Gianfranco Ferré, l’architetto della moda italiana

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Dal fortuito debutto nella moda all’amore per l’Oriente, fino alla supremazia della funzione sull’estetica: il viaggio creativo di Gianfranco Ferré.

Si parla sempre troppo poco dell’architetto della moda: forse per la sua personalità riservata, o forse perché la sua figura è rimasta per anni celata nell’ombra del grande nome di Dior. Eppure Gianfranco Ferré ha lasciato un’impronta indelebile nel panorama della moda italiana della seconda metà del Novecento, con una cifra stilistica unica, sintesi perfetta di rigore e creatività. Un’eredità che, a ottantun anni dalla sua nascita, merita di essere celebrata.

Gli inizi

Gianfranco Ferré nasce il 15 agosto del 1944 a Legnano – e la moda inizia a respirarla sin da bambino. Già dagli anni delle elementari è circondato infatti da stoffe, bottoni e tessuti di ogni genere: ogni pomeriggio, dopo la scuola, corre da sua zia Adele, per darle una mano a confezionare e consegnare abiti alle signore legnanesi. Dopo il liceo si laurea in Architettura al Politecnico di Milano, ed è proprio questo il periodo in cui avviene il suo casuale, quanto vincente, debutto nel mondo della moda. Con materiali provenienti da negozi di ferramenta, disegna e regala bijoux alle sue amiche di università, che vengono prima notati dalle sorelle Biffi, titolari di una boutique d’avanguardia a Milano, e poi fotografati e pubblicati su riviste di moda quali Arianna o Grazia.

Nel 1973 inizia a collaborare con la San Giorgio Impermeabili, e per conto di quest’ultima compie un viaggio in India, destinato a cambiare profondamente la sua visione, segnando la sua poetica creativa. L’incontro con le sfumature, i profumi, le forme, e l’eleganza delle donne indiane – i cui corpi abbracciati dai sari svolgevano compiti umili e faticosi – gli diede quello che lui stesso definì “il senso del corpo”, ai quali movimenti e fisicità darà priorità assoluta.

Il successo e il segno del suo stile

La prima vera collezione prêt-à-porter firmata Gianfranco Ferré arriva nel 1978: un successo che apre la strada ad altre linee femminili e maschili, all’Alta Moda e a proposte più casual come la Gianfranco Ferré Jeans e la sua linea di orologi griffati. Nonostante fosse ormai entrato a pieno titolo nel sistema moda, Ferré non rinuncia alle sue radici di architetto. Nel 1984 esplora il mondo dell’arredo, cimentandosi nella creazione di manufatti che presenta poi all’edizione del Salone del Mobile di Milano dello stesso anno. Ma è nei suoi schizzi, nella precisione costruttiva e nell’eleganza delle creazioni sartoriali che si riconosce la sua firma inconfondibile: la stessa che nel 1989 lo porterà ad iniziare la sua avventura del nome di Christian Dior, maison di cui assume la direzione creativa.

Per il suo marchio, il segno del suo stile – come dichiarato da Ferré stesso – fu la camicia bianca. Un capo semplice, allora prettamente maschile, che lo stilista adatta al corpo femminile donandogli nuova vita. Riscrivendone completamente le regole e sovvertendo i canoni dell’eleganza dell’epoca.

Le camicie di Ferré avevano ognuna un’identità diversa, grazie al taglio, al tessuto, all’aggiunta o alla sottrazione di dettagli. Ma soprattutto, grazie al movimento dei corpi che le ospitavano. Un’opera d’ingegneria volta ad elevare il corpo.

«L’abito non è mai una semplice decorazione. È il risultato di una riflessione sul corpo, sul movimento», dichiarò il designer in un’intervista. E fu questa l’essenza della sua moda. Il corpo che definisce l’abito, non viceversa. La fisicità che dona vita alle stoffe, i movimenti che definiscono i volumi. Oggi, il genio silenzioso di Ferré vive attraverso il Centro di Ricerca Gianfranco Ferré, ma troppo spesso resta poco celebrato. Eppure, guardando le sue creazioni, è impossibile non notare quanto siano ancora attuali: parte di un’eredità che merita di essere riscoperta.

Foto: Vogue, Pinterest