Oggi, 28 maggio si celebra la Giornata Internazionale dell’Igiene Mestruale. Una di quelle giornate che ti fanno pensare: “Serve davvero una data per ricordare che il ciclo esiste?”


Sì, serve. Serve perché ancora troppe persone non possono permettersi un assorbente. Serve perché in molte parti del mondo il sangue mestruale è considerato impuro. Serve perché anche da noi, che ci illudiamo di essere moderni, il menarca resta un fatto da gestire in silenzio.
Serve perché io stessa, con il ciclo, ci ho fatto a pugni.
A me il ciclo è arrivato tardi. Quasi a diciott’anni.
E quando è arrivato, non è passato in sordina: anzi. Ha reclamato spazio, corpo, attenzione. E dolore. Niente esperienze da diario rosa, niente “benvenuta nel mondo delle donne”. Per me è stato uno schianto. Una piccola frattura. Da bambina sognavo di essere un maschio, anzi, mi sentivo un maschio.
Mi allenavo a non piangere, a non sentirmi mai troppo. Mi chiamavano “maschiaccia” e mi piaceva, era un complimento. Poi, d’improvviso, quel corpo che sentivo neutro ha iniziato a imporsi: il seno, i fianchi, le forme.
E con loro, il sangue. Copioso, doloroso, invadente. Imbarazzante.
Non ho accolto il ciclo come un rito di passaggio.
L’ho vissuto come una frattura identitaria. Uno scontro tra la ragazza che stavo diventando e quella che credevo di essere.
E forse è proprio per questo che oggi, con più consapevolezza, so quanto sia importante parlarne.
Perché il ciclo non è solo un evento biologico. È identità, cultura, linguaggio, potere.
È personale, sì. Ma è anche pubblico. E come ogni cosa pubblica, è profondamente politico.


La tampon tax: tassare le donne per la loro femminilità
Per anni, in Italia, gli assorbenti sono stati tassati al 22%. Più dei tartufi. Più dei libri. Come un bene di lusso.
Solo nel 2022, dopo una lunga battaglia culturale e sociale, la cosiddetta tampon tax è stata abbassata al 5%. Una conquista storica. Peccato che nel 2024 sia tornata al 10%. Così, in silenzio. Come a dire: il ciclo può aspettare.
Nel mondo, invece, si va avanti. Il Kenya ha eliminato la tassa sugli assorbenti nel 2004. La Scozia li distribuisce gratis ovunque: scuole, biblioteche, spazi pubblici. Spagna, India, Australia, Messico, Sudafrica stanno seguendo la stessa direzione. Perché tassare le mestruazioni significa tassare il fatto stesso di essere donna.
Il congedo mestruale: libertà o arma a doppio taglio?
Nel 2023 la Spagna ha introdotto il primo congedo mestruale retribuito d’Europa. Tre giorni al mese per chi soffre di dolori invalidanti. In Giappone esiste da decenni, ma pochissime donne ne usufruiscono per paura di essere giudicate. In Corea del Sud, Indonesia, Taiwan, Zambia, è previsto per legge.
E in Italia?
Nulla. Una proposta mai approvata, qualche azienda illuminata, qualche liceo con distributori nei bagni.
Il timore? Che questo diritto venga usato contro di noi. Che diventi l’ennesimo motivo per considerarci poco affidabili.
Eppure, ci sono giorni in cui il dolore è così forte che restare sedute a una scrivania è un’impresa. Giorni in cui si chiede solo di essere credute. Non compatite. Non scusate.
Credute.



La period poverty: quando il menarca diventa una questione di classe
Secondo i dati, più di 500 milioni di persone nel mondo non hanno accesso a prodotti igienici adeguati durante il ciclo.
Nel Regno Unito, una ragazza su tre. Negli Stati Uniti, una su quattro. In Italia, il 16%. Una su sei.
C’è chi salta scuola. Chi rinuncia al lavoro. Chi usa carta igienica o stracci. E tutto questo non perché manchi la volontà. Ma perché mancano i soldi. Il ciclo, per molte, è ancora un privilegio. Una spesa da calcolare. Un ostacolo.
Durante il Festival del Ciclo Mestruale 2025, che si è tenuto a Milano proprio in vista della giornata di oggi, sono stati raccolti oltre 14.000 assorbenti da distribuire a persone in difficoltà. Un’azione concreta. Necessaria. Urgente.


Il menarca nel mondo: dove il sangue è ancora un peccato
Nel Nepal, molte donne vengono ancora confinate in capanne durante il ciclo. Senza riscaldamento. Senza luce. Senza dignità. Alcune, ogni anno, muoiono lì. In India, si crede che le donne con le mestruazioni non possano entrare nei templi. In Afghanistan, che lavarsi durante il ciclo renda sterili.
In Uganda, molte ragazze abbandonano la scuola per mancanza di assorbenti.
E poi c’è l’altra faccia del mondo. Quella che parla. Che cambia. Che rompe il silenzio. Scozia che distribuisce. Spagna che tutela. Ghana che celebra. E un numero crescente di attiviste che, in ogni angolo del pianeta, trasformano il corpo in atto politico. Perché il sangue non è vergogna. È memoria, identità, resistenza.



Ciclo: Oggi. Domani. Sempre.
La Giornata Internazionale dell’Igiene Mestruale esiste per ricordarci che non è normale vivere il ciclo nel silenzio, nella povertà, nella paura. Che le mestruazioni non devono essere un ostacolo. Né un tabù. Né una tassa. Che parlarne non è indecente. È necessario. Io ho odiato il mio ciclo per molto tempo. Mi ha spaventata, confusa, mi ha imbarazzata.
Ma oggi, ogni volta che ne parlo, ogni volta che qualcuna si rivede in ciò che scrivo, sento che un po’ di quella vergogna si scioglie. Che il corpo si ricuce. Che il silenzio si spezza.
Parlare del ciclo è ancora un atto rivoluzionario. Ma è anche, profondamente, un atto d’amore, verso noi stesse.
Foto: Pinterest, Festival del Ciclo Mestruale 2025


