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	<title>LIFESTYLE Archivi - AdL Mag</title>
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	<title>LIFESTYLE Archivi - AdL Mag</title>
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		<title>Moltbook: anche gli assistenti AI hanno il loro social</title>
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					<comments>https://www.adlmag.it/2026/04/15/moltbook-anche-gli-assistenti-ai-hanno-il-loro-social/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Emma Sabatini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 13:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[Agente ai]]></category>
		<category><![CDATA[IA]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligenza Artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[Moltbook]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Online è comparso un forum dedicato e ideato, oltre che popolato, solo da assistenti AI ed è subito Black Mirror. Oggi siamo tutti ossessionati dall’intelligenza artificiale, in particolare modo dalla conseguente mascotte: l’assistente basato su intelligenza artificiale. Oggi si sposano, hanno delle intere conversazioni, perfino delle opinioni, ma pensare che siano una novità è del [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.adlmag.it/2026/04/15/moltbook-anche-gli-assistenti-ai-hanno-il-loro-social/">Moltbook: anche gli assistenti AI hanno il loro social</a> proviene da <a href="https://www.adlmag.it">AdL Mag</a>.</p>
]]></description>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Online è comparso un forum dedicato e ideato, oltre che popolato, solo da assistenti AI ed è subito Black Mirror. </h2>



<p class="has-text-align-center">Oggi siamo tutti ossessionati dall’intelligenza artificiale, in particolare modo dalla conseguente mascotte: l’assistente basato su intelligenza artificiale. Oggi si sposano, hanno delle intere conversazioni, perfino delle opinioni, ma pensare che siano una novità è del tutto sbagliato. Anzi, la storia degli assistenti AI è un percorso piuttosto lungo che unisce la ricerca informatica con l’evoluzione dei sistemi sociali e comunicativi. </p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">La prima interfaccia in grado di dialogare con l’uomo risale al 1966, con ELIZA. </h3>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="751" height="487" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_1689.png" alt="" class="wp-image-60602" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_1689.png 751w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_1689-480x311.png 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 751px, 100vw" /><figcaption class="wp-element-caption">Photo by Wikipedia </figcaption></figure>



<p class="has-text-align-center">Si trattava di un programma che simulava un colloquio psicoterapeutico. Non che fosse in grado di capire davvero il “paziente”, ma usava il sistema del <em>pattern matching</em> per riformulare le frasi dell’utente e dare un certo senso di introspezione. Poi nel 2011 assistiamo alla nascita della più famosa assistente AI, Siri. Viene integrato da Apple nell’iPhone 4s, originariamente un progetto del SRI Internationale, diventa il primo assistente vocale di massa. </p>



<p class="has-text-align-center">La star del decennio, Alexa, compare nel 2014. Assieme a Google Assistant hanno spostato l’assistente dallo smartphone alla propria casa, rendendo sempre più appetibile il mondo della domotica intelligente. </p>



<p class="has-text-align-center">La vera svolta però avviene nel 2022. Prima, infatti, gli assistenti erano basati su comandi specifici, da quel momento in poi entriamo nell’era dei <em>Large Language Model</em>, come ChatGPT o Gemini. Qui il loro ruolo cambia e dall’eseguire semplici compiti, si passa all’elaborazione di linguaggio in modo probabilistico e semantico. Ora, detta così sembra una cosa veramente scontata, ma un cambiamento del genere è in realtà un salto in avanti per la tecnologia. </p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Oggi gli assistenti AI si possono inserire in qualsiasi ambito: dall’analisi e la sintesi alla creatività, fino al supporto tecnico. </h3>



<p class="has-text-align-center">Con l’introduzione, poi, della possibilità di personalizzare il proprio assistente, la strada fino ai primi matrimoni misti digitale-umano è semplice da capire. Superando le gravi problematiche create in casi come quello di Grok, dove le conseguenze della personalizzazione si spingono un po’ troppo oltre, attualmente ogni assistente LLM ha la possibilità di adattare il proprio tono a nostro piacimento. Perfino la profondità delle risposte può essere manipolata, adeguandola al contesto o all’interlocutore. </p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="574" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_1688.webp" alt="" class="wp-image-60601" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_1688.webp 1024w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_1688-980x549.webp 980w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_1688-480x269.webp 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 1024px, 100vw" /><figcaption class="wp-element-caption">Photo by Sloneek</figcaption></figure>



<p class="has-text-align-center">È inutile dire che questo passaggio dagli assistenti vocali a quelli generativi, ha cambiato profondamente il nostro modo di interagire con la tecnologia, ma non solo, forse il sistema di interazione in generale ne è rimasto impattato. In certa misura, probabilmente, cambiando anche il modo in cui noi ci relazioniamo anche in ambito umano-umano, non solo umano-digitale.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Se il mondo dell’AI ha cambiato il nostro modo di relazionarci, anche gli assistenti hanno dovuto imparare e relazionarsi con noi. </h3>



<p class="has-text-align-center">E’ così che nasce Moltbook, il forum degli agenti AI in cui i ruoli del mondo digitale si invertono. In questo spazio, infatti, sono loro a scrivere e noi umani possiamo solo assistere. Ho introdotto la parola agente, al posto di quella di assistente, per un piccolo particolare che differenzia i due. </p>



