Milano Fashion Week FW 2026: day 2

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Tra debutti attesi, identità riaffermate e minimalismi emotivi siamo al secondo giorno di Fashion Week

Dal rigore poetico di Jil Sander al debutto carico di aspettative da Fendi, passando per la leggerezza narrativa di Vivetta e il colore identitario di Missoni: la seconda giornata di sfilate fino a Nº21 disegna una moda che osserva.

La giornata si apre con Luisa Beccaria, che porta in scena una femminilità sospesa, fatta di trasparenze e romanticismo disciplinato. Non c’è nostalgia, piuttosto un’idea di grazia come forma di resistenza al rumore del presente.

Jil Sander

La sfilata di Jil Sander si sviluppa come un esercizio di sottrazione controllata. La costruzione sartoriale è il fulcro: cappotti dalla spalla pulita ma non rigida, giacche con revers allungati e pantaloni a vita alta che accompagnano il movimento senza imporre struttura.

I materiali raccontano la ricerca: lane compatte, flanelle leggere, pelli sottilissime lavorate quasi come tessuti. Il layering è calibrato con precisione architettonica, camicie liquide sotto blazer rigorosi, abiti colonna interrotti da inserti materici, creando una tensione tra morbidezza e disciplina.

La palette rimane fedele al vocabolario della maison: neri profondi, crema lattiginosi, tocchi di verde minerale e marroni caldi. Ma è la proporzione a fare la differenza. Orli leggermente abbassati, volumi impercettibilmente ampliati, silhouette che sembrano familiari eppure nuove.

È minimalismo che non congela, ma vibra. Una moda che si affida alla precisione per generare emozione, dimostrando che la sottrazione può essere il gesto più radicale.

Antonio Marras

Con Antonio Marras la passerella cambia ritmo e diventa racconto. La collezione si muove tra citazioni culturali, memorie personali e suggestioni geografiche, come pagine di un diario visivo.

Tecnicamente, il lavoro si gioca sulla stratificazione: abiti sovrapposti a maglieria irregolare, cappotti decorati con patchwork pittorici, gonne leggere interrotte da inserti materici. Le silhouette alternano costruzione e libertà, con volumi che sembrano nati dal gesto più che dal cartamodello.

Le stampe, floreali sbiaditi, grafismi quasi calligrafici, motivi fotografici, dialogano con ricami manuali e applicazioni tessili, creando superfici narrative. Marras lavora come un montatore cinematografico: accosta epoche, materiali e riferimenti fino a ottenere una coerenza emotiva.

La palette oscilla tra toni polverosi, neri teatrali e improvvise accensioni cromatiche, mentre gli accessori sono sciarpe avvolgenti, calzature ibride, borse materiche, rafforzano l’idea di personaggi più che modelli.

È una collezione che non cerca la linearità, ma la profondità. Un invito a leggere la moda come memoria condivisa.

Fendi: “Meno io, più noi”

Il momento più atteso arriva con Fendi. Sulla passerella campeggia una frase netta: “Meno io, più noi.” È il manifesto della prima collezione di Maria Grazia Chiuri per la maison romana a Milano, nonché la sua prima esplorazione esplicita del guardaroba maschile all’interno di questo contesto.

Il messaggio si traduce immediatamente in scelte tecniche e stilistiche. Il nero domina, compatto e deciso, fungendo da tela su cui costruire una narrazione collettiva. Le pellicce, recuperate e rielaborate, diventano gesto etico e artigianale: rasate, alleggerite, trasformate in superfici quasi tessili.

La collezione lavora sulla trasversalità: cappotti strutturati ma fluidi, pantaloni sartoriali accostati a cargo, gilet che dialogano con sottovesti, completi rigorosi affiancati a bermuda e gonne longuette. Maschile e femminile si dissolvono in favore di un guardaroba modulare, pensato per accompagnare i corpi piuttosto che definirli.

Le costruzioni rivelano l’esperienza di Chiuri tra Valentino e Dior, ma il risultato rimane profondamente radicato nel Dna Fendi. Le spalle sono naturali, i volumi scivolano, le proporzioni cercano comfort senza perdere eleganza. Nulla costringe, tutto accarezza.

Il logo ritorna all’origine, quasi archeologico, ancorando la collezione alla memoria della maison. E la Baguette riappare nella sua funzione primaria: oggetto quotidiano, artigianale, lontano dall’icona urlata e più vicino alla complicità personale.

Il debutto non è rivoluzionario nel senso spettacolare del termine, ma lo è nella sua dichiarazione di metodo: collaborazione, continuità, rispetto per il patrimonio e apertura al presente.

