Prosegue l’appuntamento con la settimana della moda milanese: il racconto della terza giornata di Milano Fashion Week FW 2026
La settimana della moda di Milano è ormai entrata nel vivo. A poco più di quarantotto ore dal fischio d’inizio, le passerelle vengono calcate da nuovi volti, grandi nomi, e trionfali debutti. Dopo l’attesissimo dolce ritorno a casa di Maria Grazia Chiuri, che ieri ha debuttato alla guida di Fendi, è stata oggi la volta di Meryll Rogge per Marni.
Ancora, il romantico omaggio al Medioevo di Max Mara, l’iper-femminilità dandista di Genny, il layering di Prada: ecco tutto ciò che ha lasciato il segno durante la terza giornata di Milano Fashion Week.
Max Mara
Quando si parla di Medioevo, lo si fa spesso con un’accezione negativa. A volte, la parola stessa viene usata quasi come un insulto, volto a definire antico e superato – nel senso più svalutante del termine – ciò a cui ci si riferisce. Ian Griffiths, direttore creativo di Max Mara, raccoglie invece la sfida: rispolverando qualche libro di storia, scopre qualcosa di “estremamente moderno” tra le pagine che narrano dell’età di mezzo tra l’antichità e l’epoca moderna. Per la collezione Autunno Inverno 2026 di Max Mara, la sua musa diventa così Matilde di Canossa.
Figura straordinariamente atipica per il suo tempo, Matilde rappresenta l’eccezione: una donna che esercitò autorità in un’epoca in cui l’autonomia femminile iniziava a essere progressivamente erosa. Fu un’abile diplomatica, una mecenate delle arti, governatrice di vasti territori.
Il suo carisma, nella collezione, prende forma attraverso cashmere, suede, cammello e mohair, modellati attorno al corpo morbidamente. I cappotti fungono da armature contemporanee, le cinture con doppie fibbie laterali evocano quelle usate per sostenere le spade, le spalle, statuarie ed imbottite, disegnano una silhouette protetta e autorevole. La palette attraversa tonalità che vanno dal beige al marrone, dall’antracite al nero. Eppure, nel monocromo firmato Max Mara, non c’è nulla di monotono: l’uso dei tessuti rende ogni sfumatura profondamente viva.
Il défilé risulta romantico e medievale, ma allo stesso tempo intriso di una contemporaneità che, talvolta, solo l’intreccio con la storia riesce a generare. Paradossale forse, ma è così. Griffiths non mette in scena un’epoca. Sceglie di tradurla in presente.



Genny
Un diverso tipo di romanticismo è quello scelto da Sara Cavazza Facchini per Genny. La designer, ispirata dalla mostra Marie Antoinette Style al Victoria & Albert Museum di Londra, attualizza quell’estetica iper-femminile bon ton, investendola di gentili venature mascoline. Disinvoltura e compostezza convivono: nessuna delle due prevale, assumono la stessa importanza. Corposi velluti, leggiadre piume, ruches, fiocchi e corpetti che ricordano antiche crinoline si alternano in passerella. Se la frivolezza del rococò e l’arbiter elegantiarum tipico dello stile dandy avessero un figlio, porterebbe il nome dell’Autunno Inverno 2026 di Genny.


Boss
Un guardaroba che esalta la straordinaria varietà del vivere quotidiano: questa l’idea di Marco Falcioni per l’Autunno Inverno 2026 di Boss. La pelle è una grande protagonista: liscia, lucida, con trama di struzzo. Così come è un grande protagonista anche il tailoring scolpito, sia al maschile che al femminile. Non mancano i riferimenti agli anni Novanta, con quell’estetica un po’ Patrick Bateman di American Psycho, che, diciamocelo, funziona sempre. Il power dressing d’ufficio si intreccia alla grammatica visiva equestre, presente soprattutto nel sapiente gioco di styling. Qui prende forma nelle spille di pelle, nei colletti e nei polsini delle camicie che sembrano sfidare la gravità, e nei manici delle borse, reinventati come cravatte.


Prada
Prada è Prada. In un fashion system che barcolla, immersa in una moda che a tratti fatica a farsi valere, Prada non ha bisogno di dimostrare niente, né di esser nulla al di fuori di sé stessa. Per il prossimo inverno, la parola chiave è: pluralità. Non intesa come moltitudine di estetiche, ma come caleidoscopio di realtà. Di momenti. Come lente d’osservazione per le complessità della vita quotidiana. La collezione è uno studio sul layering di vestiti, che, anziché essere un semplice atto di styling, diventa gesto utile. Necessario. Un modo di abitare, usare, togliere e rimettere i vestiti che si indossano. Quindici modelle hanno preso d’assalto la passerella, entrando ed uscendo susseguendosi ogni volta con uno strato in meno, in più, o reinventato.


