Nella nuova classificazione Ateco 2025 rientrano prostitute e organizzazione di servizi sessuali. Quindi in Italia la prostituzione è legale?
È sera, c’è buio e una strada extraurbana è illuminata solo da qualche focolare acceso. Alcune macchine accostano, altre vanno avanti. Al ristorante un tavolo di uomini attempati in completo scuro è accompagnato da un gruppo di belle ragazze con piega fatta e abiti scintillanti. Situazioni del quotidiano che nascondono un giro di affari clandestini che, in Italia, ammonta a 4,7 miliardi di euro, secondo un rapporto ISTAT del 2022: quello delle prostitute. È notizia di questi giorni che all’interno della nuova classificazione Ateco del 2025 è stato inserito un nuovo codice: il 96.99.22 denominato “attività di accompagnatori e di accompagnatrici, fornitura di servizi sessuali, organizzazione di eventi di prostituzione o gestione di locali di prostituzione“. Ciò significa che i lavoratori del settore potranno regolarizzare la propria posizione fiscale aprendo partita Iva e adempiendo agli obblighi contributivi dell’INPS. E che, quindi, quel giro d’affari che nel 2022 ammontava a 4,7 miliardi di euro potrebbe smettere di concorrere all’evasione fiscale.
La questione legale
Letta la notizia subito sorge spontanea una domanda: ma in Italia la prostituzione non è illegale? Tecnicamente nel nostro ordinamento non esiste il reato di prostituzione. La legge Merlin del 1958 punisce però l’introduzione e il favoreggiamento alla prostituzione, il il reclutamento di soggetti per finalità sessuali e la gestione di case chiuse. Ecco allora che il nuovo codice Ateco suscita perplessità quando inserisce nella dicitura: “organizzazione di eventi di prostituzione o gestione di locali di prostituzione“. Alberto Arrigoni, esperto di norme tributarie e commercialista milanese, ha dichiarato al Corriere: “Un cortocircuito scandaloso che probabilmente nasce da un desiderio di modernità esagerato e che invece codifica un reato grave come lo sfruttamento della prostituzione in un atto ufficiale come la classificazione dell’ISTAT, è come se si istituzionalizzasse il protettore“.

L’Istat risponde immediatamente alla perplessità dichiarando che l’introduzione del nuovo codice è un semplice adeguamento alla classificazione della comunità europea. Dal momento che nel in molti paesi dell’UE quello della prostituzione è un mercato assolutamente limpido. Inoltre, specifica l’stat, l’adeguamento alle norme comunitarie non implica in alcun modo la legittimazione automatica della attività vietate dalla legge italiana.
E la privacy dei clienti?
Con la regolamentazione fiscale della prostituzione si presenta anche il problema della privacy dei clienti. Ci si domanda, infatti, se per questo tipo di prestazioni, si dovrà evitare l’invio di fatture elettroniche tramite Sistema di Interscambio. In modo che, come accade per i professionisti sanitari, la privacy del cliente sia tutelata.

Il problema etico
Al di là di tutte le questioni legali, giuridiche e finanziarie questa scelta da parte dell’ISTAT solleva un “problema” decisamente etico. Un po’ come succede con la legalizzazione della cannabis il nostro Paese continua a perseguire la via del proibizionismo. Nascondendosi dietro l’idea che se non è legale non esiste. Eppure la verità è un’altra: il mondo corre anche quando la legge non lo codifica. La prostituzione esiste, è un dato di fatto e le indagini che ne rilevano un mercato di miliardi di euro lo confermano. Concedere alle prostitute un riconoscimento legale e finanziario permette, innanzitutto, di riconoscere una categoria e di controllare un mercato decisamente controverso. Un maggiore controllo da parte dello stato può essere la chiave per fare un passo avanti senza ledere la dignità di chi, coscienziosamente, sceglie di praticare il mestiere più vecchio del mondo.
Foto: Skytg24


