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	<title>felicità Archivi - AdL Mag</title>
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	<title>felicità Archivi - AdL Mag</title>
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		<title>Hygge: quando la felicità nasce dalle piccole cose</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Dolfini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Dec 2025 08:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[danimarca]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una parola, una filosofia, un modo di vivere che celebra la semplicità, la condivisione e il piacere dei piccoli momenti. Un viaggio nel cuore della filosofia dell’hygge. &#160;Negli ultimi anni una parola ha conquistato sempre più attenzione, fino a entrare ufficialmente nell’Oxford English Dictionary:&#160;hygge. Questo termine racchiude un significato profondo, che può essere tradotto come [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Una parola, una filosofia, un modo di vivere che celebra la semplicità, la condivisione e il piacere dei piccoli momenti. Un viaggio nel cuore della filosofia dell’hygge.</h2>



<p class="has-text-align-center">&nbsp;Negli ultimi anni una parola ha conquistato sempre più attenzione, fino a entrare ufficialmente nell’<em>Oxford English Dictionary</em>:&nbsp;<em><strong>hygge</strong></em>. Questo termine racchiude un significato profondo, che può essere tradotto come una sensazione di intimità, calore e convivialità, capace di favorire il benessere e generare una pura sensazione di felicità.</p>



<p class="has-text-align-center">L’hygge rappresenta una vera e propria filosofia di vita, profondamente radicata nel DNA del popolo danese e presente in ogni aspetto della loro quotidianità. Sebbene siano stati proprio i danesi a rendere celebre questo concetto, le sue origini non sono esclusivamente legate alla Danimarca. Il termine sembra infatti derivare dall’antico norvegese, dove indicava l’idea di “benessere”. Comparsa per la prima volta in Danimarca alla fine del XVIII secolo, la parola è diventata nel tempo un elemento essenziale della cultura locale. Oggi, l’hygge non è semplicemente un concetto astratto, ma un autentico modo di vivere.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_4089-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-53340" style="aspect-ratio:0.7500035597829956;width:343px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_4089-768x1024.jpg 768w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_4089-480x640.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 768px, 100vw" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Il benessere nelle piccole cose</h2>



<p class="has-text-align-center">L’hygge è un concetto complesso da spiegare a parole, soprattutto a chi non appartiene alla cultura di riferimento. Persino chiedendo a un danese di definirlo, emergono risposte diverse tra loro, accomunate però da un elemento fondamentale: il riferimento a esperienze semplici, piacevoli e profondamente rassicuranti. Una tazza di caffè fumante tra le mani, una serata trascorsa in compagnia degli amici, la luce soffusa di una candela accesa durante una giornata fredda… Tutto questo è hygge.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center">Per comprenderne davvero l’essenza, può essere utile affidarsi alle immagini e alle sensazioni. Chiudi gli occhi e immagina di gustare del buon cibo insieme alle persone che ami, di rilassarti al sole chiacchierando senza fretta. Se vuoi, puoi tuffarti in acqua per rinfrescarti. Poi, dopo aver ammirato un tramonto mozzafiato, ti ritrovi seduto accanto a un falò. Come ti senti in questo momento? Se provi una sensazione di felicità, benessere e appagamento profondo, allora hai sperimentato l’autentico spirito dell’hygge.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" width="736" height="980" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_4091.jpg" alt="" class="wp-image-53341" style="width:343px" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_4091.jpg 736w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_4091-480x639.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 736px, 100vw" /></figure>



<p class="has-text-align-center">L’hygge è un invito a coltivare uno stato d’animo consapevole e autenticamente gioioso. Significa rallentare, vivere pienamente il momento presente, trovare soddisfazione nella quotidianità. Al centro di questa filosofia vi è la connessione profonda con sé stessi e con gli altri, una dimensione relazionale che permette di sentirsi completi e felici anche nelle giornate più ordinarie. In fondo, la felicità non risiede in ciò che si possiede, ma in ciò che si prova. Nasce dall’intreccio tra esperienze sensoriali e relazioni umane, ed è forse proprio questo equilibrio a spiegare perché i danesi siano spesso considerati tra i popoli più felici al mondo.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">L’arte di sentirsi bene, in ogni stagione</h2>



