Francia: arriva il divieto alla pubblicità per il fast fashion

da | LIFESTYLE

Colpitissime le influencer francesi, a soffrire saranno di più le aziende extra-UE. Queste non solo dovranno saldare multe salate per la pubblicità, ma pagheranno anche una tassa per ogni capo non ecologico prodotto.

La lotta al fast fashion è una delle missioni più gettonate nelle aziende e nei programmi di ecosostenibilità. Che poi sia usata per fare green washing è tutto un altro discorso. Un po’ come quell’amica che dice che fast fashion non lo comprerebbe mai, però quella volta lì per quella borsa bellissima che non avrebbe trovato da nessuna parte lo sgarro l’ha fatto.

Beh, non temete, c’è chi su queste cose non scherza.

La Francia ha approvato una legge pionieristica per contrastare l’ultra fast fashion focalizzandosi sul limitare le pubblicità, incluse quelle delle influencer.

La legge francese come prima cosa definisce cosa rientra in “fast fashion” e cosa nella categoria superiore di “ultra fast fashion”. In questo senso fa riferimento a modelli di produzione che propongono un numero estremamente alto di nuovi articoli ogni giorno. Sappiamo benissimo a chi si riferisce…

Quindi addio alle pubblicità per marchi come Shein o Temu. Si parla di un vero e proprio divieto di promozione che comprende anche quella fatta attraverso influencer e piattaforme online.

L’obiettivo è quello di ridurre l’esposizione dei consumatori a contenuti che possano incoraggiare all’acquisto compulsivo. Come le classiche pubblicità del fast fashion.

Photo via Bellazon


Che poi, ci servono davvero tutte queste collezioni? Cioè belle eh, però uno si stanca anche di provare a stargli dietro. A me la mia magliettina in cotone piace, non sono pronta a cambiarla domani con un’altra completamente diversa. Però le aziende continueranno a produrre, anche quando noi prendiamo una pausa dall’acquisto.

Partono quindi le sanzioni per gli influencer.

Chi continuerà a promuovere l’ultra fast fashion, anche senza avere sponsorizzazione, ma producendo contenuti che possono aumentare la visibilità di questi marchi saranno multati. Fino a 20.000 euro per le persone fisiche, quindi la nostra creator preferita. 100.000 euro per le persone giuridiche. Previsto un raddoppio in caso di recidiva.

Ma il lavoro non si ferma qua e viene introdotto anche un “eco-contributo” per i prodotti non ecologici. Partendo da almeno 5 euro a capo nel 2025, pare che questo aumenterà progressivamente fino ad arrivare a 10 euro per articolo nel 2030. Tutto questo però senza superare il 50% del prezzo al dettaglio. I fondi che si riusciranno a raccogliere con questo contributo verranno reinvestiti in infrastrutture di raccolta e riciclo. Così si andranno anche a premiare le aziende che si impegnano a produrre tessuti ecologici.

Inserito anche l’obbligo di informare i consumatori sull’impatto ambientale dei prodotti che comprano, da parte delle aziende e delle piattaforme online.

Inoltre dovranno spiegare ai clienti l’importanza del riutilizzo e della riparazione. Un obbligo quindi ai messaggi di sostenibilità. Un po’ come quando al compleanno della tua amica sei un po’ obbligata a dirle che il vestito le sta davvero bene, considerato che il fidanzato l’ha lasciata per un’altra più alta e più bionda di lei.

Poi per coloro che amano ordinare sui siti low-cost attenzione a quanto ordinate: inserità una tassa aggiuntiva per ogni pacco sotto i 2 kg. Questo se il pacco è proveniente da piattaforme esterne all’Unione Europea, arrivando a costare da 2 a 4 euro per pacco. Un altro modo per colpire i giganti dell’e-commerce extra-UE. Ripeto, anche qui sappiamo benissimo di chi si parla.

Unica pecca è l’esonero dei capilista del fast fashion come Zara, Kiabi o H&M. Viene però inserito un obbiettivo dichiarato di proteggere e sostenere l’industria tessile francese ed europea.

Quindi con questa legge la Francia punta a ridurre l’impatto ambientale minando il settore tessile che risulta uno dei più inquinanti del mondo. Contrasta lo sfruttamento del lavoro affrontando indirettamente anche le problematiche sociali legati alle catene di produzione di questi colossi, spesso associati a condizioni di lavoro precarie e sfruttamento. Ma soprattutto viene promosso un consumo più consapevole indirizzando per primi i consumatori e poi le aziende con il divieto alla pubblicità e aumentando i costi dei prodotti che non risultano essere sostenibili.

Insomma, se non funziona con le buone…

La legge è già stata approvata dal Senato e dall’Assemblea Nazionale. In autunno dovrebbe poi arrivare un accordo in commissione mista paritaria. Poi sarà notificata alla Commissione Europea perchè sia verificata la sua conformità con la legislazione dell’Unione.

In Germania, in America e nei paesi scandinavi si sono visti dei primi esempi di misure verso una maggiore sostenibilità nel settore del tessile. Tuttavia la Francia risulta la prima ad avere una legge preventiva e diretta che agisce prima di tutto sul consumo impulsivo.

