Da simbolo di virtù a oggetto di mercificazione: la caduta del concetto di nudità femminile è un delitto di cui si macchia l’occhio di chi guarda, non il corpo di chi, semplicemente, è.
Ad ogni donna, almeno una volta nella vita, è stato detto di vestirsi con modestia: ma rispetto a cosa? È il corpo femminile, di per sé, considerato immodesto? Nell’antica Grecia, la nudità femminile era sinonimo di bellezza, di armonia, di virtù. La sua rappresentazione non implicava desiderio, ma idealizzazione: il corpo era simbolo, non oggetto. Oggi questo risulta quasi impensabile. Il corpo femminile nasce investito di una colpa inspiegata e totalmente incontrollabile. Una colpa che non gli appartiene, ma che lo precede e che lo supera, e che si manifesta prendendo forma solo sotto lo sguardo altrui.
Le gonne sono sempre troppo corte, le maglie troppo scollate, il trucco curato attira l’attenzione in modo eccessivo, i tacchi alti sono volgari. Ma d’altra parte, anche i pantaloni sono troppo stretti, i maglioni troppo accollati, il viso pulito considerato trascurato, le scarpe da ginnastica poco femminili. Insomma: sii una donna, senza esserlo troppo. Coperta quanto basta, svestita solo se, quando, e quanto richiesto.

Come si è passati dalla venerazione all’oggettificazione?
Il paradigma si capovolge per la prima – e fatale – volta nel Medioevo. Con l’avvento della narrazione biblica, il femminile diventa veicolo di peccato, emblema di immoralità. Eva, come archetipo, non è solo la prima peccatrice, ma anche colei che con il suo corpo sconvolge e scandalizza. Il racconto del peccato originale, in cui la donna è antagonista e l’uomo solo una povera vittima senza abilità decisionale alcuna, viene insegnato nelle scuole ancor prima delle addizioni, prima della geografia, prima della tragica fine dei dinosauri.
Le bambine crescono sapendo che in quello che viene decantato come il libro più sacro che ci sia, la donna è colpevole, tentatrice, e per questo viene punita. I bambini crescono sapendo che nello stesso libro, l’uomo risponde di colpe non sue. Alle prime, inconsapevolmente, viene insegnata l’importanza della modestia. I secondi, inconsciamente, scendono a patti con un’immotivata rabbia. Una frustrazione nei confronti di un corpo che rivelatosi svestito, per mano di una donna, ha suscitato ire superiori e scatenato caos. Voilà. La copertura del corpo diventa un imperativo morale: nascondere per purificare.


Peccatrici, streghe, in vendita
Ma non finisce qui: durante la caccia alle streghe, ad esempio, una donna poteva esser denunciata anche solo a causa dell’immaginazione erotica maschile, considerata prova inconfutabile della sua colpevolezza e stregoneria. In altre parole: se un uomo sognava o desiderava una donna, era colpa sua, che in quanto strega, lo attirava magicamente a sé. Se il concetto suona familiare, è perché seppur antico, è anche spaventosamente contemporaneo. La donna è ancora oggi colpevole del desiderio che suscita, delle attenzioni che magnetizza, del crimine che subisce.
La fotografia, l’intrattenimento visivo, l’industria commerciale hanno trasformato la corporeità femminile in uno spettacolo vendibile. Uno spettacolo visto come sporco e vergognoso, ma che tutti bramano. Di cui tutti usufruiscono. Inutile dire che i tempi dell’antica Grecia sono ben lontani. Per quanto le contro-narrazioni femministe provino a decolpevolizzarne la pelle, nella contemporaneità, la nudità femminile ha perso il suo valore simbolico. Il corpo femminile è non solo più merce che simbolo, ma anche costantemente oggetto di dibattiti in cui dovrebbe esser voce, non argomento. Restituirgli la libertà di esistere senza dover giustificare la propria presenza, forma, aspetto o espressione non è da preferire, ma da pretendere.

Quindi, la soluzione dov’è? Si trova in ogni gonna troppo corta, maglia troppo scollata o troppo chiusa, viso fieramente struccato, tacco di qualsiasi altezza. Il segreto non sta nello spogliarsi per ribellione, o nel coprirsi per paura del giudizio. Ma semplicemente, nel fregarsene. Perché nel 2025, una donna che espone parte della sua nudità per allattare, non può e non deve risultare più scandalosa di un uomo che accosta al marciapiede per fare i propri bisogni. Qualcuno doveva pur dirlo.
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