<p class="has-text-align-center">L’inverno rappresenta la stagione hygge per eccellenza. Le giornate brevi e buie vengono illuminate da candele accese, avvolte dal calore domestico e dal profumo speziato della cannella. I danesi sorseggiano&nbsp;<em>gløgg</em>, il tradizionale vin brulé, e si rifugiano nei caffè, trasformando il freddo in un’esperienza di intima bellezza. Con l’arrivo della primavera, la hygge si risveglia insieme alla natura. Le ore di luce aumentano, i parchi si colorano e i primi raggi di sole invitano a vivere all’aria aperta. Un picnic in riva a un lago, una passeggiata tra i ciliegi in fiore diventano momenti di semplice, autentico piacere.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_4086-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-53342" style="width:343px" /></figure>



<p class="has-text-align-center">In estate, infine, la hygge è ovunque e più intensa che mai: nei barbecue tra amici, nei concerti all’aperto e nelle gite in bicicletta lungo la costa. Un luogo che incarna perfettamente questo spirito è&nbsp;<em><strong>La Banchina</strong></em>, simbolo concreto e vissuto dell’hygge. Qui, Christer Bredgard ha trasformato una banchina abbandonata in uno spazio dedicato al riposo e al profondo relax urbano, restituendolo alla comunità. Le sue intenzioni sono state accolte con entusiasmo. Non a caso, molti abitanti di Copenaghen citano&nbsp;<em>La Banchina</em>&nbsp;quando viene loro chiesto cosa significhi davvero hygge.</p>



<p class="has-text-align-center">I danesi ci insegnano che trovare soddisfazione nella vita quotidiana non solo è possibile, ma può diventare un vero e proprio modo di vivere, riflettendosi in ogni gesto e in ogni istante. Con il Natale alle porte, l’augurio è che ciascuno possa riconoscere e accogliere il proprio hygge: rallentando, restando presente e imparando a godere dei piccoli momenti.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Foto: Pinterest</em></p>
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		<title>Ikigai: il segreto della felicità </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Dolfini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Mar 2025 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[felicità]]></category>
		<category><![CDATA[lifestyle]]></category>
		<category><![CDATA[qualità della vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La vera felicità nasce dalla scoperta e dal perseguimento della propria ragione di vita, che coincide con la ricerca del proprio Ikigai. Il desiderio di essere felici è un tratto universale, un filo invisibile che lega ogni individuo. Sebbene non abbia confini, per essere autentico e duraturo – e non un semplice istante di appagamento [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">La vera felicità nasce dalla scoperta e dal perseguimento della propria ragione di vita, che coincide con la ricerca del proprio Ikigai.</h2>



<p class="has-text-align-center">Il desiderio di essere felici è un tratto universale, un filo invisibile che lega ogni individuo. Sebbene non abbia confini, per essere autentico e duraturo – e non un semplice istante di appagamento – deve radicarsi in qualcosa di profondo: il proprio <strong>Ikigai</strong>. In Giappone, questa espressione è considerata la chiave per una vita piena e significativa, tanto da essere il fondamento stesso della loro ricerca di felicità. L’Ikigai è unico per ogni individuo: non si manifesta per caso, ma si conquista con introspezione e sincerità. Non è il riflesso di aspettative altrui o desideri imposti, ma l’espressione più autentica di ciò che è nell’anima. Raggiungerlo significa armonizzare corpo e mente, coltivando un equilibrio che rafforza lo spirito e rallenta il naturale declino fisico e mentale. Anche nei momenti difficili, il richiamo all’Ikigai può offrire un senso di direzione, motivazione, e contatto con la propria essenza profonda. </p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Le sue Radici </h2>



