Ritorno allo Studio 54: Valentino Beauty riaccende il mito

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Per una notte soltanto, il mito torna a calcare i pavimenti del tempio dorato degli eccessi newyorkesi. Il luogo dove libertà e trasgressione brindavano, tintinnando coppe di champagne, si rifà il trucco e riaccende le sue vanità. Lo Studio 54 rinasce, per una notte, grazie a Valentino Beauty.

Ma cosa ne sanno le nuove generazioni dello studio 54? Niente o forse tutto. Non lo hanno vissuto direttamente – alzi una mano chi vorrebbe una macchina del tempo – ma lo abitano per procura. Lo dimostrano le bacheche Pinterest zeppe di moodboard a testimonianza che le nuove generazioni sono inclini alla nostalgia dei “bei vecchi tempi andati” e mai vissuti.

Ma prima facciamo un po’ di chiarezza

Lo Studio 54 aprì nel 1977, in un vecchio teatro televisivo di Manhattan trasformato in discoteca dai giovani imprenditori Steve Rubell e Ian Schrager. In pochi mesi divenne un’istituzione culturale: non un locale come gli altri, ma un esperimento sociale travestito da club. Una fucina per personalità castrate dalla rigida società diurna che, in quella realtà nottambula, trovavano lo spazio per liberarsi. Lì prendeva forma un linguaggio estetico eccessivo, ma necessario, capace di ribaltare convenzioni e immaginari.

L’ingresso era spietato. Il famigerato velvet rope era una selezione feroce, orchestrata da Rubell stesso, che con un cenno decideva chi fosse abbastanza “cool” da meritare l’accesso. Ma una volta varcate quelle porte, tutte le barriere cadevano. Andy Warhol sintetizzò quel rituale crudele in una frase rimasta celebre: “Era una dittatura alla porta, ma una democrazia in pista”. Sul dancefloor potevi trovarti accanto a Mick Jagger, Liza Minnelli, Diana Ross, Grace Jones, o a un ragazzo di periferia arrivato col treno dal New Jersey. Persino un’avvocatessa settantasettenne, ribattezzata Disco Sally, diventò una leggenda del club ballando, notte dopo notte, fino all’alba.

Lo Studio 54 non era soltanto eccesso, ma il riflesso di una società che stava cambiando forma. Erano gli anni della pillola anticoncezionale, che consegnava alle donne un nuovo potere sul proprio corpo. Gli anni della disco nata nelle comunità nere e queer, che si faceva portavoce di un linguaggio universale. Prima che l’AIDS spegnesse quella stagione con la sua ombra oscura e drammatica, lì dentro si respirava la sensazione che tutto fosse possibile. Si racconta che persino Steve Rubell, uno dei fondatori, trovò tra quelle mura la libertà di esprimere la propria omosessualità a lungo celata. Lo Studio 54 fu anche la sua personale forma di liberazione.

Le notti allo Studio 54

Le notti dello Studio 54 hanno regalato immagini che, ancora oggi, appartengono all’immaginario collettivo, cristallizzate nel tempo. Tra i tanti episodi, ce n’è uno che più di tutti è rimasto nella memoria. Nel 1977, al suo compleanno, Bianca Jagger fece il suo ingresso nel locale a cavallo di un destriero bianco, sotto i flash dei fotografi. Un momento che ancora oggi racconta da solo l’eccesso e la teatralità del club. Allo stesso modo, resta indimenticabile la serata in cui lo Studio 54 venne trasformato in una fattoria per celebrare Dolly Parton. Con balle di fieno e animali veri che invadevano la pista da ballo.

Proprio Elio Fiorucci, orgoglio italiano, intrecciò la sua storia con quella del club più di chiunque altro. Andy Warhol definì il suo store sulla 59ª strada “lo Studio 54 di giorno”. Un luogo dove non si acquistavano soltanto abiti, ma un’idea di libertà pop e ironica. Il team creativo di Fiorucci contribuì all’inaugurazione del locale, portando quell’estetica colorata e dissacrante che vestiva perfettamente lo spirito della pista. Nel 1982 lo stilista tornò nello stesso spazio per festeggiare i quindici anni del marchio. In quell’occasione, da una torta gigante emerse una giovanissima Madonna, in quella che fu la sua prima apparizione pubblica a New York. Un’apparizione che sancì il passaggio dalla disco al pop, confermando lo Studio 54 come crocevia di culture destinate a cambiare per sempre l’immaginario collettivo.

Studio 54: L’epilogo

Ma ogni leggenda ha la sua fine. Nel 1980 Rubell e Schrager furono accusati e poi dichiarati colpevoli di evasione fiscale per diversi milioni di dollari. La notte prima di entrare in carcere organizzarono una festa d’addio passata alla storia e battezzata con ironia “The End of Modern-Day Gomorrah”. Diana Ross e Liza Minnelli cantarono per loro. In quella serata Rubell prese il microfono e iniziò a intonare My Way di Frank Sinatra. Seguito in coro dal pubblico, mentre con un cappello calato in testa congedava il suo regno notturno per l’ultima volta. La chiusura dello Studio 54 sotto la direzione di Rubell e Schrager segnò la fine di un’era. La disco, travolta dall’ondata di avversione del mainstream, lasciò spazio alla cultura pop, mentre l’ombra dell’AIDS si trasformava in realtà. Nel 1989 la morte prematura di Rubell chiuse definitivamente quel leggendario capitolo.

Una notte soltanto

Eppure lo Studio 54 non ha mai smesso di vivere. Le nuove generazioni lo hanno eletto a feticcio estetico, un’ossessione colma di immagini e racconti che parlano di libertà, di glamour, di un tempo che non tornerà. Ed è proprio questa assenza a renderlo desiderabile. Perché ciò che non si può più avere, ciò che appartiene solo alla memoria, diventa leggendario.

La decisione di Valentino Beauty di riaprire per una sola notte il club più famoso del mondo nasce qui: dal desiderio di dare corpo a un’immaginazione collettiva. Il 10 settembre lo Studio 54 riaccenderà le sue luci per ospitare il lancio della nuova collezione Rendez-Vous Ivory, un’esperienza olfattiva pensata per evocare, più che riprodurre, quell’aura di libertà e trasgressione. Non una copia del passato, ma un atto di rievocazione.

A guidare la mise en scène sarà Alessandro Michele, che con i suoi abiti teatrali e stratificati porterà in scena un’estetica capace di risvegliare lo spirito di quegli anni. Tra profumi gourmand, packaging dorati e scenografie immersive, la notte si annuncia come un cortocircuito dove la memoria diventa presente, l’effimero si fa eterno.

Tutto bellissimo, ma resta una domanda. Che cosa cerchiamo davvero quando torniamo ossessivamente al passato? È solo nostalgia o il bisogno, mai sopito, di sentirci parte di una comunità capace di brillare insieme, anche solo per poche ore? Basterà forse, una notte soltanto, a ricordarcelo?

Forse no. Forse non torneremo mai più a cavalcare cavalli bianchi sotto una strobo, ma basterà il profumo di una notte a ricordarci che la libertà, come la scia persistente di una fragranza, quando resiste non invecchia mai.

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Foto: Pinterest; Valentino Beauty