Photo via Il Mattino

La Germania ha introdotto delle leggi che rendono le aziende responsabili del rispetto dei diritti umani e degli standard ambientali lungo tutta la loro filiera. (Simpatico leggerne ora con lo scoppio dello scandalo Loro Piana..). I Paesi Nordici, spesso all’avanguardia su tutto , soprattutto sulla sostenibilità si fanno notare. Per quanto non ci siano leggi specifiche per il fast fashion, viene promossa fortemente l’economia circolare. Così come il riuso, il riciclo e il consumo consapevole con campagne di sensibilizzazione e incentivi.

Perfino gli Stati Uniti hanno iniziato a discutere o ad implementare leggi sulla trasparenza nella catena di approvvigionamento, richiedendo alle aziende di divulgare informazioni sui loro sforzi per affrontare i rischi sociali e ambientali.

Ogni anno vengono prodotti tra gli 80 e i 100 miliardi di nuovi capi di abbigliamento. 92 milioni di tonnellate di rifiuti tessili finiscono in discarica. In Europa ogni cittadino scarta circa 11-12 kg di prodotti tessili annualmente.

Fast fashion
Photo via Beatrice Testa, edit Unknown

Se stimiamo che ogni anno vengono prodotti 100 miliardi di vestiti e consideriamo che siamo 8 miliardi di persone, significa che vengono prodotti quasi 12-13 capi per ogni persona sul pianeta. Ripeto: ogni anno. Se poi consideriamo che la durata media di un indumento è diminuita drasticamente , arrivando a poco più di tre anni per un capo generico e anche meno per uno fast fashion.

Consideriamo poi che prima gli indumenti venivano usati in media 100-200 volte e oggi si stimano meno di 10 utilizzi prima di essere buttati o lasciati nell’armadio. Capiamo che il livello di spreco che produciamo è enorme, incalcolabile quasi. (Cioè sicuramente si può fare, ma non sarò io a prendermene l’onere).

Questo significa che per ogni capo prodotto, la sua utilità e numero di volte in cui viene usato, sono molto bassi rispetto al potenziale e al passato. Questa rapidità del ciclo di vita del prodotto è esattamente ciò che la legge francese cerca di contrastare.

Aldilà di questo, del consumo di chi si può permette di comprare, contrastare questa relazione sbilanciatissima permette di combattere anche le conseguenze sociali ed etiche che lo sfruttamento intensivo della moda veloce causa. Inoltre viene anche alimentata una cultura dello spreco, in cui l’abbigliamento viene visto come un bene usa e getta, svalutando il lavoro, le risorse e l’artigianato dietro ogni capo.

Per questo non dovremmo stupirci di sentire aziende di alta moda pagare 4 euro per il pezzo di una borsa che nella boutique ne costerà 1000 volte tanto. E se per una borsa da 4,000 euro un’azienda è pagata così poco, quanto potrà guadagnare chi produce un capo rivenduto a 9 o a 19,99 euro?

Fast fashion
Photo via Medium

L’obbiettivo di interrompere il ciclo vizioso del consumo eccessivo, causato anche dal fast fashion. E spingere verso un modello di moda più sostenibile e consapevole dovrebbe essere la missione di tutti.

L’esempio più eclatante di questa emergenza è la discarica di vestiti nel deserto di Atacama, in Cile. Immagini satellitari e reportage hanno rivelato l’esistenza di questa montagna enorme e crescente di vestiti usati e invenduti, proprio in questo deserto. Questa è così vasta che è possibile perfino vederla dallo spazio.

Ovviamente i vestiti non arrivano solo dal Cile, altrimenti saremmo di fronte a una popolazione estremamente fashionista, ma in maniera preoccupante, un polo della moda gigantesco. Si tratta invece del risultato del surplus e degli scarti dell’industria del fast fashion a livello globale.

Migliaia di tonnellate di abiti usati, capi invenduti e resi da Europa, Stati Uniti e Asia, spediti in Cile con l’intenzione di essere venduti nei mercati dell’usato dell’America Latina. Non trovando acquirenti, molti di questi finiscono per essere semplicemente scaricati nel deserto.

Fast fashion
Photo via The Indipendent

Senza nemmeno dirlo, gran parte di questi indumenti sono realizzati con fibre sintetiche che non sono biodegradabili e che per decomporsi richiedono una cosa come centinaia di anni. Così come il cotone trattato con tinture o sostanze chimiche. Queste sostanze poi si infiltrano nel terreno inquinando quindi il suolo e le falde acquifere, proprio in una delle regioni più aride del mondo.

Non sapendo come gestire la situazione a volte si appiccano degli incendi che però peggiorano la situazione rilasciando fumi tossici nell’atmosfera, che arrivano a colpire anche le comunità vicine. Sull’impatto visivo ed ecologico non c’è bisogno che dica altro.

Questo caso è diventato un’immagine iconica della crisi ambientale causata dal settore tessile. La legge francese è la risposta a situazioni estreme come questa, bloccando il flusso di indumenti che sono destinati a diventare rifiuti, prima ancora di aver avuto una vita utile significativa.

Insomma, il vintage non potrebbe avere più utilità di adesso. E le magliette delle band preferite del proprio padre possono davvero essere parte della soluzione. Un po’ come quando andava di moda la maglietta dei Nirvana e tutti i fan più accaniti si impuntavano a chiedere arrabbiati quali fossero le canzoni preferite dell’indossatore. Ora è il momento di fare lo stesso con chi indossa fast fashion, chiedendo se è conscio dell’impatto ambientale che solo il suo top con fiori e ricami può causare all’intero pianeta. (Comunque la mia era Smells Like Teen Spirit, ma non andava bene lo stesso).