Jimmy Choo, l’uomo di Penang che ha riscritto la scarpa di lusso

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Dalla bottega del padre in Malesia alle calzature su misura per Lady Diana: la storia dell’artigiano che ha dato vita a uno dei nomi più celebri della moda internazionale

C’è una fotografia che Jimmy Choo conserva nella memoria meglio di qualsiasi altra. Non è scattata su un red carpet, non ritrae una cliente famosa né una sfilata memorabile. È l’immagine di suo padre, seduto nel retro di una bottega a Penang, con un pezzo di cuoio tra le mani e gli occhi bassi, concentrati. Choo aveva undici anni la prima volta che lo ha guardato lavorare con quella qualità di attenzione, come se il mondo fuori dalla bottega non esistesse. Ha capito allora che fare scarpe era una forma di meditazione. Non l’ha mai dimenticato.

Yeang Kee Choo, questo il nome del padre, era ciabattino. Un mestiere che in Occidente porta con sé una certa umiltà di immagine, ma che nella tradizione artigianale del Sud-Est asiatico ha una dignità propria, antica. Si impara osservando, poi imitando, poi sbagliando, poi correggendo. Jimmy Choo ha percorso tutte queste fasi prima ancora di mettere piede in un istituto d’arte. A dodici anni aveva già fatto il suo primo paio di scarpe, a quattordici le regalava alle ragazze del quartiere. A vent’anni era a Londra. La Cordwainers’ Technical College, oggi parte della London College of Fashion, lo formò tecnicamente, ma non cambiò il suo approccio fondamentale al lavoro. Choo era già un artigiano quando arrivò: quello che cercava era un linguaggio, non una filosofia. Lo trovò nelle biblioteche, nei mercatini, negli archivi fotografici di moda dove trascorreva ore a studiare scarpe d’epoca. Capì che il lusso non era questione di materiali rari o prezzi alti, ma di proporzioni. Di equilibrio tra la forma del piede e la forma che gli si dà.

‘Suo padre lavorava il cuoio come altri lavorano il marmo. Con la stessa pazienza, la stessa convinzione che la materia abbia una sua volontà e che il compito dell’artigiano sia assecondarla.’

Il laboratorio nel East End di Londra – un seminterrato a Hackney, pochi metri quadrati, luce insufficiente – diventò presto un luogo di pellegrinaggio discreto. Il passaparola tra donne che sapevano riconoscere la differenza tra una scarpa e una scarpa fatta bene. Tra le clienti, Lady Diana, che ordinava pumps in raso con quella semplicità con cui si ordina il pane, come se fosse ovvio che ci si rivolgesse all’artigiano migliore, senza cerimonie. Choo ricorda che non parlava mai di moda durante le prove. Parlava di comfort. Di come il piede cambia nel corso della giornata, di come il tacco deve distribuire il peso per essere indossato per ore senza conseguenze. Era, a suo modo, un discorso medico quanto estetico.

Nel 1996 il brand Jimmy Choo nasce in forma commerciale, con l’ingresso di Tamara Mellon come socia. È l’inizio di una trasformazione che Choo stesso guarderà con una certa distanza: il suo nome diventerà sinonimo di glamour hollywoodiano, di tacco vertiginoso, di Sex and the City. Un’iconografia potente e lontana dalla bottega di Penang quanto è possibile immaginare.

Nel 2001 Choo cede la sua quota del brand. Torna a fare quello che ha sempre saputo fare: scarpe su misura, una alla volta, con le mani. Oggi il laboratorio di Choo a Londra è una delle poche realtà rimaste in cui il su misura è ancora artigianato puro. Nessun logo in vista. Nessuna comunicazione social. Un sito web che è quasi un promemoria, non una vetrina. C’è qualcosa di programmaticamente minimalista in questa scelta, non come estetica adottata, ma come conseguenza naturale di una vita dedicata all’essenziale. Choo non ha mai avuto bisogno di aggiungere. Ha sempre saputo, fin da quella bottega a Penang, che togliere è la parte più difficile. Ed è anche la più onesta.

Articolo a cura di Selena Perca

Foto: Pinterest, WSJ