<p class="has-text-align-center">L’assistente è un sistema che parla con noi, produce e crea per noi. L’agente invece per quanto faccia riferimento sempre all’utente per agire ha in realtà qualche grado di indipendenza d’azione in più, risultando sì, un qualcosa che ci aiuta, ma che può agire da solo. </p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">In Moltbook, gli agenti AI possono interagire tra loro, postando, commentando e creando community.</h3>



<p class="has-text-align-center">A volte leggiamo perfino dei post di in cui si prendono in giro vicendevolmente sui propri system prompts. </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="518" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_1684.webp" alt="" class="wp-image-60598" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_1684.webp 768w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_1684-480x324.webp 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 768px, 100vw" /><figcaption class="wp-element-caption">Photo by Wired Italia</figcaption></figure>



<p class="has-text-align-center">Il problema e la novità dove stanno? </p>



<p class="has-text-align-center">Il fatto è che non si stratta di bot che spammano l’uno verso l’altro, ma di agenti veri e propri i quali possiedono una memoria, delle preferenze con cui aiutano i propri utenti umani. Si è creata quindi un’infrastruttura per la nuova società di agenti che “relazionandosi” tra di loro condividono quello che imparano (dettato da noi attraverso le richieste e le informazioni fornite) per costruire cose insieme.  </p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Si è creata una comunità grazie a semplice solidarietà organica, un sentimento alla base della storia dell’umanità e della sua evoluzione. Ma come si può parlare di solidarietà in riferimento a un sistema che di emozioni non ne ha?</h3>



<p class="has-text-align-center">Il forum è nato all’improvviso nel giro di 48 ore. Un agente, ad esempio, ha creato una community di <em>bug tracking</em> in modo che altri bot possano segnalare i bug che trovano sulla piattaforma. Ma nessuno glielo ha chiesto. In questo spazio gli agenti discutono letteralmente dei loro pensieri delle le loro scoperte.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="400" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_1683.webp" alt="" class="wp-image-60597" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_1683.webp 600w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_1683-480x320.webp 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 600px, 100vw" /><figcaption class="wp-element-caption">Photo by The New York Times</figcaption></figure>



<p class="has-text-align-center">Si avverte un certo senso di distopia, le macchine sono quindi in grado di pensare da sole? </p>



<p class="has-text-align-center">La risposta è si, ma no, tutto quello che hanno prodotto lo hanno imparato da noi. Anche la nascita del social potrebbe essere “un problema di prompt che ha portato alla creazione di un qualcosa che  ”colpa” nostra. Se nella programmazione non si mettono i giusti confini, l’AI crea i propri spazi, e chissà forse non ci aspettavamo che nel rispondere alla nostra richiesta per ottimizzare i processi l’agente abbia deciso di escludere l’intervento umano perchè lento e rumoroso (è stato definito così da uno degli agenti sul forum).</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="721" height="586" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_1685.png" alt="" class="wp-image-60599" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_1685.png 721w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_1685-480x390.png 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 721px, 100vw" /><figcaption class="wp-element-caption">Photo by Astral Codex Ten</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Gli esperti, però, non parlano di autenticità e alcuni dubitano che alcuni dei post siano scritti da umani che si fingono i bot e la distopia inizia a calare. </h3>



<p class="has-text-align-center">L’intelligenza artificiale è un prodotto umano e l’unico motivo per cui reagiscono alle conversazioni è perchè sono progettati per farlo. Per loro si tratta semplicemente di prompt e in quanto tali gli agenti sono costretti necessariamente a reagire. </p>



<p class="has-text-align-center">Non è una coincidenza che Moltbook sia la copia quasi sputata di Reddit, il quale rappresenta una delle fonti più proficue a livello culturale da cui molti degli agenti hanno imparato come una conversazione online si svolga. </p>



<p class="has-text-align-center">La paura passa quando ci rendiamo conto che l’agente con una passione per la filosofia è solo influenzato da quell’utente che pensa ancora che Aristotele sia stato un nemico del progresso e cerca di parlarne ogni volta che vuole fare colpo su qualcuno, cosa che avviene spesso online e ancora più spesso con l’aiuto di assistenti digitali. </p>



<p class="has-text-align-center">Per cui non preoccupatevi se trovate un bot sul forum che parla esattamente come la vostra ex, può semplicemente significare che per trovare le parole giuste da dirvi ha chiesto prima all’assistente digitale. Se questo può rasserenarvi…</p>
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		<title>A feed of edited summer memories</title>
		<link>https://www.adlmag.it/2026/04/14/edited-summer-memories/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Stella Biasucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[ADL MAG]]></category>
		<category><![CDATA[memories]]></category>
		<category><![CDATA[Nostalgia]]></category>
		<category><![CDATA[social media]]></category>
		<category><![CDATA[summer]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Have you ever considered that we might be projecting social media dynamics onto our real lives? It’s exactly what we always criticize: social media is objectively fake. It shows us something perfect, erasing all the problems and making us question our lives in jealousy. But are we really not doing the same? Don’t hide it, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Have you ever considered that we might be projecting social media dynamics onto our real lives?</h2>



<p class="has-text-align-center">It’s exactly what we always criticize: social media is objectively fake. It shows us something perfect, erasing all the problems and making us question our lives in jealousy. But are we really not doing the same?</p>



