Valentino e il prezzo di una visione sbagliata: dalla gloria al dubbio

da | FASHION

Tra i corridoi della moda si parla di imminenti dimissioni del CEO di Valentino, e -arrivato poco più di un anno fa- del direttore creativo, Alessandro Michele.

C’è un silenzio teso, più che imbarazzante, che si aggira nei saloni ovattati di Palazzo Mignanelli, quel tempio dorato dove un tempo si celebrava l’alta moda come liturgia aristocratica.

Ora invece si sussurra — a mezza bocca, perché i marmi ascoltano — che Valentino, il nome, il mito, l’istituzione, stia crollando. Un’inclinazione quasi impercettibile, certo, ma chi conosce l’arte del potere sa che i crolli iniziano così: con un sospiro non detto, uno sguardo abbassato, un CEO che “si prende una pausa per motivi di salute”.

Un CEO che lascia nel silenzio

Jacopo Venturini, l’uomo che doveva condurre la maison tra le onde agitate del nuovo millennio, è sparito dalle cronache con la stessa discrezione con cui era entrato: un addio travestito da congedo. Ma a nessuno sfugge il sottotesto. Dietro quella formula burocratica si cela l’ennesimo fallimento di un progetto ambizioso quanto fragile: portare Alessandro Michele, il santone del massimalismo barocco, a reinventare l’eleganza rarefatta di Valentino.

Una missione quasi blasfema, se si conosce davvero la differenza tra il velluto rosso cardinalizio di un atelier romano e le piume d’alce che svolazzavano sopra le passerelle gucciane.

I numeri, impietosi come sempre, inchiodano il sogno alla realtà: ricavi in flessione dell’1-2%, profitti in picchiata del 22%. E intanto le boutique restano vuote, i bonus dei venditori evaporano, e quelle borse un tempo simbolo di libertà borghese ora sembrano solo oggetti qualunque, svuotati di anima e destino.

Il grande pubblico — quello con la carta di credito in mano e il gusto per l’epifania — non ha capito, o peggio ancora: non ha voluto capire.

Il difficile compito di Alessandro Michele

Michele, il profeta postmoderno, il demiurgo che aveva trasformato Gucci in un sabba fashion, oggi si ritrova disarmato. Quella stessa estetica eccessiva, quel bricolage culturale tra Medioevo e gender fluid, ora si infrange come vetro sottile contro il minimalismo disciplinato che Valentino aveva saputo far vibrare sin dai tempi del fondatore.

L’eleganza silenziosa, che non urla ma incanta. Qui la rivoluzione visiva è sembrata un’invasione. E se all’inizio qualcuno applaudiva con deferenza — “che bella luce!”, “che visione poetica!” — oggi si alza il sopracciglio dell’ironia: “ma chi compra tutto questo incenso e broccato?”.

Valentino e i numeri della crisi

Perché sì, la moda è visione, è arte, è racconto. Ma è anche mercato. E nel lusso, se non vendi, non esisti. Il vestito che non esce dalla boutique è come un romanzo che nessuno legge. E allora si può anche costruire una cattedrale sul tessuto, intessere simboli, evocare maghi e santi; ma se resta lì, appeso in silenzio, è un monumento al fallimento.

Nel frattempo, i veri padroni, i qatarioti del fondo Mayhoola, osservano. Silenziosi come faraoni, impassibili come banchieri. E con loro, Kering, il colosso francese che ha già acquistato il 30% di Valentino, soppesa il momento giusto per affondare il colpo finale: salire al 100% entro il 2028.

Ma cosa succede se il valore intanto si sgretola? Se l’aura del brand si dissolve come un profumo svanito nel vento?

La moda, caro Valentino, è (anche) strategia

La moda non ammette esitazioni. E oggi Valentino vacilla. Non basta l’aura, non bastano gli archivi spolverati, i racconti arcani, le silhouette esoteriche. Serve concretezza. Leadership. Serve qualcuno che ricordi che dietro ogni abito ci dev’essere un cliente. E dietro ogni visione, una strategia.

Il rischio, se nessuno prende il timone, è che la prossima collezione diventi una passerella di fantasmi: un luogo dove sfilano le idee senza esito, le ambizioni senza fondamento, i nomi senza eredi. E in quel caso, nemmeno il più ispirato degli stilisti potrà salvarci.

Perché la moda, come la storia, è spietata con chi dimentica il proprio tempo.

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