Ciao come stai? 

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Ciao, come stai?

Di merda, tu?

Quante volte ci siamo trovati in questa situazione? Un innocente “Ciao, come stai?” che si trasforma nella domanda più spinosa del giorno. Perché, ammettiamolo, nessuno vuole davvero sapere come stiamo, e spesso neanche noi abbiamo voglia di rispondere. In fondo, saranno anche affari nostri, no?

Il “Ciao, come stai?” è diventato il nostro modo di riempire il silenzio. Una domanda di routine, che non ha più alcuna importanza. È una frase fatta, un piccolo stratagemma del perbenismo sociale. Un po’ come il “le serve altro?” del barista. Siamo tutti programmati per dirlo, senza nemmeno fermarci a pensare.

E poi, vogliamo parlare della risposta? “Bene, grazie. E tu?” È il pilota automatico della conversazione che si attiva. Una frase vuota, che non significa nulla e che usiamo solo per passare la palla all’altro, sperando che non si dilunghi troppo.

Quanto è raro l’interesse autentico?

E dimmi, quante sono davvero le persone che, quando ti chiedono “Come stai?”, lo fanno per sapere davvero come stai? Non per abitudine, non per educazione, ma per interesse sincero. Quante? Poche, pochissime. Forse nessuna.

La verità, amara come certe giornate di novembre, è che di te non importa a nessuno. Nessuno vuole davvero sapere come stai. Nessuno vuole caricarsi addosso il peso della tua verità, delle tue fatiche, delle tue ferite. E tu, che potresti approfittarne per gridare al mondo come ti senti, finisci invece per mentire, per conformarti. Perché? Perché sai che la sincerità spaventa, irrita, disturba.

Viviamo in un mondo dove nessuno si guarda negli occhi. Dove anche una domanda come “Come stai?” è diventata un riflesso condizionato, una frase vuota, un obbligo sociale. È il vuoto travestito da cortesia, è la recita di chi non ha tempo né voglia di fermarsi, di ascoltare, di capire.

Il vuoto travestito da cortesia

Ascoltare davvero significa fermarsi. E fermarsi significa lasciare entrare l’altro. Aprirgli una porta, fargli spazio dentro di noi. Ma chi ha più il coraggio di farlo? Nessuno. Siamo tutti stanchi, tutti schiavi della nostra indifferenza, tutti terrorizzati dalle emozioni altrui come fossero una malattia contagiosa.

E allora mi chiedo: cosa resta? Resta la solitudine, quel silenzio carico di parole mai dette, di verità mai ascoltate. E resta la certezza che chi ti chiede “Come stai?”, spesso, non vuole sentire la risposta. Perché ascoltare davvero, preoccuparsi davvero, significa prendersi una responsabilità. Una responsabilità che nessuno vuole più prendersi.

E se provassimo a cambiare?

Forse è il momento di fare un passo indietro e riscoprire il potere della sincerità. Non sto dicendo di trasformare ogni “Ciao, come stai?” in una sessione di terapia di gruppo, ma almeno di provarci, ogni tanto. Di ascoltare davvero, di essere presenti, di mostrare un minimo di empatia.

Sì, perché il “Ciao, come stai?” è diventato il carburante universale del perbenismo sociale. È la frasetta che riempie vuoti imbarazzanti come le patatine riempiono gli aperitivi. Finto interesse, zero sostanza.

Ma non deve essere per forza così. Forse dovremmo ribellarci a questa prigione fatta di apparenze e imparare di nuovo a guardarci negli occhi. A fare sul serio, almeno una volta. Perché il coraggio di chiedere “Come stai?” e di ascoltare davvero potrebbe non cambiare il mondo.

Ma potrebbe salvare una vita. E questo, forse, sarebbe già abbastanza.

By Millo & Frank

Photocredits: Pinterest

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