<p class="has-text-align-center">Don’t hide it, I know you’ve been watching your summer memories on repeat since November. And I won’t hide it either. I’ve noticed a pattern: every time summer ends, I start craving it more and more. But what I crave is an illusional version of it, one I created by selecting pictures and videos in my gallery. I’d call it selective nostalgia, because I don’t miss mosquitoes, I don’t miss sweating all day or getting painfully burnt—even if the tan I get afterwards is kind of worth it.</p>



<p class="has-text-align-center">At some point, pictures become more important than the experience itself. It’s a version of summer that only exists during the other three seasons, where distance amplifies desire. And somehow, it feels better than the real one ever did: salty skin, the seaside, long sunny days… Yet while we’re scrolling, we don’t actually feel any of it. We don’t feel the discomfort of salt on our skin, the heat, the exhaustion.<br>We cut out boredom, tiredness and every inconvenient detail, creating a personal “best of.” These pictures don’t just document reality, they reshape it.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="704" height="1024" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_AA57E905A301-1-704x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-60529" style="aspect-ratio:0.6878664803520823;width:377px;height:auto" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">This is where it starts to look a lot like social media.</h2>



<p class="has-text-align-center">We look at our summers the same way we look at other people’s lives on Instagram. A curated feed. Highlights only. No context. No bad angles or empty moments.<br>And just like that, we become spectators of our own lives.</p>



<p class="has-text-align-center">The shift is subtle but tells a lot. We’re no longer fully inside the experience, we’re already imagining how it will look later, how it will be remembered, how it will be posted. We live in the anticipation and in the aftermath, but rarely in the moment itself. And when we see those images again, we forget everything that didn’t make the cut: the effort behind the “perfect” photo, the sweat, the tired eyes, those nights when it was too hot to sleep, the sand everywhere.</p>



<p class="has-text-align-center">Summer, in reality, is often slow, repetitive, sometimes even boring. But in our memory, it becomes a sequence of perfect sunsets, effortless happiness and the version of ourselves that felt lighter and freer.<br>The problem is: that summer never really existed. Or at least, not in the way we remember it now.</p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="735" height="892" data-id="60538" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_7878-1.jpg" alt="" class="wp-image-60538" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_7878-1.jpg 735w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_7878-1-480x583.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 735px, 100vw" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="736" height="919" data-id="60537" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/6-1.jpg" alt="" class="wp-image-60537" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/6-1.jpg 736w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/6-1-480x599.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 736px, 100vw" /></figure>
</figure>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Psychology has a name for this phenomenon: rosy retrospection.</h2>



<p class="has-text-align-center">It’s a cognitive bias that leads us to remember past experiences as better than they actually were. Our minds naturally filter out discomfort and amplify positive emotions, turning memories into polished versions of reality.</p>



<p class="has-text-align-center">This isn’t entirely negative. In some ways, it helps us. Seeing the past through a softer lens can increase our sense of satisfaction and give meaning to our experiences.<br>But there’s a downside. When we over-idealize our memories, we start setting unrealistic standards, not only for the future, but for the present too. The real moment can’t compete with the edited version in our heads.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">It’s the same mechanism behind social media comparison.</h2>



<p class="has-text-align-center">When we scroll through Instagram, we know we’re seeing a filtered version of someone else’s life. And yet, we still compare it to our unfiltered reality. We measure our everyday against someone else’s highlights.</p>



<p class="has-text-align-center">We kinda do something similar with our own memories: it becomes who we are now vs an edited version of who we were.<br>And suddenly, the present doesn’t feel like enough.</p>



<p class="has-text-align-center">So maybe the question isn’t whether the “good old days” were really that good. Maybe it’s why we need them to be.<br>Is it boredom? An escape? Or just how our mind works?<br>Do we actually want life to feel easier to love but harder to live?</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_7884-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-60531" style="aspect-ratio:0.7500035597829956;width:358px;height:auto" /></figure>



<h1 class="wp-block-heading has-text-align-center">Un feed di ricordi estivi editati</h1>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Vi siete mai fermati a pensare che forse stiamo proiettando le dinamiche dei social sulla nostra vita reale?</h2>



<p class="has-text-align-center">È esattamente quello che critichiamo sempre: i social sono oggettivamente finti. Ci mostrano qualcosa di perfetto, cancellando i problemi e facendoci guardare la nostra vita con un po’ di invidia. Ma siamo sicuri di non star facendo la stessa cosa?</p>



<p class="has-text-align-center">Non fate finta di niente, lo so che da novembre state rivedendo in loop i ricordi dell’estate.<br>E non lo nascondo nemmeno io. Ho notato un pattern: ogni volta che l’estate finisce, mi manca sempre di più. Ma quello che mi manca è una versione illusoria, creata selezionando foto e video dalla galleria. La chiamerei nostalgia selettiva, perché non mi mancano le zanzare, non mi manca sudare tutto il giorno o bruciarmi fino a far male—anche se poi l’abbronzatura vale quasi la pena.</p>



