Guardati intorno: le città, i vestiti, le case, perfino i sogni sembrano aver perso saturazione. Il mondo sta davvero perdendo i suoi colori e forse questa è la cosa più triste che ci sia mai successa
Ci sono fotografie degli anni Settanta che sembrano appartenere a un altro pianeta. Non per le auto, non per i vestiti, nemmeno per i tagli di capelli. Per i colori. Le insegne dei bar erano rosse davvero. I supermercati avevano scaffali arancioni, confezioni verdi acide, piastrelle azzurre. Le cucine erano giallo senape. Le persone si vestivano senza paura di stonare. Perfino le automobili avevano il coraggio di essere viola, turchesi, amaranto. Oggi basta uscire di casa e guardarsi intorno: le città sembrano filtrate da Instagram ancora prima di essere vissute. I cappotti sono beige, gli interni color sabbia, i telefoni grigi, i loghi bianchi su fondo nero. Anche i nuovi condomini sembrano costruiti con la stessa matita: vetro, cemento, tortora. È come se il mondo, lentamente, avesse abbassato la saturazione. E la cosa inquietante è che quasi non ce ne siamo accorti.

La dittatura del beige
Un articolo pubblicato da UX Magazine nel 2024 prova a dare una risposta a questa sensazione collettiva: il mondo sta davvero perdendo colore. Non è solo nostalgia o impressione. Negli ultimi decenni c’è stata una progressiva corsa verso palette neutre, minimalismo, monocromia. Le aziende lo hanno capito prima di noi. I loghi si sono svuotati uno dopo l’altro per diventare “premium”, “clean”, “essenziali”. Le nostre case hanno seguito la stessa traiettoria. Scorri Instagram e sembra che tutti vivano nello stesso appartamento: divani panna, tazze color avena, lenzuola greige (quella tonalità tra il grigio e il beige). Una vita intera costruita per non disturbare l’algoritmo. E forse è proprio questo il punto: il neutro non divide, non prende posizione, non rischia di essere rifiutato. È il colore perfetto per un mondo che vuole piacere a tutti contemporaneamente.

Un mondo sempre più silenzioso
Ma il problema non è estetico. È emotivo. Perché il colore è sempre stato una dichiarazione. Il rosso non è mai stato solo rosso: era rabbia, eros, rivoluzione. Il giallo era estate, energia, casino. Il blu era malinconia ma anche profondità. Oggi invece sembriamo vivere in una costante modalità silenziosa. C’è una teoria dolorosamente plausibile: più una società diventa ossessionata dalla produttività, più perde interesse per il superfluo. E il colore, in un certo senso, viene percepito proprio così. Un eccesso. Un lusso sensoriale. Non è un caso se gli uffici moderni sembrano cliniche private, se gli aeroporti sono tutti uguali, se persino molti film contemporanei sembrano aver paura dei colori pieni. Guardiamo certe pellicole degli anni Novanta e sembrano respirare più di quelle di oggi. Adesso molte immagini sono fredde, desaturate, livide.


Che cosa abbiamo perso?
Forse il colore ci metteva troppo davanti a noi stessi. Dire “mi piace il giallo” è molto più personale che dire “preferisco il tortora”. Il colore espone. Rivela. E allora forse abbiamo iniziato a eliminarlo perché abbiamo smesso di volerci far vedere davvero. La globalizzazione ha fatto il resto: togliere le sfumature per rendere tutto traducibile ovunque. Entri in un aeroporto, in un centro commerciale, in un Airbnb, e hai l’impressione di essere sempre nello stesso posto. Ma quando spariscono i colori, spariscono anche i contrasti. E quando spariscono i contrasti, tutto inizia ad assomigliarsi: i giorni, le case, le persone, le emozioni. C’è qualcosa di profondamente triste nel fatto che abbiamo iniziato a considerare “pacificante” un mondo che assomiglia sempre di più a una schermata in standby. E allora forse la domanda non è perché il mondo sta perdendo colore. La domanda vera è: che cosa abbiamo perso noi, per non averne più bisogno?


