L’abbronzatura nelle diverse culture: tra pallore e colorito

da | CULTURE

L’abbronzatura non è amata in tutti i Paesi, anzi, in alcune culture si va alla ricerca spasmodica del pallore.

Tutto il mondo è paese!”, l’ho sentito dire un sacco di volte dai miei nonni. Questo proverbio si tramanda da più tempo di quello che ci si possa immaginare e racconta di come alla fine questa grande differenza tra i diversi paesi non ci siano. Dall’origine latina, sottolinea come le varie realtà sociali e politiche abbiano in comune problemi e dinamiche spesso simili. Abbiamo interiorizzato così bene il concetto che quando sentiamo qualcuno in estate che dice di non volersi abbronzare, rimaniamo non stupiti, di più!

Ma in che senso si può andare al mare senza abbronzarsi?

La percezione dell’abbronzatura nelle diverse culture è un chiaro esempio di come i canoni di bellezza non siano universali, ma siano socialmente costruiti e dipendano molto dal paese in cui ci si trova.

L’abbronzatura può avere significati culturali, economici e sociali profondi che possono cambiare radicalmente nel tempo e nello spazio.

La pelle quindi diventa una specie di “messaggero” di messaggi sociali, volontari e involontari, che riflettono le dinamiche di potere, lo stile di vita e i valori dominanti in una società in un dato momento storico.

Nella società occidentale, ad esempio, assistiamo a un’inversione di tendenza decisamente radicale. Fino al XX secolo la pelle pallida è stata simbolo indiscusso di prestigio e ricchezza nelle zone d’Europa e in Nord America. Avere la carnagione chiara, infatti, indicava che una persona non era costretta a lavorare nei campi o a svolgere lavori manuali all’aperto, quindi poteva permettersi una vita agiata, protetta dal sole.

Photo via Spleen Magazine

Nobili e aristocratici mantenevano il loro pallore con ombrellini, guanti e cappelli a tesa larga. Poi a inizio ‘900 con la “terapia della luce” di Finsens si arriva a una percezione più positiva dell’esposizione solare.

Se prima l’abbronzatura era quindi associata alle classi lavoratrici e alla povertà, nei primi del Novecento, dimostrati i benefici del sole per alcune malattie le cose cambiano. Coco Chanel, poi, negli anni ‘20 ritorna da una crociera con la pelle leggermente abbronzata ed ecco che l’abbronzatura divenne simbolo di moda e lusso.

Oggi, sopratutto con l’aiuto dei mass media e la promozione di una vita più glamour si arriva perfino al fenomeno dei lettini abbronzanti. Insomma, tutta un’altra storia.

Tutt’ora il mondo occidentale è legato all’abbronzatura in quanto simbolo di salute, nonostante siano sempre più noti i rischi che un’eccessiva esposizione al sole può causare. Parte delle nuove generazioni sta quindi prediligendo un approccio più cauto, valorizzando l’uso della protezione solare. L’altra parte non vede l’ora di avere il segno del costume al ritorno dalla vacanza.

Nelle culture asiatiche, invece, c’è tutto un altro approccio arrivando perfino a un vero e proprio culto della pelle bianca.

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Sopratutto nell’Asia orientale e sud-orientale, l’ideale di bellezza è rimasto sempre lo stesso. Qui la pelle chiara è state ed è tutt’ora segno di bellezza, purezza e status sociale elevato. Anche in questo caso è un fatto di storia: chi lavorava all’aperto si abbronzava a differenza delle classi benestanti e la nobiltà che non dovendosi occupare di nulla, poteva permettersi di rimanere al riparo, mantenendo il proprio pallore.

Le cose però, a differenza di com’è successo nell’Occidente, non sono cambiate e tutt’ora l’ideale di bellezza punta a una pelle super chiara. Oggi, infatti, l’industria cosmetica asiatica è dominata da prodotti “sbiancanti” e l’uso di ombrellini, cappelli e protezioni solari.

La pelle bianca nei paesi asiatici è vista come un attributo di delicatezza e femminilità. Completamente opposto all’ideale di bellezza occidentale.