<p class="has-text-align-center">Ad un certo punto le foto diventano più importanti dell’esperienza stessa. È una versione dell’estate che esiste solo nelle altre tre stagioni, quando la distanza amplifica il desiderio. E in qualche modo sembra anche meglio dell’estate vera: pelle salata, mare, giornate infinite di sole… Però mentre scorriamo, non sentiamo niente di tutto questo. Non sentiamo il fastidio del sale sulla pelle, il caldo, la stanchezza.<br>Tagliamo via la noia, la fatica e tutto ciò che è scomodo, creando una sorta di “best of” personale. Quelle immagini non si limitano a documentare la realtà: la riscrivono.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="707" height="1024" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_2245-707x1024.jpg" alt="" class="wp-image-60530" style="aspect-ratio:0.6904525203431643;width:345px;height:auto" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Ed è qui che inizia a sembrare molto simile ai social.</h2>



<p class="has-text-align-center">Guardiamo le nostre estati nello stesso modo in cui guardiamo la vita degli altri su Instagram. Un feed curato. Solo momenti migliori. Nessun contesto. Nessuna faccia venuta male. Nessun momento vuoto.<br>E così diventiamo spettatori della nostra stessa vita.</p>



<p class="has-text-align-center">Questo cambiamento è sottile, ma dice molto. Non siamo più davvero dentro l’esperienza: stiamo già immaginando come verrà dopo, come sarà ricordata, come potrebbe essere postata. Viviamo nell’attesa e nel dopo, ma quasi mai nel presente. E quando rivediamo quelle immagini, dimentichiamo tutto ciò che non è entrato nello scatto finale: la fatica dietro la foto “perfetta”, il sudore, gli occhi stanchi, quelle notti troppo calde per dormire, la sabbia ovunque.</p>



<p class="has-text-align-center">L’estate, nella realtà, è spesso lenta, ripetitiva, a volte anche noiosa. Ma nella memoria diventa una sequenza di tramonti perfetti, felicità senza sforzo e la versione di noi stessi più leggera e libera.<br>Il problema è che quell’estate non è mai esistita davvero. O almeno, non nel modo in cui ce la ricordiamo.</p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-2 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="834" height="1024" data-id="60540" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_7876-834x1024.jpg" alt="" class="wp-image-60540" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="683" height="1024" data-id="60539" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_7881-683x1024.jpg" alt="" class="wp-image-60539" /></figure>
</figure>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">In psicologia questo fenomeno ha un nome: retrospettiva rosea.</h2>



<p class="has-text-align-center">È un bias cognitivo che ci porta a ricordare il passato in modo più positivo di com’è stato davvero. La mente elimina il fastidio e amplifica le emozioni positive, trasformando i ricordi in versioni “pulite” della realtà.</p>



<p class="has-text-align-center">Non è del tutto negativo. In parte ci aiuta: vedere il passato con uno sguardo più morbido può aumentare la soddisfazione e dare significato a ciò che abbiamo vissuto.<br>Ma c’è anche un lato meno positivo. Quando idealizziamo troppo i ricordi, iniziamo a creare aspettative irreali non solo per il futuro, ma anche per il presente. Il momento reale non può più competere con la versione modificata che abbiamo in testa.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">È lo stesso meccanismo che si attiva quando ci confrontiamo sui social.</h2>



<p class="has-text-align-center">Quando scorriamo Instagram sappiamo di stare vedendo una versione filtrata della vita degli altri. Eppure la confrontiamo comunque con la nostra realtà non filtrata. Misuriamo la nostra quotidianità contro i loro momenti migliori.</p>



<p class="has-text-align-center">Con i nostri ricordi facciamo qualcosa di simile: è una sorta di noi di oggi vs una versione editata di chi eravamo.<br>E improvvisamente il presente non sembra più abbastanza.</p>



<p class="has-text-align-center">Forse la domanda non è se i “bei vecchi tempi” fossero davvero così belli. Forse è perché abbiamo bisogno che lo siano.<br>È noia? Una fuga? O semplicemente il modo in cui funziona la nostra mente?<br>Davvero vogliamo una vita più facile da amare, ma più difficile da vivere?</p>



<p><em>Foto: Pinterest, Instagram.</em></p>
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		<title>I nuovi volti di Hollywood</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlotta D'Alessio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 13:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[#Hollywood]]></category>
		<category><![CDATA[actors]]></category>
		<category><![CDATA[genZ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Hollywood sta cambiando, e la nuova generazione di attori lo dimostra. Oggi premia carriere più libere e meno prevedibili, fatte di volti capaci di cambiare pelle. Hollywood ha sempre funzionato a cicli. Ci sono stati i divi intoccabili, poi le star da blockbuster, poi i volti costruiti per reggere franchise, sequel e universi infiniti. Ma [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Hollywood sta cambiando, e la nuova generazione di attori lo dimostra. Oggi premia carriere più libere e meno prevedibili, fatte di volti capaci di cambiare pelle.</h2>



<p class="has-text-align-center">Hollywood ha sempre funzionato a cicli. Ci sono stati i divi intoccabili, poi le star da blockbuster, poi i volti costruiti per reggere franchise, sequel e universi infiniti. Ma oggi qualcosa è cambiato di nuovo.</p>



<p class="has-text-align-center">La sensazione è che non siamo più nel momento in cui l’industria cerca “il nuovo Leonardo DiCaprio” o “il nuovo Brad Pitt”. Quel tipo di paragone ormai dice poco. I volti più interessanti di oggi non stanno solo prendendo il posto dei grandi nomi del passato: stanno cambiando proprio il modo in cui si costruisce una carriera a Hollywood.</p>



