Dalla Germania al resto del mondo, le donne conquistano il potere e commettono il più imperdonabile dei peccati: non pensarla tutte allo stesso modo.
Esiste una cosa che la politica ama quasi quanto il potere: le categorie. Destra. Sinistra. Conservatori. Progressisti. Uomini. Donne.
Possibilmente ciascuno al proprio posto, con relativa etichetta, così da poter osservare il mondo con quella rassicurante certezza di averlo capito.
Poi arrivano le elezioni in Sassonia-Anhalt. E il mondo, come spesso gli capita, si comporta male.

Il 6 settembre Alternative für Deutschland sfiora il 44% dei voti e conquista 39 degli 83 seggi del parlamento regionale. Non abbastanza per governare da sola. Abbastanza per costringere la Germania (e con lei una buona fetta d’Europa) a guardare negli occhi qualcosa che per anni ha preferito osservare dalla distanza di sicurezza riservata ai fenomeni che si spera passino da soli.
Non è passato.
L’AfD della Sassonia-Anhalt è classificata dall’intelligence interna regionale come formazione di estrema destra accertata, classificazione che il partito respinge e considera politicamente motivata. Intanto la CDU esclude una collaborazione e il celebre Brandmauer, il muro di fuoco costruito dai partiti tradizionali attorno all’AfD, comincia inevitabilmente a fare i conti con l’aritmetica.
Perché la democrazia ha questo vizio piuttosto fastidioso: alla fine bisogna contare i voti. Fin qui, niente di particolarmente femminile. Poi si guardano quei voti un po’ meglio.

Le donne non hanno letto il copione
In Sassonia-Anhalt ha scelto AfD il 50% degli uomini contro il 39% delle donne.
Undici punti.
Una distanza troppo grande per liquidarla con una scrollata di spalle e troppo interessante per trasformarla nella solita favola rassicurante della donna naturalmente progressista, moderata, inclusiva, pacifista e possibilmente munita di bicicletta.
Anche perché c’è un piccolo problema. Alice Weidel.
Una delle figure più riconoscibili dell’AfD è una donna. Economista, ex professionista della finanza, co-leader del partito e candidata alla cancelleria alle elezioni federali del 2025. Vive con la compagna, di origine srilankese, con la quale cresce due figli. Guida però un partito che sostiene una linea fortemente restrittiva sull’immigrazione e posizioni sociali decisamente lontane da quelle della sinistra progressista tedesca.

Confusi? Non dovremmo esserlo.
Forse siamo semplicemente ancora prigionieri di un’idea piuttosto paternalistica dell’emancipazione: abbiamo stabilito che le donne debbano essere libere, purché usino quella libertà nel modo che avevamo previsto.
È qui che la faccenda diventa interessante.
Una donna non è una categoria politica
Per decenni abbiamo parlato di voto femminile, leadership femminile, rappresentanza femminile. Era necessario. In molti Paesi continua a esserlo.
Ma a furia di mettere l’aggettivo “femminile” dietro qualsiasi cosa faccia una donna abbiamo finito quasi per convincerci che esista un pensiero politico incorporato nel cromosoma X.
Non esiste.
Una donna può essere socialista e un’altra liberale. Una può considerare l’immigrazione una ricchezza e un’altra un problema. Una può scendere in piazza per il diritto all’aborto e un’altra contestarlo. Può essere conservatrice, progressista, ambientalista, nazionalista, moderata, radicale. Può perfino votare male.

Naturalmente, “male” dipende da chi sta guardando. Ed è precisamente questo il punto.
L’emancipazione non è il diritto di una donna di esprimere l’opinione che noi riteniamo corretta. Quello è soltanto un modo più elegante di concederle il permesso. L’emancipazione è il diritto di avere un’opinione propria.
Anche quando ci irrita. Soprattutto quando ci irrita.


Ventotto donne. Otto miliardi di persone.
Mentre discutiamo di come votano le donne tedesche, però, sarebbe utile ricordare quante donne possono realmente decidere. Poche.
Nel 2026 occupano il 27,5% dei seggi nei parlamenti nazionali e il 22,4% degli incarichi ministeriali nel mondo. Soltanto 28 Paesi hanno una donna come capo di Stato o di governo. Centouno non ne hanno mai avuta una. Centouno.
Nel frattempo la presenza femminile nei parlamenti è cresciuta in un anno dal 27,2 al 27,5%.
Tre decimi di punto. Di questo passo avremo probabilmente tutto il tempo per organizzare una conferenza sulla parità mentre aspettiamo che arrivi.
E non basta entrare nella stanza. Bisogna riuscire a rimanerci. Secondo l’Inter-Parliamentary Union, il 76% delle parlamentari coinvolte in una recente rilevazione ha riferito violenze o intimidazioni da parte del pubblico, online o offline, contro il 68% degli uomini. Per le donne l’attacco assume inoltre più frequentemente forme sessiste e sessualizzate.
Curioso.
Per secoli abbiamo spiegato alle donne che la politica non fosse posto per loro. Ora che ci sono entrate, ci stupiamo se alzano la voce.

Il problema non è Alice Weidel
O almeno, non è soltanto lei. Il risultato della Sassonia-Anhalt racconta una Germania attraversata da fratture reali: immigrazione, economia, sfiducia nei partiti tradizionali, differenze ancora profonde tra Est e Ovest. Questioni sulle quali si può discutere, e sarebbe persino auspicabile farlo senza trasformare ogni conversazione in un processo alle intenzioni.
Ma quel 50% contro 39% racconta qualcos’altro. Le donne votano diversamente dagli uomini. E, soprattutto, votano diversamente fra loro.
Sembra una banalità. Eppure continuiamo a comportarci come se non lo fosse. Ci piace celebrare “le donne” quando vincono. Le donne nella scienza. Le donne nelle istituzioni. Le donne nei consigli di amministrazione. Le donne al governo.
Poi una di quelle donne prende una posizione che non ci piace e improvvisamente ci domandiamo come possa, proprio lei, proprio una donna. Come se esistesse un contratto.
Come se il prezzo per entrare nel club fosse pensarla nel modo giusto.

La libertà comincia quando smettiamo di essere d’accordo
Forse abbiamo raccontato male persino il potere. Perché la parità non arriverà il giorno in cui metà dei parlamentari saranno donne e tutte sosterranno politiche che consideriamo illuminate. Arriverà quando metà dei parlamentari potranno essere donne e nessuno troverà particolarmente interessante il fatto che lo siano.
Quando una politica incapace sarà semplicemente incapace. Una brava leader sarà una brava leader. Una conservatrice sarà conservatrice. Una progressista sarà progressista.
E nessuno domanderà a una donna di rappresentare tre miliardi e mezzo di persone ogni volta che apre bocca. Abbiamo combattuto perché le donne potessero entrare nella stanza.
Poi perché avessero una sedia. Poi perché potessero parlare.
Adesso arriva forse la parte più difficile: accettare quello che hanno da dire.
Potranno piacerci oppure no. Potranno stare a destra, a sinistra o da nessuna delle due parti. Potranno essere prudenti, radicali, brillanti, mediocri. Potranno perfino contraddirsi.
Come fanno gli uomini da qualche millennio senza che nessuno trovi la cosa particolarmente sorprendente.
Perché il voto delle donne non è rosa. Non è rosso. Non è nero.
È un voto. Ed è proprio questo, alla fine, il punto.
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