Ecco come la rapina al Vomero ha umiliato colpi di commedia all’italiana il colosso Netflix
Tra targhe scritte a pennarello, ostaggi in calo di zuccheri e gloriose fughe nelle fogne…
Perché ostinarci a emulare i thriller d’oltreoceano quando il nostro vero capolavoro resta l’intramontabile, tragicomico neorealismo sgangherato?
Amo! Prepara i popcorn, versa un calice di quello buono e disdici immediatamente l’abbonamento a tutte le piattaforme di streaming che possiedi, perché oggi la realtà ha appena doppiato la fiction a destra, sfanalando sulla Tangenziale. Hai letto gli ultimi, deliranti aggiornamenti della rapina al Vomero? Mettiti comod*, perché stiamo assistendo in diretta alla versione partenopea e splendidamente tragicomica de La Casa di Carta. Altro che Tokyo, Berlino e Rio. Qui i nomi di battaglia della banda sono palesemente Vomero, Arenella, Posillipo e Fuorigrotta, e il piano criminale “perfetto” è andato a schiantarsi a trecento all’ora contro il vero, imbattibile nemico di ogni sceneggiatura, l’improvvisazione è tutta italiana.
Partiamo dalla cronaca pura di questa rapina al Vomero, ma servita rigorosamente con immancabile cinismo pop-chic. Ore 12:00 circa, Piazza Medaglie d’Oro. Una banda di malviventi fa irruzione nella filiale del Crédit Agricole. L’obiettivo? Probabilmente svuotare il caveau sulle note trionfali di Bella Ciao, con una scenografia studiata nei minimi dettagli, le tute rosse stirate di fresco e l’adrenalina a mille.
La logistica, però, ha svelato fin dal primissimo istante il reale livello di sofisticazione tecnologica della banda. Teniamoci forte perché mentre nella serie TV spagnola “Il Professore” hackera i satelliti del Pentagono, devia le telecamere di sicurezza nazionali e costruisce tunnel iper-tecnologici con la stampante 3D, gli eroi della rapina al Vomero si sono presentati fuori dalla banca con un’Alfa Romeo nera dotata di… targa finta di carta. Ripeto, per chi fosse svenuto nelle retrovie — una targa di carta. Livello di criminalità: Art Attack con Giovanni Muciaccia. Mancavano solo le forbici dalla punta arrotondata, un’abbondante dose di colla vinilica e un cartoncino Bristol per sigillare le porte a doppia mandata. Viene quasi da chiedersi se i numeri li avessero scritti in Comic Sans o in un più elegante Times New Roman.
E vogliamo parlare degli ostaggi? Nella Casa de Papel, i prigionieri spagnoli sviluppano puntualmente una romanticissima Sindrome di Stoccolma, si innamorano perdutamente dei loro aguzzini, vivono drammi esistenziali e finiscono per aiutarli a stampare banconote in allegria. Durante la rapina al Vomero, invece, l’ansia da prestazione, la pressione bassa e forse il terrore viscerale di prendere la multa sul motorino lasciato in doppia fila, hanno avuto la meglio sulla cinematografia: quasi subito, diverse persone hanno accusato malori. Pura, meravigliosa e autentica fragilità umana. Niente monologhi filosofici sulla resistenza anticapitalista alla Arturo Román, solo un sacco di “Gennà, portami un po’ d’acqua con lo zucchero che mi sento mancare”.
Ma il vero capolavoro di sceneggiatura di questa folle rapina al Vomero, lo abbiamo raggiunto con la fase della negoziazione. Mentre in TV l’ispettrice Murillo gioca a scacchi psicologici per ore, se non per giorni interi, per cercare un varco comunicativo con i criminali, i Carabinieri, la Polizia e i Vigili del Fuoco di Napoli non avevano chiaramente alcun tempo da perdere con i ritmi compassati della serialità televisiva. Sono arrivati, hanno guardato i vetri blindati della filiale e, in un impeto di squisita praticità, li hanno letteralmente sfondati senza troppi complimenti. Risultato? Alle 13:30 tutti gli ostaggi erano già stati liberati, estratti dal varco e portati in salvo. Altro che centocinquanta ore di assedio claustrofobico spalmate su cinque lunghissime stagioni. Boom. Intervento lampo, problema risolto in tempo per calare la pasta.
E i rapinatori? Qui scatta il plot twist che vince a mani basse l’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale. Al momento in cui scriviamo, i banditi risultano “in fuga”. Ma non su un jet privato diretto in un paradiso fiscale tropicale. Secondo gli ultimissimi lanci d’agenzia, le forze dell’ordine li stanno cercando ovunque, battendo a tappeto… le fogne. Sì, le fogne. Dalla grandeur neoclassica della Zecca di Stato di Madrid siamo passati direttamente alle Tartarughe Ninja nei sotterranei di Napoli. L’idea di un rapinatore mascherato che annaspa sotto via Scarlatti, con i mocassini sporchi di fango, cercando l’uscita giusta per non sbucare nel salotto di qualche signora, mi fa letteralmente volare altissimo.
A coronare questa pellicola perfetta, non poteva mancare il cameo d’autore che non ti aspetti: il Procuratore Nicola Gratteri in persona è arrivato sul posto. Me lo immagino lì, lui che ha passato la vita a disarticolare le cosche internazionali più complesse e impenetrabili del pianeta, costretto a fissare la famigerata targa di carta dell’Alfa Romeo. Avrà sicuramente pensato a quanto il crimine globale sia un’idra dalle mille teste, per poi ritrovarsi a gestire il set di un heist movie di serie B girato in super economia nel cuore del Vomero.
La riflessione, arrivati al termine di questo esilarante bollettino di guerra, sorge spontanea e ci colpisce come uno schiaffo morale. Passiamo la vita a cercare in tutti i modi di emulare la freddezza glaciale, la precisione algoritmica e i piani millimetrici dell’intrattenimento globale. Vestiamo i panni di chi non siamo, cercando di sembrare infallibili. Ma alla fine della fiera, il nostro DNA culturale esplode sempre e comunque in tutta la sua caotica, disorganizzata, arrangiata e commovente umanità.
Non saremo mai quelli che escono trionfanti in elicottero con i lingotti d’oro della banca centrale in tasca, ma saremo in eterno quelli che falsificano le targhe con i pennarelli Carioca. E, onestamente, tra un criminale in giacca e cravatta che controlla i monitor da un hangar iper-tecnologico e un malvivente che fugge disperato nelle fogne del Vomero pregando San Gennaro di non trovare traffico all’uscita del tombino… beh, noi sappiamo perfettamente da che parte stare. Siamo i figli di Mario Monicelli, non di Hollywood. E questa, amici miei, è la nostra più grande, inestimabile ricchezza.
Se l’anno scorso i cugini francesi, per svaligiare il Louvre, hanno piazzato un montacarichi in piena notte sulla Senna, sfoderato smerigliatrici di precisione e sono scappati sgasando in TMax con i gioielli di Napoleone sotto braccio neanche fossero i protagonisti di uno spot di Dior… mentre noi, per tentare il colpo del secolo con la rapina al Vomero, ci affidiamo a una targa disegnata in con il pennarello, a tre ostaggi in crisi ipoglicemica, e a una gloriosa ritirata strategica a rana tra le pantegane del sistema fognario… non credete che, alla fine della fiera, il vero e inarrivabile capolavoro di intrattenimento mondiale siamo orgogliosamente noi?