<p class="has-text-align-center">L’Ikiga<strong>i</strong> è il cuore di un’antica filosofia giapponese che insegna come la vera felicità nasca dalla ricerca e dal perseguimento della propria ragione di vita. Non si tratta semplicemente di trovare uno scopo, ma di vivere ogni giorno coltivando attività e relazioni che donano appagamento e piacere. Il termine deriva dall’unione di <em>iki</em> (vita) e <em>gai</em> (valore), ma il suo significato va ben oltre la semplice individuazione di una meta: è l’espressione più autentica dei valori personali e dell’essere in armonia con essi. Solo allineandosi a ciò che conta davvero per sé stessi si può raggiungere una realizzazione profonda e duratura. Per comprendere a pieno l’Ikigai, bisogna considerare due dimensioni fondamentali. La prima riguarda la fonte d’ispirazione, che può essere una persona, un’attività, un evento o persino un ricordo. La seconda è lo stato d’animo che ne scaturisce: una consapevolezza interiore che si traduce in motivazione e in un obiettivo da perseguire. L’Ikigai non si alimenta del riconoscimento esterno, ma della gioia intrinseca del cammino intrapreso. Ed è proprio in questo che risiede il suo vero senso: dare significato alla propria esistenza.</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="640" height="640" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/03/IMG_8431.jpg" alt="" class="wp-image-35410" style="object-fit:cover;width:400px;height:371px" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/03/IMG_8431.jpg 640w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/03/IMG_8431-480x480.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 640px, 100vw" /></figure>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Trovare il proprio Ikigai</h2>



<p class="has-text-align-center">L&#8217;Ikigai trova spesso espressione in un diagramma, anche se, nella sua essenza più profonda, non può essere racchiuso in una semplice formula grafica. Nella visione occidentale, è considerato il punto d’incontro tra quattro elementi fondamentali:</p>



<p class="has-text-align-center">1. <strong>Ciò che si ama</strong>&nbsp;– le attività che suscitano passione e appagamento;</p>



<p class="has-text-align-center">2. <strong>Ciò di cui il mondo ha bisogno</strong>&nbsp;– il contributo che si può offrire alla società;</p>



<p class="has-text-align-center">3. <strong>Ciò per cui si può essere pagati</strong>&nbsp;– le attività che garantiscono un sostentamento;</p>



<p class="has-text-align-center">4. <strong>Ciò in cui si è bravi</strong>&nbsp;– le competenze e i talenti che si possiedono.</p>



<p class="has-text-align-center">Il diagramma dell&#8217;Ikigai si compone di quattro cerchi sovrapposti. Il primo raccoglie le proprie abilità, anche quelle che non necessariamente appassionano. Il secondo include le attività che fanno sentire realizzati e felici. Il terzo cerchio evidenzia ciò di cui la società ha bisogno, mentre il quarto comprende le attività che offrono una retribuzione. Al centro, dove questi elementi si intersecano, si trova l&#8217;Ikigai: la sintesi perfetta tra passione, missione, vocazione e professione. Ed è lì, in quel punto di equilibrio ideale, che si cela il senso più autentico della propria esistenza, la ragione d’essere e lo scopo personale di vita.</p>



<p class="has-text-align-center">Trovare il proprio Ikigai<strong> </strong>è un viaggio personale, che richiede tempo, introspezione e sincerità. Significa individuare quell’attività capace di donare alla vita un significato profondo. Questa filosofia invita a semplificare l’esistenza, scegliendo ciò che genera gioia reale e appagamento. Dopotutto, il desiderio comune è vivere una vita intensa, ricca di significato e soddisfazione. E forse, proprio attraverso l’Ikigai, possiamo avvicinarci alla felicità tanto bramata—e, perché no, farla durare nel tempo.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Foto: Pinterest</em> </p>
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		<title>Perchè le cose piccole e carine ci piacciono così tanto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emma Sabatini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Oct 2024 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[cose carine]]></category>
		<category><![CDATA[cose piccole]]></category>
		<category><![CDATA[felicità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che sia un bambino, un micino o un cucciolo di qualsiasi animale rassomigliante un pupazzo. Le cose piccole e carine ci fanno sentire felici e ci piacciono tantissimo, ma come mai? Sono sicura che come a me, e altre milioni di persone, anche a voi piacciono le cose piccole e carine. Entrate in un negozio [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Che sia un bambino, un micino o un cucciolo di qualsiasi animale rassomigliante un pupazzo. Le cose piccole e carine ci fanno sentire felici e ci piacciono tantissimo, ma come mai?</h2>