La battaglia di Prada per l’utilizzo – e soprattutto il riutilizzo – dei capi emerge anche dal finish di alcuni tessuti: cappotti e giacche mostrano segni di logoramento, volutamente consumati. Non si tratta di dettagli appositamente studiati per far parlare di sé, niente gimmick in corso. Sono in realtà accorgimenti che aprono a una conversazione diversa. La moda si rinnova, lo fa per definizione, instancabilmente. Questo, però, non ci solleva dalla responsabilità di rallentarne il ritmo, reindossando i capi il più possibile, vivendo l’indumento al di là delle tendenze.



Emporio Armani
“Maestro”: questo il titolo della collezione co-ed di Emporio Armani, la prima linea Emporio disegnata da Silvana Armani e Leo Dell’Orco. Non vi è distinzione di genere, ma complementarietà. Lo spirito, oltre che senza tempo, ma attuale, è collettivo: coppie e gruppi di modelli sfilano occasionalmente fianco a fianco. La narrazione viene portata avanti da un’ampia varietà di tessuti: denim, lana, e velluto si alternano a un knitwear lavorato in mille modi – i maxi abiti sfrangiati sul fondo strizzano l’occhio ad un modo tutto nuovo (per il brand, almeno) di reinventare i materiali, amplificandone la texture. Rispondono all’appello anche gonne da school girl, giubbotti da motociclista, trench coats e strass su jeans e colletti.
Dire che Armani è sinonimo di eleganza è ridondante. Quasi ovvio. Nonostante ciò, è una di quelle cose che non si riesce a non menzionare quando si scrive del disegno del re della moda italiana. Seppur la penna sia diversa stavolta, conserva tutta la sua essenza.




Marni
La sfilata di Marni segna il debutto di Meryll Rogge, chiamata a inaugurare una nuova fase della maison. La designer belga introduce una parola chiave, che, si traduce in passerella in un guardaroba riconoscibile, emotivo e volutamente vicino alla vita reale, pur conservando quell’eccentricità cromatica che è parte del Dna del marchio.
In passerella si susseguono silhouette morbide, costruite su volumi leggermente sbilanciati e sovrapposizioni spontanee. Cappotti dalla linea cocoon avvolgono abiti fluidi, mentre gonne midi si accostano a maglieria dalla mano materica, creando un ritmo visivo fatto di contrasti tattili più che di costruzioni rigide.
Le stampe, floreali sgranati, motivi pittorici, grafismi rétro, appaiono come frammenti di memoria visiva, spesso accostati a campiture monocrome che ne amplificano la presenza. La palette alterna toni caldi e terrosi a improvvise accensioni di verde acido, rosso laccato e blu polveroso, in una composizione cromatica tipicamente Marni ma resa più controllata.
Particolarmente riuscito il lavoro sugli abiti day-to-evening: slip dress sovrapposti a maglie sottili, completi morbidi con pantaloni leggermente cropped, cappotti in tessuti tecnici abbinati a scarpe basse o stivali morbidi che accentuano la sensazione di comfort urbano. Gli accessori restano discreti ma identitari: borse morbide, quasi vissute, e bijoux irregolari che sembrano piccoli oggetti trovati.
Il debutto di Rogge si distingue per una ricerca di equilibrio: meno gesto provocatorio, più costruzione emotiva. È un Marni che guarda al quotidiano senza banalizzarlo, trasformando la plausibilità in una nuova forma di libertà espressiva.



Cavalli
La memoria visiva associata a Roberto Cavalli, stampe vibranti, animalier luminosi, esplosioni cromatiche, viene improvvisamente incrinata da un gesto radicale: Fausto Puglisi costruisce la collezione autunno-inverno 2026-27 come una variazione in total black. Un nero che, nelle sue parole, diventa «tela, profondità, materia viva», sensuale e carnale, attraversato da un’iper-femminilità magnetica e da un ottimismo sotterraneo.
Il risultato è un “dark Cavalli” che non rinnega il Dna della maison ma lo filtra come una fotografia a colori stampata in bianco e nero. Silhouette aderenti, abiti gladiator impreziositi da borchie dorate, superfici lucide e opache che catturano la luce trasformano il nero in paesaggio materico. Quando il colore riappare, l’effetto è quello di fotogrammi dipinti a mano che riaccendono la narrazione.
Dopo anni di rispetto quasi filologico dei codici Cavalli, Puglisi offre forse la sua interpretazione più personale: non una rivoluzione, ma uno slittamento emotivo. Un’ode all’ombra che genera luce, mentre la colonna sonora di Sweet Dreamsaccompagna il messaggio implicito della collezione, la ricerca di una nuova sicurezza dentro un’immagine familiare, ma finalmente diversa.






Articolo di Greta Liberatoscioli e Francesca Soba
Foto: Vogue, The Impression, Fashion Network


