Sono più di uno i designer che rincorrono i loro sogni e tentano la fortuna in un paese e un’industria sconosciuti. Direttori creativi di case di moda oppure fondatori del proprio, presentiamo designer che hanno immigrato
La base del mondo è l’immigrazione. Siccome la moda non è un’eccezione al mondo, anche se a volte lo sembra, l’immigrazione ha giocato un ruolo importante nell’ispirazione ma anche nella creazione dell’industria come la conosciamo oggi. Così come si sono formati paesi con l’immigrazione, anche intere maison di moda.
La propria cultura, l’heritage e la tradizione del posto di nascita sono cose che accompagnano chiunque durante tutta la sua vita. La base del mondo è anche il giudizio. Chi si trova in un paese sconosciuto deve anche sconfiggere il giudizio quando si presentano proposte fuori dalle norme del loro contesto. Questo comporta un lavoro arduo verso il lavoro stesso e su se stessi per ribaltare la credenza che non si meritano quel posto.

Azzedine Alaia
Lo stilista tunisino rivoluzionò la moda. Il maestro couturier fece della sua vita un mistero e dei suoi disegni un grande stupore. Crebbe in una famiglia di genitori contadini che non se ne intendevano di moda e imparò tutto dalle sue due sorelle. Presto iniziò a ricevere richieste e iniziò a studiare scultura all’Università delle Belle Arti in Tunisia.
Questo percorso artistico è molto noto nelle viste che i suoi disegni arricchiscono la figura femminile e hanno una silhouette, appunto, scultorea. A fine degli anni ’50 si trasferì a Parigi e non fece fatica a trovare un suo posto insieme a figure come Christian Dior e Thierry Mugler. L’inizio degli anni ’80 vide le prime collezioni di Azzedine Alaïa fino alla sua morte nel 2017 quando gli succedette Pieter Mulier.


Miyake Kasumaru
Più conosciuto come Issey Miyake, è nato nel 1938 a Hiroshima in Giappone. Studiò graphic design all’Università Tama Art e dopo la sua laurea si trasferì nel 1965 a Parigi per studiare sartoria nella Chambre Syndicale de la Couture. Nel 1970 si stabilì in uno studio a Tokyo e nel 1973 la sua collezione venne presentata a una cerchia ristretta a Parigi.
I suoi disegni iniziano a vendersi a New York in Bloomingdale’s e il suo stile che univa l’estetica dell’est con quella dell’ovest – e forme e i concetti erano nuovi -. Stupisce tutti quando nel 1993 presenta la collezione fino ad oggi rilevante “Pleats Please”, una serie di abiti con plissettature millimetriche che hanno una caduta elegante e avvolgono il corpo modellando la loro forma.
Anche se Issey Miyake aveva studiato a Tokyo, decide di dare un giro alla sua vita presentandosi in una delle capitali della moda più importanti e tentando la fortuna con il suo talento. Possiamo dire che è andata molto bene ma ci ha voluto tanto coraggio e creatività per inserirsi in un mercato che era dettato dalle “buone maniere” e le linee di couture più semplici.


Rachel Scott
Rachel Scott, nata in Giamaica e abitante ora negli Stati Uniti, fondò il suo proprio brand Diotima ed è ora la direttrice creativa del brand americano, Proenza Schouler. Originaria del paese caraibico, Rachel approccia il lusso e la moda coinvolgendo gli artigiani della Giamaica. Questo atto apre due vie di risoluzione per il conflitto dell’appropriazione culturale.
Essendo la cultura di Rachel Scott, non è un’appropriazione ma permette che chi lavora con lei faccia della sua cultura un apprezzamento. Inoltre, affronta le disuguaglianze sistemiche nell’industria. Non sono artigiani che vengono sfruttati ma che collaborano in un progetto comune che è quello di far vedere e conoscere le ricchezze della loro tradizione.


Adrian Appiolaza
Di origini argentine, Adrian Appiolaza è dal 2024 il direttore creativo di Moschino. L’identità giocosa e ironica sono parte del brand di Moschino ma anche caratteristiche del popolo argentino. Nelle parole di Massimo Ferretti, presidente esecutivo del Gruppo Aeffe SpA, “(Adrian) ha una personalità piena di energia e di entusiasmo”.
Il mondo lo riceve nel 1972 a Buenos Aires e la sua ossessione per la moda cresce con lui dentro la sartoria della nonna e l’ossessione per la scena musicale a Manchester. Di conseguenza, ha immigrato a Londra e studia nella Central Saint Martins mentre lavora come junior designer da Alexander McQueen. Nel 2002 la sua collezione viene notata da Phoebe Philo e inizia una lunga carriera tra Chloé, Miu Miu, Louis Vuitton, Loewe e finalmente (forse) Moschino.


Gabriela Hearst
Compaesana di Adrian Appiolaza, Gabriela Hearst nasce in Uruguay nel 1976 e 10 anni fa, oggi direttrice creativa e fondatrice del suo omonimo brand, il suo è uno dei più desiderati al momento con abiti dal design inconfondibile e alta qualità. Studia comunicazione all’O.R.T, Università dell’Uruguay e si trasferisce negli anni 2000 a New York a studiare arti performative.
Il resto è storia. Nel 2012 diventa membro della CFDA e inizia a creare le sue collezioni che nel 2016 l’avrebbero portata a vincere il Woolmark Prize. Apre il suo primo negozio a Parigi nel 2018, un anno dopo a Bergdorf & Goodman e in agosto dello stesso anno un negozio a Londra.


Altri nomi come Hussein Chalayan, stilista turco-cipriota degli anni 90/2000 che era conosciuto per i suoi disegni d’avanguardia e materiali innovativi e Rei Kawakubo, stilista che sfida le norme classiche della moda e il corpo, che nasce in Giappone e si trasferisce in Francia. Oppure Oscar de la Renta, designer dominicano che fonda la sua maison negli Stati Uniti e J. Salinas, stilista peruviano che si trasferisce a Milano con il suo brand artigianale e vivace.


L’eurocentrismo della moda
La necessità dell’immigrazione per avere successo ci fa anche capire quanta poca importanza si dia alle altre capitali del mondo che appena ora ricevono un po’ di visibilità. Le Fashion Week si presentano a Lisbona, in Brasile, in Cina, a Hong Kong, a Buenos Aires e New York la Fashion Week Indigena. Sottinteso: per avere successo, devi essere in Europa/America. Poche volte si ha la possibilità di essere scoperto quando chi deve scoprire non sa nemmeno dove si trovi la città in cui si nasce…
Anche se l’immigrazione fino ad ora ha dato tanto all’industria, sarebbe il momento di ribaltare la scena e non esigere dagli altri di emigrare dove “c’è” la moda ma utilizzare la moda come il fenomeno globale che è. Abbiamo tutti una voce e una piattaforma, grande o piccola, che può dare visibilità a un possibile designer immigrato.
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