<p class="has-text-align-center">Sono sicura che come a me, e altre milioni di persone, anche a voi piacciono le cose piccole e carine. Entrate in un negozio dove vendono minuscoli pelosi porta chiavi, passa un cucciolo di qualsiasi animale dalle minuscole dimensioni. So quali sono le vostre reazioni e so quanto la vostra serotonina riesca a salire. Gli occhi si spalancano, la bocca si apre e un suono, o meglio, un ultrasuono viene emesso. “<em>Ma quanto è carino?!”. </em></p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Ma perchè ci piacciono così tante le cose piccole e carine? </h3>



<p class="has-text-align-center">Se noi dovessimo vederla da un cinico punto di vista evolutivo, si dice che alla base di quell’effetto “carino” che le cose piccole ci fanno, si cela l’adattamento evolutivo sviluppato dai bambini per non essere abbandonati da piccoli in quanto inutili. Si chiama <strong>Kindchenschema</strong>, una “formula di carineria” dei cuccioli, umani e non, descritta dall’etologo Konrad Lorenz nel 1943. Secondo Lorenz la testa e gli occhi grandi, la bocca e il naso piccolini, l’estremità corte e i corpi rotondi rendono adorabili ai nostri occhi determinati esserini.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="590" height="365" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_0839.webp" alt="" class="wp-image-28189" style="aspect-ratio:4/3;object-fit:contain" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_0839.webp 590w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_0839-480x297.webp 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 590px, 100vw" /><figcaption class="wp-element-caption">Esempio del Kindchenschema di Konrad Lorenz</figcaption></figure>



<p></p>



<p class="has-text-align-center">Potrei addirittura andare ancora più indietro nel tempo per darvi delle spiegazioni, fino agli inizi della storia del Giappone. Il paese asiatico ha sempre avuto un posto speciale per le cose piccole e carine. Un esempio sono le statuine di ceramica di piccoli animali, o gli oggetti delicati dalle forme semplici presenti nell’arte giapponese. </p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">L’amore per le cose carine parte nel periodo Edo. In quel momento in cui i kimoni vengono adornarti con fermagli e i samurai foderano nei loro vestiti piccoli amuleti. </h3>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="400" height="461" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_0841.webp" alt="" class="wp-image-28187" style="aspect-ratio:4/3;object-fit:contain" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_0841.webp 400w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_0841-260x300.webp 260w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></figure>



<p></p>



<p class="has-text-align-center">Figuratevi che i giapponesi hanno perfino una parola per indicare la sensazione che proviamo di fronte ad oggetti piccoli e carini: <strong><em>Kawaii</em>. </strong>Il termine all’inizio viene usato per parlare di pietà ed empatia. Con il passare dei secoli la parola inizia ad essere usata per descrivere il senso di attrazione e compassione che proviamo per bambini indifesi o cuccioli. </p>



<p class="has-text-align-center">Nel 1970, con l’avvento della penna sfera, in Giappone le studentesse cambiano stile di scrittura. Iniziano ad utilizzare caratteri stondati e decorati da piccoli cuoricini, stelle e faccine. Da cosa nasce cosa e questa ondata di <em>cuteness</em> subentra anche nel linguaggio colloquiale portando a uno slang molto simile al modo di parlare di un bambino. </p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">La primissima icona kawaii più contemporanea è stata, ed è tuttora, Hello Kitty. </h3>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_0843-1024x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-28188" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_0843-1024x1024.jpeg 1024w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_0843-980x980.jpeg 980w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_0843-480x480.jpeg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 1024px, 100vw" /></figure>



