’obitorio c’è un altro cadavere da piangere a favore di telecamera. Siamo sole, costrette a difenderci da sole, mentre chi dovrebbe garantirci la sicurezza a ci chiede di essere “prudenti”, spostando ancora una volta la responsabilità del reato sulle spalle della vittima.

Laddove la strada fa paura, la dimensione digitale ha rimosso anche l’ultimo baluardo di sicurezza, trasformando l’intimità in una merce e lo squallore in un sistema economico organizzato. 

Il recente scandalo che ha coinvolto i dipendenti di ATM a Milano è la prova di come le infrastrutture pubbliche di controllo possano essere ritorte contro le donne. Le telecamere di video sorveglianza sui mezzi di trasporto — installate e pagate dalla collettività per garantire protezione — sono state convertite in occhi elettronici al servizio del voyeurismo patriarcale. Lavoratori che utilizzavano i monitor aziendali per zoomare sui corpi delle passeggere, rubando scatti a loro insaputa per poi condividerli in una chat WhatsApp battezzata “Ticinese Staff”. I commenti, carichi di una violenza verbale degradante, rivelano una totale assenza di percezione del limite e del rispetto. Lo strumento che lo Stato ci offre come garanzia di sicurezza si trasforma nel mezzo della nostra violazione. Siamo costantemente sotto scacco, sorvegliate e catalogate da chi indossa una divisa e dovrebbe proteggerci.

Ma questo squallore trova la sua massima espressione nel fenomeno delle “Slut Rooms”, veri e propri labirinti virtuali scoperti dalle inchieste giornalistiche di Fanpage. Forum giganteschi che sfruttano l’impunità di server offshore e l’anonimato tecnologico per mettere in piedi un mercato nero dei corpi e della reputazione delle donne. Se pensavamo di aver raggiunto l’orlo del baratro con il degradante caso “PHICA” beh… dobbiamo ricrederci! 

All’interno di queste stanze a tempo, l’abuso si fa sistematico: non si tratta di semplice pornografia non consensuale, ma di una precisa ideologia di annientamento. Migliaia di utenti — uomini comuni, colleghi, vicini di casa — caricano immagini private di ex fidanzate, amiche, sorelle, corredate da dati personali, indirizzi e profili social, dando il via a campagne di doxxing brutali.

La perversione tocca l’apice con la creazione di album dedicati a bambine e adolescenti minorenni, rubate dai contesti più quotidiani. È la cultura dello stupro che si fa software, un ecosistema dove il desiderio maschile si nutre dell’umiliazione e della sottomissione assoluta della donna, ridotta a pura carne da macello digitale.

La rabbia che proviamo non è un’esagerazione paranoica, è l’unica risposta lucida possibile. Siamo sfinite dal dover abitare un mondo che ci costringe a negoziare costantemente la nostra libertà in cambio della sopravvivenza. Siamo stanche di dover condividere la nostra posizione GPS con le amiche per assicurarci di essere vive, di dover calcolare ogni percorso. Stanche di dover tollerare la micro-violenza quotidiana dei commenti non richiesti, dei messaggi aggressivi, delle mani che si allungano nel silenzio e nell’omertà della folla. E siamo stanche del coro ipocrita dei “not all men”.

È una difesa sterile. Non tutti gli uomini commettono crimini, ma tutti gli uomini beneficiano dei privilegi che questo sistema corrotto garantisce loro. Tutti gli uomini godono del lusso di non dover temere la notte, di poter occupare lo spazio pubblico senza dover dimostrare di avere il diritto di farlo.

Siete tutti complici nel momento in cui scegliete il silenzio davanti alla battuta sessista del vostro amico. Quando minimizzate il disagio di una collega, quando preferite difendere la vostra presunta innocenza individuale piuttosto che ascoltare il terrore strutturale di metà della popolazione.

Queste parole sono un atto di accusa feroce, generazionale e politico. 

Una denuncia contro uno Stato che fallisce e contro una società che normalizza l’orrore.”Io ho paura” non è un lamento. Ma è una presa di coscienza personale che auspico possa diventare collettiva. Se le istituzioni continuano a negare un’educazione seria all’affettività e al consenso, se la giustizia continua a essere un processo alla vittima anziché al carnefice, noi non staremo più a guardare. 

La nostra paura ha smesso di essere un angolo buio in cui nasconderci. È diventata la nostra forza più distruttiva. E siamo pronte a usarla per radere al suolo ogni singola certezza di questo sistema patriarcale, proprio come ci invitava a fare lei:

“Vi sono momenti, nella vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico dal quale non ci si può sottrarre.” — Oriana Fallaci