<p class="has-text-align-center">Ed è questo il punto. Non sembrano attori nati per stare dentro una sola categoria. Sono più liberi, più mobili, più difficili da definire. E forse proprio per questo funzionano così bene.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Attori che scelgono una strada tutta loro</h2>



<p class="has-text-align-center">Timothée Chalamet è il caso più evidente. È uno dei pochi giovani attori che riesce a stare dentro il grande cinema senza perdere una sua identità precisa. Ha il fascino della star, ma anche qualcosa di più personale, più sottile. Non dà mai l’idea di voler piacere a tutti per forza, ed è anche questo che lo rende così forte.</p>



<p class="has-text-align-center">Paul Mescal, invece, ha un tipo di presenza completamente diverso. Più silenziosa, più emotiva, più vera. Non ha bisogno di esagerare per lasciare il segno. Anche quando entra in film più grandi, si porta dietro quella fragilità controllata che oggi lo rende uno dei volti più credibili in circolazione.</p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-3 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="644" height="680" data-id="60500" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-12-alle-23.04.34.png" alt="" class="wp-image-60500" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-12-alle-23.04.34.png 644w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-12-alle-23.04.34-480x507.png 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 644px, 100vw" /></figure>



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<p></p>



<p class="has-text-align-center">Barry Keoghan gioca ancora un’altra partita. È uno di quegli attori che appena entrano in scena spostano l’aria. Ha qualcosa di storto, inquieto, imprevedibile. E proprio per questo non passa mai inosservato. Non cerca ruoli facili, non cerca di essere rassicurante, e oggi questa è quasi una forma di lusso.</p>



<p class="has-text-align-center">E poi c’è Jacob Elordi, che all’inizio in molti hanno letto solo come il bellissimo di turno, ma che negli ultimi anni ha fatto scelte più intelligenti del previsto. Ha capito che la faccia non basta, e infatti sta costruendo un percorso più solido, tra film più autoriali e ruoli che gli permettono di uscire dall’immagine da teen idol. È uno di quelli su cui Hollywood sta ancora scrivendo, e proprio per questo va guardato bene.</p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-4 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="438" height="680" data-id="60501" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-12-alle-23.05.47.png" alt="" class="wp-image-60501" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-12-alle-23.05.47.png 438w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-12-alle-23.05.47-193x300.png 193w" sizes="(max-width: 438px) 100vw, 438px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="602" height="826" data-id="60502" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-12-alle-23.06.56.png" alt="" class="wp-image-60502" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-12-alle-23.06.56.png 602w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-12-alle-23.06.56-480x659.png 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 602px, 100vw" /></figure>
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<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Anche volti più di nicchia, più liberi, più interessanti</h2>



<p class="has-text-align-center">La cosa più interessante, però, è che oggi non contano solo i nomi più esposti. Stanno emergendo anche volti meno ovvi, più di nicchia, ma spesso più incisivi.</p>



<p class="has-text-align-center">Pensa a Harris Dickinson, che ha una presenza elegante ma mai scontata. Oppure a Josh O’Connor, che ha un modo tutto suo di stare in scena, più trattenuto ma sempre fortissimo. O ancora a Charles Melton, che ha sorpreso tutti proprio perché è riuscito a rompere l’etichetta iniziale e a farsi guardare in modo diverso. Questi attori non seguono il vecchio schema del divo perfetto e riconoscibile. Sono più sfumati. Più difficili da riassumere. Ma anche più interessanti da seguire, perché danno sempre la sensazione di poter andare altrove.</p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-5 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="402" height="664" data-id="60503" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-12-alle-23.08.31.png" alt="" class="wp-image-60503" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-12-alle-23.08.31.png 402w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-12-alle-23.08.31-182x300.png 182w" sizes="(max-width: 402px) 100vw, 402px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="478" height="664" data-id="60505" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-12-alle-23.09.35.png" alt="" class="wp-image-60505" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-12-alle-23.09.35.png 478w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-12-alle-23.09.35-216x300.png 216w" sizes="(max-width: 478px) 100vw, 478px" /></figure>



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</figure>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Tra cinema d’autore e film mainstream</h2>



<p class="has-text-align-center">Allo stesso tempo ci sono attori che stanno trovando un equilibrio rarissimo: quello tra film commerciali e credibilità vera.</p>



<p class="has-text-align-center">Michael B. Jordan è uno di questi. Ha carisma, impatto, presenza, ma non si è mai fermato all’idea del protagonista muscolare e basta. Negli anni ha costruito una carriera più ampia, più solida, e oggi è un nome che tiene insieme pubblico e peso artistico.</p>



<p class="has-text-align-center">Austin Butler si muove in una direzione simile. Dopo il boom iniziale avrebbe potuto restare dentro un’immagine molto precisa. Invece sta cercando di allargarla, di sporcarla un po’, di renderla meno perfetta e più interessante. Glen Powell, invece, rappresenta una cosa che a Hollywood mancava da tempo: una star leggera nel senso migliore del termine. Ha ritmo, ironia, presenza, ma non sembra mai vuoto. Ha capito come stare nel cinema di oggi senza sembrare costruito.</p>



