Tra crolli in Borsa, pressioni operative e l’ombra della successione, il colosso del lusso valuta una mossa che potrebbe ridefinire il concetto stesso di conglomerato.
C’è un nuovo odore che aleggia tra i corridoi di LVMH: non è profumo da boutique, ma l’aroma pungente dell’ipotesi spin-off. Non è un gesto disperato, né una fuga dal successo. Piuttosto, si tratta di un’operazione chirurgica decisa a ricondurre il colosso francese alla sua sintesi ideale — agire dove serve e rilanciare dove serve.

Borsa in fermento e un’organizzazione che scricchiola
Dall’inizio del 2025, il titolo LVMH ha registrato una perdita del 25 %, dimezzandosi rispetto al picco di aprile 2023 — portando via con sé circa 221 miliardi di euro di capitalizzazione. È un messaggio che non ammette equivoci: anche il lusso può soffrire, soprattutto quando perde agilità. I marchi sotto la sua ala, da Dior a Moët Hennessy, hanno evidenziato segnali di cedimento operativi.

Eppure, la struttura finanziaria resta solida: debito/patrimonio netto al 13 % (dal 20 % del 2021), e un flusso di cassa operativo libero che nel 2024 ha superato i 10,5 miliardi di euro, in crescita del 25 %. Tutto ciò spinge gli analisti a teorizzare: separare per assestare.
Vini & spirits sul carré d’uscita
La prima candidata nello scenario spin-off? La divisione vini e liquori, con Moët Hennessy sotto la lente. Un business che solo pochi anni fa generava cassa netta, ma che oggi ne consuma 1,5 miliardi nel 2024, invertendo una traiettoria da +1 miliardo nel 2019. Il motivo? Calo della domanda, stock eccessivi e pricing errato.
Secondo Bernstein — rappresentato da Luca Solca — i margini di M&H sono dieci volte inferiori rispetto al fashion & leather goods. Logiche operative, di marketing e distribuzione così diverse da sentirsi estranee al modello LVMH: packaging, retail massiccio, e regolamentazioni serrate sugli alcolici.

Due sentieri per liberare valore
Bernstein indica due opzioni:
- Uno spin-off con distribuzione di azioni agli attuali soci LVMH. Più elegante, meno rumoroso, e con la possibilità di conservare influenza senza perdere il controllo.
- Oppure, una cessione diretta a Diageo, che già detiene il 34 % della società. Più rapida, certo, ma con risvolti industriali e patrimoniali delicati. E con un partner che oggi vive una sua crisi interna.
Quel che è certo è che il prezzo di Moët Hennessy, in uno scenario separato, potrebbe lievitare.

Sephora, troppo grande per restare normale?
Anche Sephora passa sotto la lente. Operativamente distante dall’haute couture eppure ingombrante: retail puro, margini più moderati, supply chain da grande distribuzione. Erwan Rambourg (HSBC) suggerisce: “Non essenziale a lungo termine”. Bernstein, invece, giudica le sinergie con profumi e cosmetica un argine troppo solido per separarla. In ogni caso, l’idea di una quotazione separata ad Amsterdam era già sul tavolo nel 2021.
Il rischio reputazione e il tema successione del gruppo LVMH
Aggiungiamoci però l’ombra giudiziaria: Loro Piana sotto indagine a Milano per presunto sfruttamento tra i subappaltatori; Dior sotto accusa per mancate verifiche su lavoratori immigrati senza documenti. Segni che anche la reputazione — pilastro invisibile del lusso — può vacillare.

E sullo sfondo, l’elefante nella stanza: Bernard Arnault, 76 anni, che ha allungato la sua leadership fino a 85. I figli sono già in cabina di comando, il vice CEO Stéphane Bianchi appare pronto, ma la successione resta il nodo irrisolto.
Alla fine?
La formula è questa: divide per consolidare, separa per brillare. LVMH non si sta spezzando, ma riaggiustando i confini del proprio impero. Un impero che sa di trovarsi tra la necessità di riprendere valore di mercato e l’urgenza di farlo in modo elegante — come solo il lusso sa fare.
E se questo è lo spin-off, sarà un capolavoro silenzioso. Perché la vera potenza non si urla, si plasma.
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