LinkedIn ci piace davvero o è il male minore? Le nuove generazioni riescono a trovare lavoro tramite questa piattaforma oppure ci provano e riprovano in vano?
I nostri nonni iniziavano a lavorare ad appena quattordici anni, chi anche prima e chi poco dopo. Spesso trovavano lavoro in famiglia, aiutavano amici e parenti e il gioco era fatto; erano pochi quelli scrivevano un curriculum vitæ e lo distribuivano per negozi e imprese, come invece, dobbiamo fare noi oggi. Si imparava facendo, bastava l’attitudine e la voglia di mettersi in gioco. “Era tutto così semplice”, dicono i giovani della gen z.
Trovare lavoro nel 2025 sembra una sfida degna di Tom Cruise in Mission Impossibile. O ti accontenti o passi mesi, mesi e mesi, ad aspettare che sul sito dell’attività che ti interessa carichino le posizioni aperte, e spesso, aprendo il sito, leggi “Al momento nessuna posizione disponibile”. E così via, fino al giorno in cui sei fortunato e inseriscono l’annuncio per il ruolo in cui vorresti candidarti.
Nell’attesa c’è LinkedIn. Chiamarla salvezza sarebbe eccessivo… Teoricamente, la piattaforma è stata creata per aiutare i giovani ad affacciarsi al mondo del lavoro e gli adulti a switchare se non contenti del proprio.
Ma sappiate che anche LinkedIn non è per niente tutto rose e fiori come potrebbe sembrare…
Partiamo dall’inizio
LinkedIn ha esattamente la mia età. 23 anni.
Molti adulti lo utilizzano, molti giovani lo utilizzano, altrettanti adulti non sanno neanche scaricare l’applicazione, altrettanti giovani se ne fregano altamente.
I dati sostengono che ogni settimana 2,7 milioni di aziende pubblicano gli annunci lavorativi, e 52 milioni sono gli utenti che lo utilizzano per andare alla ricerca di un lavoro, di cui il 60% è costituito da Millennials. Non pochi visto il disprezzo generale di cui si sente parlare.
LinkedIn ha cambiato il mondo del lavoro per come lo conoscevano i nostri nonni e i nostri genitori. Se l’abbia cambiato in bene o in male ancora non è ben chiaro. Quel che è chiaro è che
l’obiettivo di questa piattaforma, fin dalla sua nascita, è sempre stato facilitare la ricerca dal lavoro per i suoi utenti: “connettere i professionisti di tutto il mondo per renderli più produttivi e di successo”, almeno sulla carta è così… nel pratico è tutto da vedere.
Certamente, tra i vantaggi che ha portato con sé, c’è la possibilità che, per esempio, un cittadino di Messina vada a lavorare e New York con un semplice click, e su questo nulla da dire. Ma gli svantaggi, soprattutto per chi si affaccia per la prima volta al mondo del lavoro, sono parecchi.
Innanzitutto, la domanda più frequente è “I nostri cv vengono davvero letti da qualcuno?”, seguita da “Tra centinaia di candidature in tutto il mondo, o anche soltanto in Italia, sceglieranno proprio la mia?” Questa questione abbassa moltissimo il morale delle new-entris, che già sono sconfortate di dover aspettare chissà quanti anni per trovate la professione più adatto a loro, e così, siccome quest’app sembra essere l’unico modo di trovare un’occupazione, la situazione diventa insostenibile.

“Aspetto e spero”
Dopo aver schiacciato il tasto apply per il ruolo che desidereremmo coprire non ci resta che attendere. Il più delle volte non accade nulla. Altre volte riceviamo una email con su scritto come procedere per partecipare al processo di selezione. Quando ci va meglio, ossia una volta su cento, riceviamo una chiamata, da un essere umano in carne ed ossa, che ci fa alcune domande; se tutto va bene ci viene fissato un colloquio online o, ancora meglio, in sede. Raramente.
Spesso capita che quando il lavoro può essere svolto da casa, il datore scambia soltanto alcune email e non fa neanche una telefonata conoscitiva… Una volta non era così. È ciò che noi giovani rimpiangiamo e vorremmo fosse diverso; sentiamo la mancanza è nel contatto umano, che permette di capire se quella persona potrebbe essere adatta per ricoprire il ruolo cercato.
Un po’ meno tecnologia e un po’ più di umanità
Ci sentiamo un profilo, a cui spesso non viene associato nemmeno un volto
Sembra assurdo, ma la gen z, e a ruota probabilmente tutte le future generazioni, sognano una vita senza internet. Un’indagine riportata dal Guardian pochi giorni fa ha dimostrato come soltanto nel Regno Unito il 46% – praticamente la metà -, dei ragazzi tra i 16 e il 21 anni vorrebbe vivere in un mondo senza rete. Pensando al passato, molte cose risultavano più semplici, ma soprattutto più autentiche e umane, è l’umanità che ha carenza.
Un tempo scrivevi il tuo cv, lo stampavi e passavi pomeriggi interi a distribuire fogli in tutte le realtà alle quali eri interessato. La selezione era molto più veloce, c’erano al massimo 10 candidati al giorno (Il numero dipende dall’azienda), ma c’era molta più probabilità di essere selezionati.
Anche per chi frequenta l’università, non è più immediato l’accesso alla vita professionale, anzi. Dopo aver svolto lo stage, quasi sempre obbligatorio (Ma non ovunque), dove spesso si viene assunti 8 ore al giorno senza stipendio, per preparare dei caffè e compilare dei moduli, la risposta dell’azienda è sempre “Purtroppo non stiamo cercando”. E via di nuovo, punto a capo, su LinkedIn a ricercare annunci.

C’è sempre un perché
Poi veniamo additati perché “non abbiamo voglia di lavorare”. Ma prima di additare forse bisognerebbe chiedersi il perché e cercare di capire le condizioni in cui ci troviamo per addentrarci in questo mondo, che sfrutta e non premia l’impegno e la voglia.
E comunque, per la cronaca, nessuno ci insegna ad usare LinkedIn. Alle superiori non sarebbe male se integrassero qualche ora, tenuta da esperti del settore, per spiegarci il funzionamento.
Ma così gira il mondo, purtroppo non si può tornare indietro. Quello che chiediamo è un posto in cui poter essere considerati per quello che siamo; le basi di studio ci vogliono, ma anche il carattere e la volontà di fare sono importanti.
Comunque, un consiglio che ci viene spesso detto? Le conoscenze aiutano sempre… poi fate voi…
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