Se il mondo non ha senso, perché dovrebbero averlo i meme?
Qualche tempo fa mi sono imbattuta in un video che faceva un paragone abbastanza assurdo: i meme della Gen Z potrebbero essere il corrispettivo contemporaneo delle opere dadaiste. Più ci penso, però, più la cosa mi sembra avere senso. Il brainrot, i cani che ballano generati dall’AI, i personaggi nonsense e tutti quei contenuti che sembrano non voler dire assolutamente niente potrebbero essere il nostro modo di reagire a un presente che, in fondo, di senso ne ha sempre meno.


La Gen Z viene spesso paragonata alla Lost Generation del primo dopoguerra: due generazioni diverse, certo, ma accomunate da instabilità, crisi, ansia collettiva e dalla sensazione di avere davanti un futuro parecchio incerto.
Il dadaismo e i brainrot
Il Dadaismo nacque proprio così: davanti a una realtà diventata assurda dopo la Prima guerra mondiale, gli artisti decisero di rispondere distruggendo le regole dell’arte. Collage, parole senza senso, provocazioni e performance nonsense: se il mondo non aveva più logica, perché avrebbe dovuto averla l’arte?


Noi facciamo qualcosa di molto simile, solo con strumenti diversi. Al posto dei collage abbiamo TikTok, al posto delle poesie dadaiste abbiamo il brainrot e al posto delle performance abbiamo video di dieci secondi con personaggi generati dall’AI. Il mezzo è cambiato, ma l’idea di fondo potrebbe essere la stessa: prendere una realtà difficile da elaborare e trasformarla in qualcosa di assurdo.

Non è “degrado culturale”
Ogni generazione ha qualcuno pronto a dirle che la cultura sta morendo. E sì, alcuni meme sono oggettivamente demenziali. Ma la cosa interessante è che facevano ridere davvero. Non dovevano avere un significato profondo: erano semplicemente assurdi, immediati e condivisi da milioni di persone. Forse il brainrot è proprio questo: un nuovo linguaggio nato dalle tecnologie che abbiamo a disposizione per elaborare un presente altrettanto assurdo. E la mostra RAGE BAIT di Eva & Franco Mattes, presentata a Venezia, ne è una prova interessante: gli artisti trasformano meme, AI e meccanismi del web in materiale artistico, mostrando quanto siano ormai intrecciati alla nostra cultura e al modo in cui consumiamo informazioni.


Alla fine, forse il nostro Dada non è appeso a una parete. È nel feed.


