Cucire un futuro sostenibile: intervista a Fody Fabrics

da | SUSTAINABILITY

Un viaggio dietro le quinte di un progetto che ridefinisce il valore del lavoro manuale. Ecco come Fody trasforma il recupero dei tessuti in un’opportunità per tutti!


Qual è stata la scintilla che ha fatto nascere Fody?


Fody nasce dall’idea che la nostra cultura ci ha abituati progressivamente nel tempo a non riconoscere più il valore ovunque. Tutto ciò che risulta innovativo, tecnologico e moderno è considerato un qualcosa di grande potenziale e di valore. Tutto quello che non è così, invece, (a partire dal materiale che avanza, da una lavorazione o da una persona che ha delle caratteristiche personali che oggi lo limitano) è considerato con minor potenziale.

Fody nasce proprio dal dire “non siamo convinti che sia per forza così”. L’unione dell’economia circolare con l’inclusione sociale è un filo naturale. Questo progetto è nato con l’idea di fare inclusione. Lavorare lo scarto tessile è stata un’opportunità. Essendo noi fondati vicino al distretto tessile di Prato, ci è sembrata l’opportunità perfetta per persone che attraverso la lavorazione manuale possono imparare un mestiere.

Il prodotto che si importa poi sul mercato è un nuovo tipo di prodotto, perché difficilmente il consumatore finale o chiunque ruota intorno al brand è coinvolto nel percorso sia di produzione dell’oggetto sia del cambiamento della vita. Inoltre, come brand, regalare coperte salvavita ci sembrava la possibilità di dimostrare un po’ al mondo – iniziando dall’Italia – che si può partire da tutto ciò che è considerato invisibile.


Quanti scarti siete riusciti a salvare finora da quando avete iniziato?


L’ultimo aggiornamento ammonta a 92500 Mq. di materiale salvato dalle discariche e la tendenza è ad accrescere. Poi quest’anno siamo riusciti a trasferirci anche in una nuova sede da pochissimo, meno di due mesi; la sede è più grande, con più spazi e con una possibilità di stoccaggio di materiale migliore e superiore, ci sono più postazioni per trasformare il materiale, servizi igienici adeguati ad ospitare molte più persone. Anche lo staff sta crescendo, sia nell’ambito produttivo che nell’ambito organizzativo e narrativo. Il potenziale è ancora molto grande, siamo appena a grattare la superficie di un problema molto profondo. Questi sono dei numeri ancora molto iniziali.


Qual è il processo di trasformazione che subisce il tessuto scartato prima di diventare un prodotto Fody?


Prima di tutto viene raccolto, vengono registrate le informazioni di provenienza e composizione del materiale e viene fatta una prima scelta di destinazione. La bobina entra in un flusso che la può trasformare in qualsiasi tipo di nostro prodotto, quindi viene messa a disposizione di tutti i lotti di produzione.

 Ci sono prodotti che sono stati studiati apposta per dare a tutti i tessuti una chance di essere utilizzati, come i tagli più piccoli o i tagli di uno spessore o di un materiale specifico. Con i mezzi metri di campionario, ad esempio, realizziamo quasi sempre astucci e astucci Mistery Edition. L’idea è di creare delle soluzioni per dare a tutti i prodotti, anche i mono prodotto, la possibilità di arrivare a casa di qualcuno.

 Dopodiché il prodotto è tagliato secondo le sue misure. Ed è diviso in scocche e componenti (gli zaini hanno delle asole e le borse hanno i manici). Poi vengono rifiniti singolarmente tutti i componenti, generalmente vengono passati con la macchina taglia-cuci che gli fai il bordo e poi passano alle macchine piane che li vanno ad assemblare. Lì si inserisce il logo all’etichetta – che può essere nostra o quella di un cliente – e possono essere fatte ulteriori personalizzazioni, come i timbri. Poi vengono stirati e passano alla parte logistica. I prodotti per l’e-commerce vengono impacchettati singolarmente e spediti, quelli per le idealistiche aziendali vengono lottizzati e poi spediti a destinazione.


Come avviene la selezione dei vostri collaboratori?


È un concetto che si è sviluppato e si è voluto nel tempo. Quando è partito il progetto, noi siamo stati pro attivi e abbiamo preso contatti con l’associazione locale proponendogli di collaborare con noi per sperimentare quest’idea. Nel farlo, però, anche altre realtà locali associative hanno conosciuto la nostra realtà e si sono proposte. Nel frattempo abbiamo iniziato a dialogare con le istituzioni attraverso gli assistenti sociali e le cooperative destinatarie dei bandi della regione per il collocamento mirato delle persone, che si rivolgono a noi come partner tecnico.