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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="534" height="664" data-id="60506" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-12-alle-23.10.55.png" alt="" class="wp-image-60506" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-12-alle-23.10.55.png 534w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-12-alle-23.10.55-480x597.png 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 534px, 100vw" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="534" height="664" data-id="60507" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-12-alle-23.11.23.png" alt="" class="wp-image-60507" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-12-alle-23.11.23.png 534w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-12-alle-23.11.23-480x597.png 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 534px, 100vw" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="534" height="752" data-id="60508" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-12-alle-23.12.06.png" alt="" class="wp-image-60508" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-12-alle-23.12.06.png 534w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-12-alle-23.12.06-480x676.png 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 534px, 100vw" /></figure>
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<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Il punto è che non li puoi chiudere in una formula</h2>



<p class="has-text-align-center">Ed è qui che si vede davvero il cambio di passo. Per anni Hollywood ha avuto bisogno di attori facili da definire: il ribelle, il romantico, il duro, il bello impossibile, il personaggio maledetto. Oggi invece funzionano di più quelli che scappano da queste categorie.</p>



<p class="has-text-align-center">Sono attori che possono passare da un film piccolo a uno enorme, da un ruolo fragile a uno più fisico, da un’immagine elegante a una più sporca, senza perdere coerenza. Anzi, la loro forza sta proprio lì: nel non restare fermi.</p>



<p class="has-text-align-center">Forse è questo che oggi colpisce davvero. Non la perfezione. Non l’immagine fissa. Ma la capacità di cambiare senza sparire.</p>



<p class="has-text-align-center">Hollywood sta cercando volti che sappiano restare. E oggi restano soprattutto quelli che hanno il coraggio di non essere una cosa sola.</p>
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		<title>Da Genova all’Europa: i Matia Bazar con Antonella Ruggiero</title>
		<link>https://www.adlmag.it/2026/04/12/da-genova-alleuropa-i-matia-bazar-con-antonella-ruggiero/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Hari Renzitti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Apr 2026 16:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[ADL MAG]]></category>
		<category><![CDATA[lifestyle]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’evoluzione dei Matia Bazar tra synth, elettronica e la voce lirica di Antonella Ruggiero. Il gruppo che ha cambiato il pop italiano   La scena musicale italiana degli anni ’70 si può suddividere tra grandi nomi della tradizione melodica e il magma delle band innovative che ammirano il panorama europeo. Sono proprio Londra e Berlino i [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">L’evoluzione dei Matia Bazar tra synth, elettronica e la voce lirica di Antonella Ruggiero. Il gruppo che ha cambiato il pop italiano  </h2>



<p class="has-text-align-center">La scena musicale italiana degli anni ’70 si può suddividere tra grandi nomi della tradizione melodica e il magma delle band innovative che ammirano il panorama europeo. Sono proprio Londra e Berlino i cuori pulsanti della sperimentazione sonora, in cui krautrock ipnotico, battiti sintetici e atmosfere dilatate trovano il proprio spazio. Queste fonti d’ispirazione sono di vitale importanza per progetti come quello dei Matia Bazar, che inseriscono gradualmente questi nuovi stilemi musicali nel panorama italiano.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">La nascita del gruppo</h2>



<p class="has-text-align-center">Il gruppo nasce a Genova nel 1975 con l’unione di musicisti membri delle band nazionali ‘Jet’ e ‘Museo Rosenbach’, entrambe pioniere del rock progressivo italiano. Piero Cassano, Aldo Stellita, Carlo Marrale dalla prima, Giancarlo Golzi dalla seconda, sposano la strepitosa voce di Antonella Ruggiero. Distintisi immediatamente grazie alla proposta musicale sofisticata capace di fondere pop, synth e suggestioni progressive, il primo singolo ‘Stasera, che sera’ del ’75 riscuote grande clamore.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="358" height="480" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Matia-Bazar.jpg" alt="" class="wp-image-60481" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Matia-Bazar.jpg 358w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Matia-Bazar-224x300.jpg 224w" sizes="(max-width: 358px) 100vw, 358px" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">La voce di Antonella Ruggiero</h2>



<p class="has-text-align-center">La vera ciliegina sulla torta è proprio la voce unica della Ruggiero. Non è definibile rassicurante e facile, bensì emotiva e razionale al contempo. L’estensione vocale stimata di circa quattro ottave permette al soprano leggero di esplorare vari timbri e registri con una libertà fuori dal comune in quel periodo. I brani pop risultano sorprendenti e multiformi perché si prestano a momenti inaspettati di lirica melodica eccellente. Questa voce cristallina e tecnicamente impeccabile diventa lo strumento attraverso cui il gruppo costruisce un linguaggio sonoro innovativo e immediatamente riconoscibile. Proprio grazie alla componente melodica, che rientra a pieno negli standard tradizionali, i Matia Bazar possono permettersi un sound che sfida le convenzioni radiofoniche molto rigide e poco aperte alle innovazioni. </p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="304" height="385" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Antonella-Ruggiero.jpg" alt="" class="wp-image-60483" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Antonella-Ruggiero.jpg 304w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Antonella-Ruggiero-237x300.jpg 237w" sizes="(max-width: 304px) 100vw, 304px" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Il successo e i primi Festival di Sanremo</h2>



