Alta Velocità o alta tensione?
Guida antropologica per lettori curiosi
Prendere il treno non è solo spostarsi da un punto A a un punto B. Per chi mastica binari regolarmente, è un appuntamento fisso con una sit-com infinita. Mi siedo, incastro la borsa, controllo che il vicino non sia un “sequestratore di braccioli” e il sipario si alza. Non serve Netflix con un simile campionario umano. Si va dal manager in crisi ipoglicemica alla signora che usa il vagone come il salotto di casa sua.
Il primo atto va in scena subito. È quello che chiamo il “Risiko del sedile creativo”. Avete presente quando un passeggero arriva al posto e ci trova una coppia? Inizia lì una trattativa degna di un summit internazionale. Lei sorride con una dolcezza che nasconde una lama affilata e poi lancia la proposta indecente: “Le dispiacerebbe spostarsi alla carrozza 11 per farci stare vicini?”.
La carrozza 11, per la cronaca, non è un luogo fisico. È una dimensione spazio-temporale parallela situata tre chilometri più in là, solitamente adiacente al vagone di una scolaresca in gita che testa i limiti dei polmoni. Assisto alla scena del povero malcapitato che accetta il destino. Lo fa per troppa educazione o per sfinimento. Si avvia mestamente verso l’esilio, mentre la porta fischia in segno di solidarietà.

Equilibristi del mattino e l’inspiegabile daltonismo ferroviario
Mentre la tratta mattutina procede, scatta il momento della migrazione verso il bar. È qui che assisto alla sfilata degli “Equilibristi del macchiato”. Vedere queste persone che cercano di tornare al proprio posto attraversando quattro vagoni con due bicchierini di carta bollente in mano è una performance che rasenta l’arte circense. Avanzano ondeggiando su un filo invisibile, cercando di assecondare i sobbalzi del treno con le ginocchia e i gomiti, con la concentrazione estrema di chi sta trasportando nitroglicerina liquida. Un liscio sui binari o una frenata improvvisa e il loro outfit da ufficio diventa improvvisamente un’opera d’arte astratta al profumo di arabica, mentre il corridoio si trasforma in una pista da pattinaggio al caffeina.
Ma il picco massimo della comicità lo raggiungiamo con il “Naufrago delle compagnie”. Succede sempre: il treno è fermo in stazione, le scritte “Frecciarossa” giganteggiano ovunque (dai monitor, alle fiancate, ai tappetini), eppure ecco che sale qualcuno con il biglietto di un altro treno in mano, cercando disperatamente il posto 12C. Quando il controllore gli spiega che ha sbagliato non solo treno, ma proprio universo ferroviario, lo sguardo del passeggero è lo stesso di chi si sveglia su Marte senza tuta spaziale. È in questi momenti, vedendo gente vagare confusa tra loghi rossi e velluti grigi, che capisco quanto il caffè del mattino non sia un piacere, ma un supporto vitale necessario alla sopravvivenza della specie.



Il “Conference call pride” e il coro da stadio dei 15 minuti
Una volta stabilita la velocità di crociera, scatta il terzo atto: la fiera del vivavoce. È incredibile come certe persone sentano l’esigenza vitale di far sapere a trenta sconosciuti che il “budget per il prossimo trimestre è assolutamente da rivedere” o che “il brief per il cliente è troppo soft”. Più le parole sono in inglese, più il volume della voce aumenta.
Ma la vera unione dei popoli avviene quando la voce metallica dell’altoparlante annuncia il fatidico: “Vi informiamo che il treno viaggia con un ritardo di 15 minuti”. In quel preciso istante, il vagone smette di essere un insieme di estranei e diventa una curva ultras. Si alza un eco collettivo, un boato di “Come al solito!”, “Ti pareva!” e sospiri teatrali che manco a San Siro dopo un rigore parato. È il momento più catartico del viaggio: un’indignazione corale che ci fa sentire tutti parte della stessa sfortunata famiglia.
Nel frattempo, i tanto criticati “giovani con il telefono in mano” , categoria a cui appartengo e che osservo quasi con occhio critico dopo innumerevoli viaggi, vengono puntualmente etichettati come zombi digitali da chi, cinque minuti dopo, entra in una crisi esistenziale perché la batteria è scesa sotto il 20%. È divertente notare come chi ci accusa di non saper più “guardare fuori dal finestrino” sia la stessa persona che, quando il telefono si spegne, inizia a vagare per il vagone con lo sguardo perso di chi ha appena smarrito la propria identità.



La democrazia della parmigiana e il rimorso del cracker
Verso l’ora di pranzo scatta il momento della verità gastronomica. Da una parte ci sono i “professionisti della schiscetta”, quelli che estraggono borse termiche degne di un catering stellato. Quando il profumo di una lasagna o di una parmigiana fatta la sera prima inizia a invadere l’aria, il tuo pacchetto di cracker comprato di fretta in stazione sembra improvvisamente una punizione divina.
Ti ritrovi lì, a sgranocchiare il tuo cibo secco e triste, mentre ti rimproveri per non aver avuto la stessa lungimiranza culinaria la sera precedente. È la dura legge del binario: la fame è l’unica cosa che mette d’accordo il CEO e lo studente, ma solo uno dei due ha la nonna che gli ha preparato il “rinforzino” per il viaggio.


La Sindrome della Pole Position: scendere a Milano
Mancano esattamente sette minuti all’arrivo a Milano Centrale. Il treno non sta nemmeno decelerando, ma il corridoio è già intasato. È una danza immobile. Gente carica di zaini e cappotti si pressa contro la porta automatica. Ti guardano come se non avessi capito che quella è l’ultima fermata.
È un fenomeno inspiegabile: persone cariche di stress si ammassano contro la porta scorrevole. Sembrano voler toccare per primi il suolo di una terra promessa.

In fondo, questa abitudine di osservare gli sconosciuti me la porto dietro da piccola. Andavo a scuola in autobus e passavo il tempo a inventarmi le vite dei passanti. Invidiavo da morire chi sembrava non avere una verifica di matematica all’ora successiva. Oggi, quel vizio è diventato un privilegio.
Il Frecciarossa 9504 è il mio teatro preferito. È un posto in prima fila dove ogni mattina va in scena l’episodio di una serie tv senza sceneggiatura. Non so come andrà la mia giornata una volta scesa su quel marciapiede grigio, ma so che in questa manciata di chilometri tra Reggio e Milano mi sarò fatta un sacco di risate silenziose, condividendo con perfetti sconosciuti pezzi di storie che non sapremo mai del tutto, ma che ci rendono, per un’ora, meno soli.
Crediti foto: Pinterest
Per approfondire:
–Pensieri sui mezzi di trasporto
–Cibo souvenir
–Cosa rappresenta l’iphone per la Gen Z?