Con l’avvento dei social siamo arrivati a contatti diretti da parte delle famiglie stesse. Persone che conoscendoci si sono proposte, capendo pian piano che da noi ci poteva essere un’opportunità per i propri figli, fratelli, sorelle, parenti o amici. L’idea è di essere il più accessibili possibile. A questo segue un appuntamento in sede – o telefonico, se c’è una distanza – dove si fa un’intervista. Si spiega un po’ meglio quello che c’è aldilà dell’apparenza e il percorso per chi inizia a frequentare i nostri laboratori. In parallelo cerchiamo di capire chi è il potenziale o la potenziale candidata.

Dove c’è la diagnosi vediamo se c’è la prontezza a iniziare a confrontarsi con un ambiente nuovo; la voglia anche da parte della famiglia o dell’ente che accompagnare la persona; il percorso, perché poi da lì si inizia frequentando il laboratorio in maniera non impegnativa: qualche giorno, in base al periodo, per capire se effettivamente è un contesto che stimola. Dopodiché si sviluppano i progetti individuali.

Un progetto in evoluzione…

Se la persona è in età e in traiettoria per ambire a una collocazione lavorativa si inizia a strutturare un percorso. Percorso che, dopo una fase iniziale di inserimento e socializzazione punta ad un tirocinio. Ci sono invece altre circostanze in cui si parla di persone con disabilità di età più avanzata, dove non c’è l’obiettivo o l’ambizione da parte della famiglia di arrivare a un concetto di lavoro. L’idea di non trovarsi limitato a casa o nel classico centro diurno risulta un obiettivo. In quel caso il progetto è differente. Diventa far sì che la persona, senza obbligo di impegno o aspettativa, possa frequentare e avere un ruolo. Che possa effettivamente specializzarsi nel tempo in qualcosa: da aiutare gli altri a fare il percorso che vogliono fare. 

Però è un progetto molto in evoluzione. Stiamo inserendo adesso anche delle nuove figure a livello organizzativo per migliorare tutto questo processo. In ambito di prodotto stiamo inserendo una figura che viene anche dal mondo del design e della prototipazione dei prodotti. Stiamo inserendo anche un coordinatore degli educatori, che ci aiuti a fare meglio da ponte tra il mondo esterno e il mondo interno dell’educazione.


Ci sono degli accorgimenti pratici che avete adottato nei vostri processi produttivi per permettere a tutte le persone con abilità diverse di diventare degli artigiani?


Assolutamente sì. Il primo accorgimento è quello di avere scardinato l’ordine naturale del percorso di apprendimento delle mansioni. In base alle inclinazioni e alle motivazioni all’inizio del percorso può risultare più semplice o più difficile partire da punti molto diversi. Ogni singola mansione può essere affrontata sia da neofita che da esperto e non non c’è un ordine obbligatorio che incasella le persone nell’avere una certa manualità o una certa precisione.

Abbiamo riscontrato, per esempio, dei risultati ottimi con persone che sono arrivate qua con delle buone capacità, ma scarsissime doti di socialità; partendo da quello che è l’utilizzo di un macchinario, iniziandosi ad ambientare, rimanendo a pranzo, prendendo l’autobus coi colleghi, hanno iniziato a sviluppare anche quell’aspetto di socialità. Alcune persone per un mese non hanno neanche mai mai visto le forbici o per un anno non hanno mai visto una macchina da cucire, ma perché hanno sviluppato altre abilità e altre caratteristiche.

Non porsi un vincolo metodologico ad oggi è stata una strategia molto vincente, come anche creare e dividere il lavoro tra postazioni individuali e postazioni collettive. Questo ha consentito di offrire alle persone la possibilità di specializzarsi in qualcosa e, dall’altro lato, in una situazione di bisogno di socialità cambiare spesso mansione. Il tavolo collettivo consente anche di mettere a fianco le persone che hanno un ruolo terapeutico l’una per l’altra. Noi abbiamo un paio di casi dove un ragazzo, appena ventenne, molto spesso ha delle fragilità emotive per cui può essere molto di cattivo umore o può essere triste, ma c’è una collega che se gli si mette accanto lo equilibra.

Questi sono alcuni degli accorgimenti, ma potrei andare avanti perché ogni volta che ci rendiamo conto che si può migliorare qualcosa si cerca di capirlo e di farlo.


C’è un momento in particolare in cui vi siete resi conto che il progetto Fody stava davvero cambiando la vita di di qualcuno dei dei ragazzi?