<p></p>



<p class="has-text-align-center">Un giornalista americano, Neil Steinberg, in un suo reportage per una rivista scientifica, ha cercato di mettere insieme tutto quello che sappiamo sulle cose piccole e carine e sul perchè ci piacciono così tanto. Per farlo Steinberg utilizza una storia di una mascotte a forma di orso, diventata decisamente popolare sempre in Giappone. </p>



<p class="has-text-align-center">L’orsetto si chiama Kumamon, è un orso nero con le guance rosse ed è la mascotte della prefettura di Kumamoto, nel sud del paese. E’ cosa comune in tutto il Giappone avere uno “<em>yuru-chara”</em> ossia un personaggio dall’aspetto adorabile e tenero, che serva a promuovere la propria immagine e attrarre così turisti e clienti. Come Hello Kitty, Kumamon non parla, ma ha una personalità ben precisa: è “molto birichino”. </p>



<p class="has-text-align-center">Lo scopo dell’orso è quello di pubblicizzare l’ampliamento della rete ferroviaria ad alta velocità Shinkasen fino alla sua prefettura, Kumamoto. Oggi Kumamon però non è più solo un simbolo o una strategia commerciale, l’orso è considerato quasi come una creatura vivente, una specie di stravagante divinità domestica dalla forma di orso. </p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Figuratevi che nel 2016, quando un terremoto di magnitudo 2,6 colpì l’isola in cui si trova la prefettura di Kumamoto, moltissime persone scrissero a Kumamon per sapere se stesse bene. </h3>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_0842-1024x576.jpeg" alt="" class="wp-image-28190" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_0842-1024x576.jpeg 1024w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_0842-980x551.jpeg 980w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_0842-480x270.jpeg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 1024px, 100vw" /><figcaption class="wp-element-caption">Kumamon</figcaption></figure>



<p></p>



<p class="has-text-align-center">Per fortuna l’orso e i suoi amici erano salvi. </p>



<p class="has-text-align-center">Torniamo alla ricerca fatta da Lorenz su come i bambini con il loro aspetto carino e coccoloso fanno in modo che non vengano abbandonati. Pare anche che grazie ai propri attributi piccoli e carini, aldilà dell’affetto per queste dolci creature, sentiamo anche l’impulso di prendercene cura. Partendo da questo, qualche anno fa sono stati fatti degli studi sperimentali su come le cose <em>kawaii </em>vengono percepite. </p>



<p class="has-text-align-center">Secondo una ricerca giapponese del 2012, vedere facce simili a quelle dei bambini aumenta la concentrazione, proprio come quando ci troviamo a doverci occupare di un bambino.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Alcuni esperimenti dimostrano come mostrando delle immagini di cose piccole e carine ad alcune persone, queste immagini stimolino la parte del cervello legata alle sensazioni di piacere, lo tesso che rilascia la dopamina: il nucleus accumbens. </h3>



<p class="has-text-align-center">Altri due studi di Yale, invece, spiegano che quando diciamo che “vorremmo mangiarcelo da quanto è carino” lo diciamo perchè proviamo forti emozioni alla vista di piccole creature. Usare il verbo “mangiare” è un segno di un inconscia aggressività verso le piccole creature e che deriva dall’idea frustrante di non essere in grado di prendersene cura nel modo giusto. Non sentendoci all’altezza della cura, proviamo contemporaneamente rabbia e preoccupazione nei confronti del piccolo. </p>



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<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="945" height="531" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_0840.jpeg" alt="" class="wp-image-28186" style="aspect-ratio:4/3;object-fit:contain" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_0840.jpeg 945w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_0840-480x270.jpeg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 945px, 100vw" /></figure>