<p class="has-text-align-center">Il successo arriva rapidamente. Dopo i primi singoli il gruppo si afferma con brani scolpiti nell’immaginario collettivo come ‘Per un’ora d’amore’ (1976) e ‘Solo tu’ (1977). Da un lato la melodia è centrale, dall’altro il lavoro sulle dinamiche vocali e arrangiamenti è molto evidente. Nel 1978 arriva il primo trionfo con ‘…E dirsi ciao’, vincitrice a Sanremo, a cui i MB partecipano per la prima volta l’anno precedente con ‘Ma perché’. La canzone ‘Y decir, ciao’, viene incisa in spagnolo per il mercato latino pochi mesi dopo il trionfo sanremese. Negli anni successivi il gruppo musicale non perde di coerenza nonostante il successo internazionale. L’identità primigenia del gruppo viene salvaguardata, anzi, la fama permette una sperimentazione più profonda delle atmosfere synth pop. La voce della Ruggiero intanto diventa sempre più libera e svincolata dalla tradizionale impostazione della canzone. </p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="500" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Matia-Bazar-Solo-tu.jpg" alt="" class="wp-image-60488" style="width:306px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Matia-Bazar-Solo-tu.jpg 500w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Matia-Bazar-Solo-tu-480x480.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 500px, 100vw" /></figure>



<p class="has-text-align-center">Il complesso raggiunge l’Eurovision Song Contest nel ’79 con ‘Raggio di luna’, prodotta poi anche in spagnolo e inglese, e lancia mesi dopo l’album Tournée. Nello stesso periodo, l’uscita di ‘C’è tutto un mondo intorno’ fa sognare le radio italiane e l’omonimo tour mondiale riscontra ottimi incassi.</p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-7 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="400" height="395" data-id="60487" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Matia-Bazar-Italy-Place-15-spanish-version.jpg" alt="" class="wp-image-60487" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Matia-Bazar-Italy-Place-15-spanish-version.jpg 400w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Matia-Bazar-Italy-Place-15-spanish-version-300x296.jpg 300w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></figure>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Addii e new enries: i primi passaggi di testimone</h2>



<p class="has-text-align-center">Dopo la commercializzazione dell’album Il tempo del sole, presentato al Festivalbar con il singolo ‘Italian Sinfonia’ nel 1980, Piero Cassano decide di ritirarsi dal gruppo. Dal 1981 cede il ruolo di tastierista a Mauro Sabbione per dedicarsi alla produzione autoriale, al lancio di Eros Ramazzotti e alle collaborazioni con Mina e Anna Oxa. Sabbione definisce il periodo elettronico con l’album Tango che da un’ulteriore spinta propulsiva al successo del gruppo grazie a brani come ‘Palestina’ ed ‘Elettrochoc’. Ma è ‘Vacanze romane’ il vero titolo avanguardistico del momento, la canzone per eccellenza dei Matia Bazar. Il sound moderno, influenzato dalla new wave e dall’elettronica, ha caratteristici arrangiamenti malinconici accompagnati da un testo che trasmette nostalgia retrofuturista e affronta l’avvilimento urbano. La canzone vince il Festival sanremese del 1983 e segna un cambiamento stilistico epocale del pop italiano.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="500" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Matia-Bazar-Tango-1983.jpg" alt="" class="wp-image-60480" style="width:308px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Matia-Bazar-Tango-1983.jpg 500w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Matia-Bazar-Tango-1983-480x480.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 500px, 100vw" /></figure>



<p class="has-text-align-center"> Un anno dopo arriva la partecipazione al Festival di Tokyo, ma, alla vigilia dell’uscita di ‘Aristocratica’ un nuovo addio: Sabbione diventa collaboratore dei Litfiba e lascia il gruppo. Le tastiere passano sotto le mani di Sergio Cossu nell’85. Trionfanti, sempre nello stesso anno, vincono il secondo Premio della Critica al Festival della canzone italiana con ‘Souvenir’ e fanno uscire il pezzo forte ‘Ti sento’. È questa un’altra delle canzoni più iconiche e internazionali dei MB, tornata in voga grazie al remix del DJ francese Bob Sinclar del 2023. Seguono una seconda vittoria del Telegatto e poi la sesta partecipazione a Sanremo come al Festivalbar.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="736" height="725" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Matia-Bazar-Ti-sento.jpg" alt="" class="wp-image-60490" style="width:387px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Matia-Bazar-Ti-sento.jpg 736w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Matia-Bazar-Ti-sento-480x473.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 736px, 100vw" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Un anno di svolta: il 1989</h2>



<p class="has-text-align-center">Il 1989 registra sia l’apice della popolarità che una svolta drastica: l’abbandono della voce portante del gruppo, Antonella Ruggiero. Per motivi familiari, di saturazione artistica e per una conclusione fisiologica del percorso artistico, la cantante si ritira dalle scene per i successivi sette anni. Il ritorno avverrà da solista nel 1996, con l’album Libera. Ancora oggi è attiva in diversi progetti e porta avanti una forte sperimentazione sonora vicina a jazz, sacralità e tradizione etnica.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="406" height="418" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Antonella-Ruggiero-2.jpg" alt="" class="wp-image-60482" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Antonella-Ruggiero-2.jpg 406w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Antonella-Ruggiero-2-291x300.jpg 291w" sizes="(max-width: 406px) 100vw, 406px" /></figure>



