London Fashion Week FW 26/27

da | FASHION

Un primo riassunto di questi quattro giorni di LFW

Londra non celebra la moda. La mette in discussione.
È questo il pensiero che accompagna ogni passerella della London Fashion Week Autunno-Inverno 2026/27, mentre la città si muove tra pioggia fine, taxi neri e code davanti a venue che sembrano più atelier sperimentali che templi del lusso.

Dal 19 febbraio la capitale britannica ha offerto una settimana compatta, quasi riflessiva: meno spettacolo ridondante, più abiti veri, ma senza rinunciare alla sua natura di laboratorio identitario. Una LFW che sembra interrogarsi sul proprio futuro economico e creativo, e proprio per questo risulta sorprendentemente viva.

Paul Costelloe

La settimana si apre con un momento carico di affetto: il debutto di William Costelloe alla guida del brand paterno.
In passerella scorrono tweed, check e silhouette sartoriali che raccontano una tradizione familiare prima ancora che stilistica. Non nostalgia, ma continuità emotiva. Il tailoring classico diventa la lingua con cui Londra saluta uno dei suoi protagonisti.

È un inizio intimo, quasi sommesso, e proprio per questo profondamente londinese.

Joseph, Roksanda e la stagione dei “real clothes”

Uno dei leitmotiv più evidenti emerge già nei primi giorni: la moda vuole tornare utile.
Joseph costruisce guardaroba versatili, pensati per attraversare le ore del giorno senza cambiare identità; Roksanda sceglie presentazioni più intime e collezioni che privilegiano colore, architettura e portabilità.

Qui la moda smette di essere performance e torna a essere relazione.
Un cambiamento silenzioso, ma radicale.

Simone Rocha

Quando Simone Rocha entra in scena, la settimana trova la sua dimensione poetica.
Tulle stratificati, silhouette strutturate e dettagli couture raccontano una femminilità che non teme la vulnerabilità. Ma rispetto al passato, la designer sembra filtrare il romanticismo attraverso una lente più concreta: meno favola, più vita.

Rocha resta la voce che ricorda a Londra la forza narrativa dell’abito.

Harris Reed e Dilara Findikoglu

Eppure Londra non sarebbe Londra senza eccesso, lo ricordiamo dai tempi dei Beatles.
Harris Reed porta il suo glamour scultoreo fatto di corsetteria e silhouette monumentali, mentre Dilara Findikoglu continua a mescolare erotismo, ribellione e artigianato, con una passerella che sembra un rituale underground più che uno show tradizionale.

Sono collezioni che sfidano il pragmatismo dominante, ricordando che la moda è anche fantasia necessaria.

Erdem e Richard Quinn

Nel mezzo della settimana arrivano due interpretazioni opposte della memoria.

Erdem celebra i suoi 25 anni con romanticismo aristocratico: tessuti pittorici, silhouette eleganti e quell’aura couture che lo rende amatissimo dal front row internazionale.
Richard Quinn, invece, amplifica il lato teatrale della nostalgia britannica: stampe floreali drammatiche, volumi importanti e una scenografia che sfiora il surrealismo.

Due modi di guardare al passato: uno contemplativo, l’altro spettacolare.

SS Daley e Labrum London

Tra le voci più interessanti della nuova generazione emergono SS Daley e Labrum London.
Daley continua a esplorare la mascolinità britannica con delicatezza narrativa, fondendo uniformi, romanticismo e tailoring. Labrum, guidato da Foday Dumbuya, intreccia heritage africano e sartoria inglese, trasformando la passerella in racconto diasporico.

È qui che Londra ribadisce la sua unicità.

Tolu Coker e Karoline Vitto

Due collezioni, due dichiarazioni.

Tolu Coker costruisce una narrazione autobiografica legata a Notting Hill, vintage e sostenibilità, dimostrando come l’heritage urbano possa diventare estetica contemporanea.
Karoline Vitto, invece, porta in passerella corpi reali con sheer e cut-out che celebrano la sensualità inclusiva. Nessun compromesso, nessuna richiesta di approvazione.

In entrambe le collezioni il corpo non è oggetto, ma soggetto.

Kseniaschnaider e gli emergenti

Accanto ai nomi più consolidati, Londra conferma il suo ruolo di incubatore creativo.
Kseniaschnaider sperimenta con denim voluminoso, tasche ipertrofiche e texture ibride, mentre altri emergenti giocano con layering ironici, tailoring decostruito e accessori statement.

È una creatività che non cerca perfezione, ma sorpresa.

Verso il finale della London Fashion Week: Burberry

Mentre la settimana si avvia alla conclusione, l’attesa si concentra su Burberry.
Il marchio rappresenta l’equilibrio tra heritage e contemporaneità, e la sua presenza come closing show assume quasi un valore simbolico: la tradizione che tiene insieme una scena creativa in continua trasformazione.

Dopo giorni di introspezione, identità e sperimentazione, Burberry diventa il gesto rassicurante, l’abito che chiude il racconto senza spegnerne la magia.

Londra è la città che cambia senza tradirsi

Forse la vera sorpresa di questa London Fashion Week non è stata una tendenza precisa, né un capo destinato a dominare la stagione.
È stata la sensazione diffusa di un cambiamento sottile ma profondo.

Londra non ha perso la sua eccentricità, l’ha semplicemente resa adulta.
Il teatro di Harris Reed e Richard Quinn ha convissuto con la concretezza di Joseph e Burberry; la poesia di Simone Rocha con la narrazione culturale di Labrum e Tolu Coker; l’inclusività di Karoline Vitto con la nostalgia raffinata di Erdem. Non una scena frammentata, ma un mosaico sorprendentemente armonico.

Ed è proprio qui la differenza rispetto alle stagioni precedenti.
La London Fashion Week AI 26/27 ha mostrato una maturità rara: la capacità di guardarsi allo specchio, riconoscere le proprie fragilità e trasformarle in energia creativa. Non una settimana costruita per stupire a tutti i costi, ma per raccontare, e, nel racconto ritrovare la propria identità.

Non è stata la Fashion Week più rumorosa.
È stata, forse, una delle più autentiche. E mentre l’ultima passerella si spegne e Londra torna al suo ritmo irregolare fatto di pioggia, luci e contraddizioni, resta la sensazione che qualcosa si sia spostato. Meno bisogno di dimostrare, più desiderio di esprimere. Meno posa, più presenza.

Una Fashion Week diversa, sì, ma proprio per questo necessaria.
E sorprendentemente luminosa.

Perché a Londra la moda non finisce mai davvero: cambia forma, cambia voce, cambia ritmo. Ma continua, ostinatamente, a raccontare il tempo in cui viviamo.

Photocredits: Fashion Network Italia