L’Odissea di Nolan, dove, il vero viaggio è avere il coraggio di tornare

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Christopher Nolan rilegge il poema di Omero senza inseguire la filologia. Ne nasce un’opera che divide, affascina e riporta al centro una domanda antica: cosa significa davvero trovare la propria Itaca?

Il ritorno è la parte più difficile

Per secoli abbiamo raccontato Ulisse come l’eroe dell’avventura. L’uomo che sfida il mare, gli dèi, i mostri e il destino. È una lettura rassicurante. La verità è che l’Odissea non parla del partire. Parla del tornare. E oggi, forse più di tremila anni fa, questa è la parte che ci mette maggiormente a disagio. Viviamo in un’epoca che celebra il movimento continuo. Cambiamo città, lavoro, relazioni, identità. Abbiamo trasformato il viaggio in uno stile di vita, quasi in un valore assoluto. Ma nessuno ci insegna davvero a fare i conti con quello che il viaggio lascia dentro di noi. Per questo l’Odissea continua a parlarci. Non perché racconti il mare. Ma perché racconta noi.

Nolan sceglie il mito, non il manuale di storia

Chi ha studiato il mondo classico lo nota immediatamente. Le licenze poetiche ci sono. Alcune scelte narrative si allontanano dal testo di Omero e anche la ricostruzione storica non cerca mai la precisione assoluta. Eppure sarebbe un errore giudicare il film soltanto con il metro della filologia. Christopher Nolan non sembra interessato a realizzare una lezione di letteratura greca. Vuole raccontare un mito. E i miti, per loro natura, non sono mai immobili. Cambiano con le epoche, parlano linguaggi diversi e si trasformano senza perdere il loro nucleo più profondo. Da questo punto di vista la sua Odissea funziona.

Costumi e atmosfera: il linguaggio della memoria

Una delle cose che mi ha convinto maggiormente è proprio l’impianto visivo. I costumi non inseguono sempre una rigorosa ricostruzione storica, ma costruiscono un’estetica coerente con l’idea di un racconto sospeso tra storia e leggenda. Non cercano il realismo assoluto. Cercano la memoria. Lo stesso vale per la fotografia e per l’atmosfera generale del film, che riescono a restituire quella sensazione di tempo sospeso che accompagna il poema di Omero fin dalle sue prime pagine. È un mondo lontano eppure sorprendentemente familiare.

L’unico limite? Il tempo

Se c’è un elemento che mi ha lasciata più perplessa è il ritmo. Nolan si prende tutto il tempo necessario per raccontare il viaggio di Ulisse. Forse persino troppo. Alcune sequenze si dilatano oltre il necessario e finiscono per rallentare una narrazione che avrebbe potuto mantenere una tensione più costante. È una scelta stilistica precisa, certo. Ma non sempre efficace. In alcuni momenti il film sembra quasi compiacersi della propria monumentalità. E il rischio è che lo spettatore perda proprio quel senso di urgenza che il viaggio di Ulisse dovrebbe trasmettere.

Perché continuiamo ad avere bisogno di Ulisse

La domanda vera, però, non è se Nolan abbia girato l’adattamento perfetto dell’Odissea. Probabilmente non esiste. La domanda è un’altra. Perché, dopo quasi tremila anni, continuiamo a raccontare questa storia? La risposta è semplice. Perché Ulisse non combatte davvero contro Polifemo. Non combatte contro le Sirene. Non combatte nemmeno contro Poseidone. Combatte contro il tempo. Contro la nostalgia. Contro la paura di non riconoscere più la casa che ha lasciato. Ed è esattamente quello che facciamo anche noi.

Il mito continua a raccontare il presente

Sono entrata in sala con aspettative molto alte. Forse inevitabilmente. Sono cresciuta con Troy, ho studiato il greco al liceo classico e conosco bene il peso che l’Odissea porta con sé. Per questo temevo un esercizio di stile. Invece ho trovato qualcosa di diverso. Non perfetto. Non sempre convincente. Ma sincero. Ed è probabilmente questa la qualità che mi è rimasta più impressa uscendo dal cinema. Perché i grandi miti non sopravvivono grazie alla fedeltà con cui vengono raccontati. Sopravvivono perché ogni generazione continua a riconoscersi nelle loro domande. E finché continueremo a chiederci dove sia davvero la nostra Itaca, Ulisse continuerà a camminare accanto a noi.

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