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<p class="has-text-align-center">Un’altra dimostrazione dell’effetto descritto da Lorenz, ce lo da’ un esperimento condotto nell’Università del Michigan nel 2012. A un gruppo di persone americane e sudcoreane viene chiesto di disegnare un rettangolo carino. Buona parte disegna rettangoli piccoli, tondeggianti e colorati con colori chiari. Altri test nello stesso studio mostrano che i sudcoreani hanno un’opinione più alta delle cose carine, in quanto aventi un diverso atteggiamento nei confronti di ciò che è piccolo nella cultura dei paesi dell’est asiatico. </p>



<h4 class="wp-block-heading has-text-align-center">Corea, Cina e Giappone hanno culture meno legate all’individuo e che danno invece valore a ogni membro della società, compresi i bambini e i deboli. Al contrario, negli Stati Uniti, la debolezza e l’infantilismo sono giudicati negativamente. </h4>



<p class="has-text-align-center">Secondo alcune altre ricerche, il fascino delle cose carine e piccole è più forte sulle donne, che sugli uomini. Ritornando al concetto di cura del bambino, è semplice rendersi conto che questa spesso è prevalentemente affidata alla madre, per cui biologicamente parlando capiamo il tutto. Alcuni però si chiedono, se questa cultura delle cose carine, specialmente in Giappone, è un elemento di una società sessista che vuole che le donne si comportino e vengano trattate come fragili. O meglio, come bambine.</p>



<p class="has-text-align-center">Steinberg, comunque, ha scoperto che non a tutte le donne giapponesi piacciono gli oggetti <em>kawaii</em>. E’ decisamente una minoranza, molto sensibile alle idee del femminismo. </p>



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<figcaption class="blocks-gallery-caption wp-element-caption">Esempi della cultura kawaii in Giappone </figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">C’è anche chi dà “contro” alla cultura del carino. Hiroto Murasawa, studioso, spiega come la moda delle cose carine favorisca la tendenza a non affermarsi come adulti e indipendenti. </h3>



<p class="has-text-align-center">Facendo riferimento alle miniature, il nostro amore per le cose piccole smebra essere anche legato al fatto che queste rispondono al nostro desiderio di conoscenza. La possibilità di avere un qualcosa che possiamo muovere come vogliamo, ci dà anche una sensazione di controllo. Una sensazione che nel mondo caotico in cui viviamo è difficile sentire. </p>



<p class="has-text-align-center">Comunque negli ultimi tempi si è spiegato che non troviamo belle le cose piccole e carine solo perchè ce ne vogliamo prendere cura, ma è legato a un più generale sentimento positivo che influisce su come interagiamo socialmente con le altre persone. </p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Anche il rilascio di Ossitocina, l’ormone dell’amore, influisce nelle nostre sensazioni verso le cose piccole e carine. </h3>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="710" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_0847-1024x710.jpeg" alt="Piccole e carine " class="wp-image-28194" style="width:823px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_0847-980x680.jpeg 980w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/10/IMG_0847-480x333.jpeg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 1024px, 100vw" /></figure>



<p></p>



<p class="has-text-align-center">Non è solo per via della teoria dei bambini di cui prendersi cura, ma quando il corpo rilascia ossitocina ci fa sentire innamorati dell’oggetto che ci attrae. Anche la dopamina, come già detto, si lega a queste sensazioni. Quindi ogni volta che vediamo qualcosa di piccolo che troviamo carino e coccoloso, il nostro cervello rilascia dopamina e ci fa sentire felici. </p>



<p class="has-text-align-center">Insomma, perchè le cose piccole e carine ci piacciono così tanto? Perchè ci rendono felici. </p>



<p class="has-text-align-center">Le cose piccole e carine sono la ricetta alla nostra felicità, che viene naturale proprio dal nostro corpo grazie ai nostri ormoni che non riescono a rimanere impassibili, nemmeno loro. </p>
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