Il centro emotivo della giornata è, quindi, Fendi. Il debutto di Maria Grazia Chiuri non è semplicemente una sfilata, bensì un momento di osservazione collettiva. Milano guarda, misura, interpreta. La collezione gioca con i codici della maison, pellicce alleggerite, costruzioni fluide, femminilità consapevole, e lo fa con un equilibrio che evita sia la nostalgia sia la rottura brusca. Tensione nell’osservare un debutto in punta di piedi, si valuta, si studia, e, si decide. Ai posteri l’ardua sentenza.

Dopo la tensione narrativa di Fendi, arriva la leggerezza intelligente di Vivetta. Ironia sottile, dettagli grafici, un romanticismo pop che restituisce alla moda la sua dimensione ludica senza cadere nella superficialità.

Missoni

Con Missoni, a Milano,  la passerella si accende di materia e ritmo. Alberto Caliri guarda a storici scatti della maison del 1978 e li traduce in una collezione che celebra la maglia come linguaggio primario.

Le sovrapposizioni diventano il dispositivo tecnico dominante: cardigan su abiti, maglie stratificate, capi che costruiscono volume su volume senza perdere fluidità. Il risultato è una silhouette energica, quasi scultorea, che mescola maschile e femminile con naturalezza.

La maglieria, cuore identitario del marchio, si espande in nuove proporzioni: texture dense, righe vibranti, superfici tridimensionali che trasformano il movimento del corpo in paesaggio dinamico.

Caliri non cerca nostalgia, ma continuità. La memoria del 1978 diventa punto di partenza per una collezione grintosa e contemporanea, dove l’identità Missoni si rinnova proprio attraverso la sua materia originaria.

Nº21

La sfilata di Nº21 sorprende sin dall’inizio. O forse dalla fine. Alessandro Dell’Acqua apre lo show con quello che normalmente sarebbe il momento conclusivo: tutte le modelle insieme in passerella, l’intera collezione rivelata in un unico colpo d’occhio. Poi la narrazione ricomincia davvero, ribaltando la struttura tradizionale e instaurando un racconto circolare.

L’ispirazione nasce da Hotel di Sophie Calle, progetto in cui l’artista osservava le tracce intime lasciate dagli ospiti nelle stanze. Dell’Acqua traduce questa suggestione in quello che definisce un “voyeurismo sentimentale”: una collezione che esplora l’intimità senza invaderla, più matura e sobria rispetto al passato.

Le silhouette si fanno pulite e rigorose. Cappotti essenziali con colletti ricamati, body e pezzi più freschi affiancati a figure femminili adulte scelte per affermare una visione inclusiva dell’età. Il dialogo generazionale diventa parte integrante del messaggio.

L’unico lampo glamour esplicito arriva dalle scarpe glitter con punta in raso, bagliori luminosi che interrompono la sobrietà e ricordano che anche la discrezione può concedersi un gesto teatrale.

Quella presentata alla Milano Fashion Week, è una collezione intima, osservata più che esibita, dove l’emozione nasce dal dettaglio e dalla consapevolezza.

MM6 Maison Margiela

Con MM6 Maison Margiela la giornata trova una chiusura silenziosa ma concettualmente densa. La collezione, presentata alla Milano Fashion Week, lavora su un’ibridazione spontanea di codici: sportswear, classici borghesi e accenti equestri convivono in un guardaroba che evoca il piacere di giornate autunnali nel countryside ma rimane perfettamente credibile anche nello scenario urbano.

La chiave tecnica è la contaminazione. I capi appaiono come frammenti diversi che si incastrano con naturalezza: giacche sartoriali accanto a felpe asciutte, pantaloni sportivi dialogano con cappotti rigorosi, dettagli equestri si insinuano in silhouette quotidiane. Tutto è sorprendentemente indossabile, come se la sperimentazione fosse già stata assorbita dalla vita reale. Margiela lavora quindi su una tensione sottile: destrutturare senza rompere, estremizzare senza allontanare. Il risultato è una collezione che mantiene la dimensione concettuale tipica della maison ma la traduce in una portabilità concreta, quasi affettuosa.

È una chiusura che non cerca il colpo di scena, ma lascia una domanda aperta: quanto può essere sperimentale la normalità?

Si chiude la seconda giornata

La seconda giornata della Milano Fashion Week AI 2026-27, fino a Nº21, ha costruito un discorso maturo sulla moda contemporanea. Jil Sander ha mostrato la forza della precisione, Marras quella della memoria, Fendi quella della collaborazione. Missoni ha riaffermato il valore della materia identitaria, Nº21 quello dell’intimità narrativa.

E mentre Milano si spegne lentamente tra riflessi di vetrine e taxi in corsa, resta una certezza: la moda più interessante non è quella che cerca l’effetto immediato, ma quella che invita a guardare più a fondo.

Photocredits: Fashion Network