Amore inerte: non si può stare insieme per non stare da soli

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Non vi è nulla di più contemporaneo dell’epidemia del restare insieme in nome nell’abitudine. Tra stabilità apparente, comodità, e infedeltà calcolata: dov’è l’amore?

«L’amor che move il sole e l’altre stelle»: questo il verso con cui Dante conclude il viaggio della Divina Commedia, ponendo l’amore al centro di tutto. A pensarci bene, aveva ragione. È l’amore per ciò che facciamo che ci spinge a lavorare con passione, è l’amore per noi stessi che ci permette di apprezzare peculiarità e difetti, è l’amore per la vita che ce la fa vivere a pieno. Allo stesso modo, dovrebbe essere l’amore per l’altro a tenere unite due persone. Scegliersi consapevolmente, rinnovare la scelta giorno dopo giorno. Chissà cosa penserebbe Dante se potesse dare un’occhiata al panorama delle relazioni contemporanee. Forse, al fine di capire cosa tiene legati due esseri umani nel 2025, andrebbe in cerca di quell’amore che lui stesso ha posto al centro dell’universo circa 700 anni fa. Il problema è che nella maggior parte dei casi, non lo troverebbe. Perché la domanda, per quanto possa esser giudicata cinica, è tanto inevitabile quanto necessaria: quante coppie stanno davvero insieme per amore, e quante per abitudine?

 Il fantasma della relazione che fu

L’amore è diverso per tutti. Ognuno ha priorità e modi di fare diversi quando si tratta di unirsi all’altro, su questo non c’è dubbio. Si costruisce la relazione secondo le proprie attitudini ed esigenze, e a tener insieme opinioni e stili di vita diversi c’è l’amore, che rende l’unione non solo possibile, ma realizzabile, concreta. Cosa succede, però, quando esso viene meno? Quando tutto ciò che rimane tra due persone sono gli impegni presi insieme, le esperienze fatte, il gruppo di amici in comune, la quotidianità, le spese da dividere. In altre parole: cosa succede quando a tenere insieme due persone non è la possibilità di un futuro, ma il ricordo del passato?

Oggi, più che mai, capita di imbattersi in relazioni che resistono non perché alimentate da passione e complicità, ma perché chiuderle significherebbe affrontare il vuoto emotivo della solitudine. Così, spesso, ci si nasconde dietro la tranquillità garantita dall’abitudine, anche se questa ha il sapore dell’insoddisfazione. Forse l’amore non è più il motore delle relazioni. Forse oggi stare insieme significa soprattutto evitare la fatica di lasciarsi. Evitare di dover ricominciare da capo, di doverlo dire ad amici e famiglia, di dover cambiare la propria routine. Una volta avremmo detto che basta l’amore. Oggi, che basta sopportarsi. Basta stare bene, anche approssimativamente, e chiudere un occhio ogni tanto. Sempre meglio di stare da soli. Mai idea fu più sbagliata. E triste, fatevelo dire.

La paura del cambiamento non può essere più forte dello stare in una relazione in cui non ci si sente più se stessi: non può, e non deve. Non si può normalizzare il rimanere insieme per abitudine, inerzia, timore, in virtù di una stabilità e prevedibilità relazionale, che per quanto ci possa far sentire al sicuro, quanto, in realtà ci fa sentire bene, vivi?

Generazione comodità: troppo giovani per accontentarsi

Ciò che colpisce di più è che il discorso appena fatto non riguarda solo le coppie adulte, con una vita ormai intrecciata da responsabilità condivise. Anche in quel caso non sarebbe giustificabile, ma forse più comprensibile. Il vero dilemma è che sempre più spesso, sono i giovanissimi a restare incollati a dinamiche di comodità ancor prima di aver costruito qualcosa di solido. Ci si rifugia nel noto, piuttosto che tuffarsi nel nuovo, nella possibilità di cambiamento. Vince la rassegnazione, a braccetto con la convenienza.

I rapporti diventano sempre più tiepidi, e non manca chi va in cerca di altro, restando intrecciato nella propria amorevole quotidianità di coppia. Insomma: il cambiamento fa paura, l’infedeltà no. Si ha così tanta paura della solitudine, che non ci si lascia, e anzi, a volte si sta anche in tre. Ma guai a rompere la routine. Guai a dover affrontare una rottura, a voltare pagina. Meglio messaggiare di nascosto. Così da una parte, si vive l’ebrezza che tanto si ricerca, dall’altra si mantengono le proprie amate abitudini.

Alla fine, la vera domanda è: cosa scegliamo di chiamare amore? Perché restare per comodità, non lo è. Sapere di meritare di più, e volerlo ma non prenderselo, non lo è. Festeggiare gli anni passati insieme pensando a qualcun altro, non lo è. L’amore non è un compromesso per evitare la fatica della solitudine. Serve solo un po’ di coraggio per ammetterlo.

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