Di aneddoti ce ne sono tanti. Io posso fare un esempio che mi ha colpito molto. Una volta, parlando con i genitori di uno dei nostri artigiani, mi ringraziarono. Ero io che ringraziavo in realtà loro, spiegandogli che senza i loro figli questo progetto non sarebbero potuto esistere. Quindi non si trattava di ‘loro che dovevano ringraziare noi’, era un ringraziarci reciprocamente. Loro mi hanno risposto: “però noi non avremmo mai pensato di poterci permettere di nuovo il lusso di poter sognare che nostro figlio diventi qualcosa più di quello che è oggi”. 

Ho capito effettivamente che non c’era solo un tema pratico (di quello che potesse imparare il ragazzo), ma anche il fatto di ritrovare la speranza nel vedere un figlio proseguire e progredire nella vita raggiungendo un’indipendenza – chiaramente diversa rispetto alle aspettative di famiglie e persone diverse. 

Quando mi sono reso conto che alcune famiglie non si poteva più nemmeno permettere di sognare per il figlio una vita di un certo tipo e che qua stavamo – in un certo senso – ricostruendo quel diritto che per loro era un privilegio, mi sono ritrovato a pensare che aveva molto senso quello che stavamo facendo.

Cosa significa per questi ragazzi entrare a far parte di Fody?


Molti ragazzi hanno acquisito abilità di tipo manuale ma anche cognitivo. Usare una macchia da cucire, ad esempio, vuol dire usare le mani per dare la direzione e i piedi per regolare il pedale. Nella sindrome di Down, con cui abbiamo iniziato, l’idea del coordinamento occhi-mani-piedi era considerata una roba quasi impossibile. Trovare anche un’autonomia nel recarsi al posto di lavoro, perché i ragazzi che frequentano e che hanno l’obiettivo dell’inserimento si sono confrontati col tema del trasporto pubblico. Piano piano stanno anche imparando a raccontarsi, a superare la timidezza e anche quelle paure che limitano l’indipendenza.


Come siete riusciti a trovare un linguaggio che celebra la bravura dei ragazzi anziché evidenziare solamente le loro difficoltà?


Qua il merito è di uno dei miei soci che io ho conosciuto due anni fa mentre entrambi avevamo già avviato due progetti nella stessa città. Io avevo fondato Fody e lui aveva portato la disabilità sui social attraverso il suo profilo. Quando ci siamo conosciuti, nel giro di 24 ore – non esagero – abbiamo deciso di unire i nostri progetti. Come io da un lato sviluppo tutta la parte strategica dell’azienda, dall’altro lato Lorenzo (un educatore che ha già un’esperienza forte da sempre sul settore) riesce, osservando e conoscendo i ragazzi personalmente e anche formando lo staff, a far emergere quei lati che noi vogliamo. Che non sono sicuramente il concetto di bisogno di aiuto, seppur piano piano vogliamo introdurre anche delle tematiche di ottica di trasparenza (è importante anche non sminuire la difficoltà). L’idea era di partire dal concetto di parlare a un pubblico giovane a livello di conoscenza della disabilità, quindi trovare un linguaggio semplice.

Due anni fa si mostrava un piccolo laboratorio e alcuni ragazzi; oggi si iniziano a mostrare percorsi di studio, professionalità, trasferte fuori dalla sede, eventi in collaborazione con altre organizzazioni. Abbiamo ospitato nel laboratorio creativo più di 200 fan della community e i ragazzi gli hanno insegnato a decorare la nostra ringhiera. Si cerca un linguaggio che mostri in maniera positiva quelle che sono i risultati raggiunti, senza doverli definire come tali: chi ci segue tutti i giorni vede i ragazzi cambiare e maturare le dinamiche.


Sognate di replicare il modello Fody e aprire altri laboratori in Italia o all’estero?


Assolutamente sì, questo fin dall’inizio è stato uno di quegli aspetti su cui abbiamo sempre lavorato e stiamo ancora lavorando. A fine anno scorso abbiamo aperto due negozi temporanei a Bologna e a Milano e quest’anno ne apriremo altri. A Firenze già da un anno alcuni ragazzi stanno iniziando a realizzare i nostri prodotti all’interno di un centro diurno, che adesso inizierà a gestire una parte anche del nostro lavoro che inizieremo a raccontare at i canali social. L’idea è di capire in quale città ci sia il contesto migliore per poi aprirne anche di permanenti e quindi coinvolgere anche delle realtà locali.

Foto: @fodyfabrics