Il leader globale Flocus produce la prima fibra kapok davvero etica al mondo: Zero sostanze chimiche nocive e massimo impegno per la rigenerazione di ecosistemi e biodiversità
Nel tempo in cui cielo e terra erano ancora un tutt’uno, e gli uomini camminavano accanto agli spiriti, un grande albero sorse al centro del mondo: il Kapok. I Maya lo chiamavano Yaxché, le sue radici si intrecciavano nel Xibalba, il regno dei morti. Il tronco massiccio si ergeva nella terra degli uomini a sostegno della vita quotidiana, e la chioma toccava il cielo, dimora degli dèi.
Chi si addormentava sotto il suo ombroso abbraccio poteva udire sussurri divini o viaggiare, in sogno tra i tre mondi. Sulle sue cortecce affioravano spine coniche, simili a denti di giaguaro, e i sacerdoti ne raccoglievano alcune per usarle nei riti più sacri.
Era l’albero che teneva insieme tutto ciò che esisteva, il passato e il futuro, l’umano e il divino.


L’origine di Flocus
Oggi, quell’albero millenario si ripresenta come risorsa chiave per il futuro. In un’epoca in cui la sostenibilità è urgenza, il kapok diventa una delle soluzioni più promettenti per la moderna industria tessile.
La fibra in questione, venne utilizzata per secoli per l’imbottitura di cuscini e materassi, poi con l’arrivo delle fibre sintetiche intorno agli anni ’40, scomparve dal mercato. Nessuno lo coltivava più, nessuno sapeva lavorarlo. Fino a quando un incontro casuale non cambiò il corso delle cose.
Durante un viaggio a Bali, una coppia che viveva in Cina – Jeroen Muijsers ingegnere tessile, Sara Cicognani appassionata di viaggi – si ritrovò a dormire su un materasso fatto interamente di kapok. Nessuno seppe spiegare loro cosa fosse esattamente quella fibra, ma una donna del posto indicò l’albero fuori dalla porta. Da lì, nacque un’intuizione che diventò ricerca: com’era possibile che una fibra così leggera, isolante, naturale, fosse stata dimenticata?
Per tre anni studiarono il kapok, le sue proprietà, e potenzialità. Nel 2016, dopo numerosi tentativi, riuscirono a trasformare quella fibra in filo tessile e lo brevettarono. Così nacque Flocus: l’azienda tessile pionieristica, dedita a trasformare il kapok in una fibra ad alte prestazioni, etica e scalabile per l’industria moderna.
Flocus e la rigenerazione sostenibile


Il kapok, è una fibra difficilmente meccanizzatile, di conseguenza, in passato le bacche venivano aperte a mano, senza protezioni, senza contratti, e in condizioni spesso precarie. Logicamente, le nuove generazioni locali non volevano più occuparsene. Non si trattava solo di produrre un filato nuovo. Bisognava ripartire dall’inizio: “avevamo bisogno di tornare indietro nella supply chain e ricreare una supply chain degna del nome supply chain” – afferma la co-fondatrice di Flocus Sara Cicognani.
Flocus ha automatizzato il processo e ricostruito una filiera responsabile, condotto non solo una produzione etica, ma una vera e propria rigenerazione dei territori, delle tradizioni, e delle economie locali.
Il kapok non richiede abbattimento, è un albero rigenerativo che produce bacche per cent’anni. Questo significa che piantarne uno su un territorio locale garantisce alla comunità un reddito stabile per generazioni. Ma c’è di più. I fondatori di Flocus hanno insegnato alle popolazioni locali a riconoscere e valorizzare il potenziale degli alberi, dissuadendole dal tagliarli o sostituirli con coltivazioni più intensive. Hanno anche introdotto modelli agricoli più sostenibili: il kapok non va piantato in monocultura, ma in sistemi misti (polycrop), che favoriscono la biodiversità e non sottraggono terreno alle coltivazioni alimentari.
Tutto questo è rigenerazione. Non solo sostenibilità, non solo riduzione dell’impatto, ma una reale ricostruzione degli equilibri ambientali e sociali. Piantare un albero di kapok, oggi, significa ricreare un ecosistema. In Indonesia, Flocus lo sta già facendo, in isole danneggiate da attività minerarie, dove il suolo era stato reso sterile dall’estrattivismo.


Le nuove regole di Flocus per una fibra autentica
Tecnicamente, la fibra è sorprendente: offre prestazioni pari ai materiali sintetici. È termoregolante, termoisolante, cinque volte più leggera del cotone e naturalmente antibatterica, senza bisogno di trattamenti chimici. Spesso viene miscelata con fibre naturali o poliestere riciclato. Flocus non usa poliestere vergine e punta ad aumentare la percentuale di kapok nelle miscele, passata dal 15% del 2016 al 40% attuale. L’obiettivo è ridurre progressivamente il poliestere senza perdere funzionalità.
Ma allora perché il kapok non è ancora una fibra mainstream per i grandi brand? Il vero ostacolo è il sistema delle certificazioni. Le regole internazionali sono pensate per le coltivazioni industriali, non per alberi spontanei distribuiti su piccoli appezzamenti. È praticamente impossibile recintare o mappare piantagioni dove ogni albero è distante dieci o venti metri dall’altro. Eppure, proprio questa dispersione è sinonimo di rispetto per la natura. L’albero di kapok cresce senza fertilizzanti, pesticidi o irrigazione. È, per definizione, organico. Ma non rientra negli standard GOTS, semplicemente perché questi standard non contemplano il suo caso.
Così, paradossalmente, una fibra perfettamente naturale resta esclusa perché non rientra nei parametri.
“Quindi cosa stiamo facendo noi? Stiamo facendo noi la nostra stessa certificazione, che potrà forse in futuro essere quella per tutti? Tante certificazioni non funzionano, dietro al meccanismo della certificazione ci sono tanti falli. Io non voglio cadere in un fallo di questo genere. Nel senso, loro mi chiedono di certificare un albero e mi chiedono di piantarlo come un monocrop. Io mi rifiuto di piantarlo come un umano lo pianterebbe. È un albero che deve crescere in natura, io prendo solo le bacche. Non lo tocco, non lo taglio, non gli faccio niente, non lo irrigo, non gli do le fertilizzanti, non gli do niente. Meglio di così, però no, non è abbastanza“ – afferma Cicognani
Sara, se potessi piantare un albero kapok simbolicamente in un luogo del mondo oggi, un po’ come protesta all’estrattivismo cieco e all’omologazione delle risorse, dove lo pianteresti?
“In qualunque luogo, perché la natura non dovrebbe essere confinata. Attraverso gesti come questo, potremmo contribuire alla ricostituzione di interi ecosistemi.”

Foto: Albininext, Flocus


