Droghe: dalla sommossa alla sopravvivenza

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Le droghe negli anni sono cambiate, così come il modo di parlarne e nell’era del sintetico la narrazione diventa salvagente.

Per parlare di droga negli anni ’60 si usava un tono totalmente diverso da quello che utilizziamo oggi. Nella prima metà del decennio, infatti, le sostanze psichedeliche non facevano parte delle subculture di strada o della criminalità, ma stavano nelle università, nella medicina e nell’élite culturale. Furono diversi gli psicologi che condussero esperimenti ufficiali ad Harvard sul potenziale terapeutico e mistico degli psichedelici.

La narrativa giornalistica iniziale trattava l’LSD come una materia intellettuale affascinante con una certa curiosità scientifica.

L’uso di sostanze non era evasione o degrado, ma un’esplorazione filosofica che rompeva i limiti della percezione borghese. Poi l’LSD e la cannabis diventano il collante ieologico del movimento hippy, della protesta contro la guerra in Vietnam e del rifiuto del modello capitalista post-bellico. Ufficialmente il consumo di droga diventa un atto di disobbedienza civile e identitaria.

Insomma, se mi fumo le canne è decisamente probabile che creda che alcune cose non debbano andare così.

Di fronte alla Summer of Love del 1967 però le cose cambiano e i quotidiani, come le tv tradizionali, abbandonano la curiosità in favore di un giornalismo sensazionalistico. Intere copertine di LIFE e TIME dedicate a narrazioni forti sui “bad trips” e i presunti danni cromosomici che le droghe portavano. Così come storie di giovani che saltavano dai finestrini convinti di saper volare.

Photo via SFGATE

Nel 1968 l’LSD diventa illegale negli USA.

Il consumo di droga passa da ribellione a risposta paranoica e disperata al fallimento del sogno americano.

Nel 1971 Nixon dichiara ufficialmente guerra alla droga: il consumo diventa una minaccia per la sicurezza nazionale.

In quel momento avviene una netta scissione di classe nel consumo e nella percezione pubblica delle sostanze. Si crea una doppia polarizzazione: l’eroina di strada vs. la cocaina patinata. I media mainstream parlano della prima solo attraverso la lente della criminalità e del degrado, ponendo delle solide basi per la stigmatizzazione raziale che prenderà parte all’andamento della giustizia penale nei decenni seguenti.

Nello stesso momento la cocaina era l’iper-funzionalità, l’energia e il successo individuale dentro il sistema. Si pubblicavano tranquillamente inserzioni pubblicitarie per cucchiaini da collo e kit di purficaizone, battezzandola una droga pulita, per nulla dannosa e totalmente priva di rischi di dipendenza fisica.

Photo via the american sixties

Se gli anni ’70 sono stati il doposbronza dell’utopia, gli anni ’80 e ’90 hanno visto la spettacolarizzazione, l’escalation penale e la successiva integrazione pop della droga.

Il crack ha segnato gli anni ’80 così come la reazione spietata delle istituzioni e dei media. La sostanza veniva raccontata come un qualcosa di demoniaco e la prevenzione da informativa e scientifica diventa puramente morale, punitiva e fondata sull’astinenza assoluta. Questo grazie a una Nancy Reagan che consiglia una campagna nazionale decisamente concisa: “Just Say No”.

Il decennio si chiude con un giornalismo d’inchiesta su Cartelli e guerre alla droga. Negli anni ’90 la narrazione si polarizza di nuovo: da un lato nasce la cultura clubbing, dall’altro la crisi sanitaria dell’HIV legata al consumo di eroina.

Photo via Scarfolk Council

Negli anni ’90 la moda abbraccia il look Heroin Chic, la cultura pop racconta il consumo senza moralismo e Trainspotting trasforma la tossicodipendenza in un manidesto generazionale.

Riassumendo: la narrazione dagli anni ’60 passa da utopia politica a disincanto e mercato, per diventare guerra sociale e panico. Diventando estetica e sottocultura pop, fino a emergenza tossicologica industriale e di salute pubblica. Esiste un effettivo e netto cambio di paradigma e la transiziona dal consumo ricreativo ed esperienzale passa al protocollo di sopravvivenza.

Photo via Reddit

Uno degli ultimi articolo di Playboy sul “corretto uso” delle droghe sintetiche rappresenta questo cambiamento.

Nello scenario attuale degli Stati Uniti parlare di uso corretto o sicuro non significa suggerire come utilizzare la sostanza, ma come evitare l’avvelenamento involontario di una catena di spaccio incontrollabile.

Raccontare l’uso delle dorghe in questo modo presuppone che nessuna sostanza di strada o acquistata online sia più pura o prevedibile. Il Fentanyl, la più consumata delle sostanze attuali, viene usato dai cartelli o dai distributori intermedi per tagliare qualsiasi tipo di sostanza. Perfino le pillole da prescrizione diventano farmaci contraffatti.

L’uso consapevole diventa l’utilizzo sistematico di strumenti scientifici da parte del consumatore prima dell’assunzione. Una sorta di libretto di istruzioni per l’uso consapevole delle sostanze.

Strisce reattive per il Fentanyl o kit di reagenti chimici per controllare la composizione della propria droga, sono solo alcuni degli strumenti presenti sul mercato.

Il Narcan, in grado di invertire un’overdose da oppiodi in pochi secondi, diventa l’accessorio da borsetta più utilizzato nell’ultimo anno.

Ci troviamo di fronte a un approccio che non fa spallucce a una grave emergenza sanitaria, ma prende atto del fatto che le persone consumano sostanze e che l’obbiettivo principale deve essere mantenerle in vita. Il consumatore non è più un deviante o un criminale, ma un individuo che si muove in un ambiente ad alto rischio. Il giornalismo prende così una posizione educativa.

La gente si droga e non sarà certo il New York Times a farla smettere, ma può prendere parte a una catena solidale che si basa sull’idea che “se proprio devi farlo, almeno fallo in sicurezza”.

C’è chi parla di rischio di un nuovo modo di incentivare alla droga, ma dall’altra parte dove si pratica harm reduction (distribuzione di Narcan e stazioni di test nei club) le morti per overdose crollano.

Photo via First Nations Health Authority

Oggi è crollato anche il mito della droga come manifesto d’avanguardia, la sostanza non è più esperienza culturale, ma prodotto opaco di una catena di fornitura deregolamentata.

Il modo in cui una società racconta le droghe ha sempre riflesso le sue paure e sogni. Il Novecento ha parlato delle sostanze come un campo di battaglia in cui difendersi in tutti i modi, nel secolo successivo è necessario usare un manuale di resistenza e sopravvivenza.

L’unica verità che conta nell’era dei sintetici è che nel campo minato invisibile dell’uso delle sostanze l’informazione sembra essere una delle più efficaci forme di ribellione.