Il paradosso del fast fashion e la sostenibilità

da | SUSTAINABILITY

La sovvraproduzione e l’inquinamento non andranno mai della mano. Marchi come Reformation creano un paradosso in cui la sovvraproduzione avviene grazie alla richiesta dei consumatori. Non diventa inquinamento ma capi con una vita.

Francia iniziò la lotta contro il fast fashion

Lo scorso giugno nel senato francese è stata approvata con 337 voti favorevoli una versione di una legge che mira a limitare il fast fashion e l’ultra fast fashion. Ha ancora strada da percorrere e prima di vedere risultati deve essere approvata da un senato-assemblea e poi passato all’Unione Europea per verificare la conformità con la legislazione UE. 

La Francia decide di limitare l’impatto ecologico e sociale di queste due categorie della moda. Si imporrà una contribuzione chiamata “eco-score” che valuta l’impatto ambientale, l’uso delle risorse e la riciclabilità. Anche, dipendendo il punteggio che abbia il marchio potrebbero fare un’aggiunta di 5 euro per capo che viene importato al paese che entro il 2030 arriverebbe a 10 euro. Divieti di pubblicità di “mode ultra-express”, multe ai marchi che non compiano e supporto alle startup che non seguano questi modelli di produzione. 

Inoltre, Christophe Castaner, l’ex ministro degli interni della Francia, oggi è CSR (Corporate Social Responsibility) di Shein. Trova disgustoso l’impostazione di una tassa per “i prodotti dei più poveri” quando quello disgustoso sono le persone morte in fabbriche sovraffolate che producono i vestiti per i poveri di Christophe Castaner. Se l’unica opzione di una persona è lavorare in condizioni indegne e non dover acquistare magliette a 3 euro ma produrle per 20 centesimi, abbiamo dei concetti diversi di povertà. 

Immagina editata graficamente di una sfilata in cui si vedono persone importanti in prima fila e anziche avere modelle sfilando ci sono lavoratori a fare i capi che sfilano

Si chiede pero se è una lotta contro il fast fashion o contro la Cina. La legge prevede sanzioni minori per le aziende europee come Zara e H&M e più punitive per i brand Shein e Temu di proprietà cinese. “Oggi dobbiamo ancora difendere ciò che resta delle nostre industrie europee” ha dichiarato  

Ragioni per cui il fast-fashion non sara mai 100% sostenibile

La sovrapproduzione

Ciò che non si vende lo possiamo ritrovare nel deserto di Atacama o nei mercati dell’usato di Ghana. Praticamente tutti questi scarti vengono importati dal Nord-America, l’Europa e l’Asia. Di nuovo, le culture di maggior potere sfruttano le minoranze. Di solito questi vestiti finiscono nel fiume Nairobi in Kenia o sparsi in altre parte del pianeta con un solo obiettivo: contaminare. 

Catene di produzione che succhiano risorse

La produzione del cotone e la tintura dei capi usa litri incontabili di acqua. Per fare un paio di jeans si usano 7 litri d’acqua, pensate a H&M o Zara che recandoci in un solo negozio vediamo che ne hanno 100. Solo in vista. Non contiamo anche le scorte in magazzino ne la quantità di negozi che hanno in tutto il mondo. Il poliestere nella sua creazione lascia in oceano mille di micro-plastici. Aggiungiamo i chimici che ci sono nel processo di tintura e quelli che si usano per lavare o creare un finissaggio specifico sui tessuti. 

Le condizioni degne di lavoro (inesistenti)

Molti brand non possono essere trasparenti sulla lavorazione dei propri vestiti e borse. Stipendi bassi, ore straordinarie, notti e festivi che si lavorano e condizioni deprimenti di un lavoratore promedio di fast-fashion. Chi potrebbe pensare che essere trasparenti con queste condizioni allontanerebbero le persone dai negozi? Probabilmente nessuno perché è un sapere comune e né Zara né Shein sono in fallimento. 

Greenwashing

Greenpeace in Spagna ha seguito per un’anno i capi che una volta lasciati in negozio dovevano venire riciclati per creare di nuovo dei filati. Ogni capo viaggio 9.000 chilometri per finire in diversi paesi come il Togo, Camerun e la Costa d’Avorio. Dimostra ancora una catena di produzione poco controllata.  

Reformation e le sue iniziative

“Essere nudo è la prima opzione più sostenibile. Noi siamo la seconda” si legge in tutti i siti del brand americano Reformation. Tessuti con materiali 100% riciclabili, rigenerati o rinnovabili, considerano le quantità di acqua e chimici che vengono coinvolti nel processo. Controllano la produzione con la pre-vendita degli articoli e quantità limitata di vestiti per assicurarsi che niente venga buttato. 

Foto della campagna di Reformation "An American in Paris" in cui si vede il vestito Allura in rosso

Alla fine del loro manifesto con le loro pratiche e le pratiche che i consumatori possono adottare si arriva alla domanda: avendo tutta l’informazione, perchè esistono ancora i colossi del fast-fashion? Reformation utilizza sacchetti biodegradabili perché sapendo che finiranno nella spazzatura, almeno non vivono per sempre. Tessuti di qualità e certificati con una catena di produzione che viene seguita dalla fibra che si userà alla spazzatura del consumatore! 

Purtroppo, l’accessibilità economica e la pubblicità invogliante dei brand di fast-fashion funziona perchè dall’altro lato un consumatore si arrende e ci casca. Reformation esiste e ha successo con un brand di fast-fashion non solo per le loro pratiche sostenibili ma per l’educazione che danno a chi compra. Però, se il consumatore non si educa e non capisce la qualità e il prezzo vero (non $7.99 per una maglietta), continuerà a fare gli stessi errori che da anni ci portano agli stessi problemi ecologici. 

Il fast fashion e le loro pubblicità funzionano perché le persone vedono, comprano e buttano. Essendo talmente saturi e trovandoli in mercato a 1 euro, niente ha valore. Sappiamo che i brand di fast fashion saranno la rovina del nostro pianeta ma come consumatori possiamo decidere noi dove comprare e chi supportare. Informarsi sulla qualità, con chi lavorano con chi non lavorano, con chi fanno le campagne e cosa ripudiano. Possiamo ancora cambiare un pensiero e che i vestiti iniziano ad avere di nuovo un valore per ognuno di noi prima che sia troppo tardi.

Collaborazione di Devon Lee Carlson e Reformation. Nella foto si vede la modella appoggiata su un tavolo aparecchiato con un top marrone e gonna rosa antico parte della collezione

Foto: Pinterest