Ecco spiegato la mise di alcuni asiatici, durante le giornate estive nelle calde città europee.

In America Latina la situazione è più complessa e varia, infatti mentre in alcuni paesi l’abbronzatura può essere valorizzata, in altre si denota una preferenza per la pelle chiara. Questo spesso a causa di un’eredità coloniale che ha storicamente associato la pelle chiara a un elevato status sociale.

Photo via La Repubblica

In India tutt’ora la percezione della pelle chiara è associata a una casta più alta o un’ascendenza più pura, spesso in relazione all’arrivo dei popoli ariani. Ecco che i prodotti schiarenti trovano un ampio mercato inserendosi benissimo in quelle regioni in cui questa concezione è ancora forte. Qui, quindi, l’abbronzatura non è un obbiettivo di bellezza, ma un effetto collaterale da evitare assolutamente.

In Africa e Medio Oriente la pelle più abbronzata è la norma e l’ideale di bellezza può variare, ma non si basa sulla dicotomia abbronzato/pallido, come avviene in Europa e in Asia.

Nei paesi Asiatici però la situazione è decisamente più “intensa”. Si arriva perfino alla comparsa di “facekini”, un copricapo simile a un passamontagna realizzato spesso in nylon che va a coprire l’intero volto. Questo viene usato principalmente dalle donne sulle spiagge così da assicurarsi il proprio pallore.

Photo via Inchiostro Virtuale

Se una cosa del genere per noi rappresenta uno choc culturale, immaginatevi a parti inverse come possa essere vista la nostra dipendenza per l’abbronzatura. Si parla di “tanorexia”, la dipendenza psicologica dall’esplosione ai raggi UV, associabile a un disturbo dismorfico. Chi ne soffre non riesce mai a percepire la propria abbronzatura come sufficiente e continua ad esporsi al sole, senza considerare i rischi per la propria salute.

Abbronzatura
Photo via Focus.it

In Polinesia, invece, il corpo diventa una tela per i tatuaggi e il colore non fa nessuna differenza.

Nemmeno in passato la pelle abbronzata ha rappresentato un simbolo di povertà o ricchezza. La pelle nella cultura polinesiana è servita come uno sfondo su cui narrare la propria storia, il proprio status sociale e i propri successi. La pelle diventa quindi un supporto alla storia personale e collettiva, che sia più chiara o più scura non cambia nulla a nessuno.

In Italia durante gli anni ‘50 e ‘60, con il boom economico, si arriva al grande e amatissimo fenomeno delle ferie al mare. Il nuovo benessere rese possibile a sempre più persone di trascorre le proprie vacanze al mare. Ecco che l’abbronzatura, prima evitata, diventa adesso un simbolo visibile di questa nuova possibilità.

Abbronzatura
Photo via Il Metapontino

Tornare dalle ferie con un’abbronzatura dorata significava non essere più contadini, ma rappresentava questa nuova possibilità di andata in vacanza, di godersi la spiaggia e il relax.

Era quindi uno status symbol del tempo libero e del benessere finalmente raggiunto. L’abbronzatura era la prova tangibile di essere riusciti a staccare la spina dalla routine lavorativa. L’industria della moda ha abbracciato e promosso questo ideale, portando costumi da bagno sempre più audaci e lanciando prodotti solari che permettevano un’abbronzatura perfetta e duratura.

Inoltre, il cinema del neorealismo della commedia italiana contribuiva a veicolare un’immagine di spensieratezza e di vita all’aria aperta.

Oggi l’abbronzatura è percepita come un attributo che rende la pelle più sana, il corpo più scolpito e l’aspetto più luminoso. Quanto spesso ci capita di sentirsi dire “stai meglio abbronzato”.

E poi l’estate in Italia è quasi sinonimo di abbronzatura. Per molti non abbronzarsi durante i mesi estivi è quasi inconcepibile e si arriva a ricercare il colorito perfetto anche con l’aiuto di lampade o autoabbronzanti.

Immaginate dire una cosa del genere a un asiatico…