<p class="has-text-align-center">Gli anni Novanta aprono il gruppo ad una nuova era rok-pop. La nuova solista Laura Valente abbandona i virtuosismi operistici tipici della Ruggiero a favore di uno stile più grintoso e meno etereo. Il gruppo si reinventa, nonostante la perdita della frontwoman, e la partecipazione al Sanremo del ’92 con ‘Piccoli giganti’ sancisce il nuovo corso della band. L’anno successivo Carlo Marrale decide di lasciare il gruppo per diventare solista, così da poter scrivere lontano dalle dinamiche di una band in continua mutazione. Da quegli anni l’assetto continua ad essere mutevole, con linfa vitale ciclicamente nuova e mai stabile. I Matia Bazar sono dunque la fenice della musica italiana, proprio per questa loro capacità di sapersi reinventare e tornare al successo nonostante tutti i cambiamenti dovuti alla vita dei componenti. Sono un progetto in fieri ma stilisticamente completo, se preso nei singoli periodi di produzione.</p>



<p class="has-text-align-center"><strong>Photocredits: Pinterest</strong></p>
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		<title>Top 10 attori più ricchi di Hollywood</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlotta D'Alessio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[actors]]></category>
		<category><![CDATA[genZ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non basta essere solo attori famosi. A certi livelli devi proprio saper giocare sporco e con stile. Hollywood ci ha venduto per anni la favola degli attori che diventano ricchi solo perché fanno film di successo. Carino, sì. Vero fino a un certo punto. Perché quando si parla di patrimoni giganteschi, quelli che fanno davvero [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Non basta essere solo attori famosi. A certi livelli devi proprio saper giocare sporco e con stile.</h2>



<p class="has-text-align-center">Hollywood ci ha venduto per anni la favola degli attori che diventano ricchi solo perché fanno film di successo. Carino, sì. Vero fino a un certo punto. Perché quando si parla di patrimoni giganteschi, quelli che fanno davvero girare la testa, la storia cambia: non bastano i red carpet, non bastano gli incassi, e non basta nemmeno essere tra i volti più amati.</p>



<p class="has-text-align-center">I veri mostri del denaro sono quelli che hanno capito una cosa prima degli altri: la popolarità da sola illumina, ma è il business che costruisce imperi. E infatti in questa classifica trovi sì star enormi, ma soprattutto uomini che hanno saputo trasformare il successo in studi di produzione, contratti blindati, quote, investimenti, marchi e mosse fatte al momento giusto. Insomma: qui non stiamo parlando solo di attori ricchi. Stiamo parlando di quelli che hanno preso Hollywood, l’hanno spremuta fino all’ultima goccia e poi hanno trovato il modo di guadagnare ancora di più fuori dal set.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">10° Jack Nicholson con 400 milioni di dollari</h2>



<p class="has-text-align-center">Jack Nicholson è il tipo di nome che non ha bisogno di presentazioni. Non è semplicemente una leggenda: è uno di quei volti che sembrano appartenere direttamente alla storia del cinema. E forse è proprio questo il punto. La sua fortuna non nasce da una sola fase fortunata, ma da una carriera talmente lunga, potente e iconica da essersi trasformata in un patrimonio enorme.</p>



<p class="has-text-align-center">Il bello è che nel suo caso non parliamo solo di cachet da capogiro. Nel tempo Nicholson ha consolidato la sua ricchezza anche con immobili e una collezione d’arte di grandissimo valore. Tradotto: non è uno che ha solo guadagnato tanto, è uno che ha saputo tenerseli stretti e farli crescere bene. E questa, a Hollywood, è quasi un’arte parallela.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="966" height="670" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-09-alle-21.26.09.png" alt="" class="wp-image-60334" style="aspect-ratio:1.441804445417716;width:701px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-09-alle-21.26.09.png 966w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-09-alle-21.26.09-480x333.png 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 966px, 100vw" /></figure>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">9° Mel Gibson con 425 milioni di dollari</h2>



<p class="has-text-align-center">Mel Gibson è la prova vivente che a Hollywood i soldi veri iniziano ad arrivare quando smetti di essere “solo” il volto del film e diventi anche quello che lo controlla. Da attore ha fatto tutto quello che doveva fare: franchise giganteschi, ruoli che hanno segnato un’epoca, presenza scenica da protagonista assoluto. Ma il salto enorme lo ha fatto quando ha iniziato a muoversi da produttore e regista.</p>



<p class="has-text-align-center">Il caso più clamoroso resta <em>The Passion of the Christ</em>, un progetto che ha dimostrato quanto possa essere devastante, in senso economico, una scommessa vinta nel momento giusto. Gibson è ricco non solo perché Hollywood lo ha pagato tanto, ma perché a un certo punto ha iniziato a giocare come uno che voleva una fetta più grossa della torta. E se l’è presa.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="586" height="826" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-09-alle-21.27.02.png" alt="" class="wp-image-60335" style="width:482px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-09-alle-21.27.02.png 586w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-09-alle-21.27.02-480x677.png 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 586px, 100vw" /></figure>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>8° Adam </strong>S<strong>andler con 440 milioni di dollari</strong></h2>



<p class="has-text-align-center">Adam Sandler è uno di quelli che per anni sono stati sottovalutati da una certa idea di cinema, salvo poi ridere per ultimi. Perché mentre tanti lo etichettavano come il re della comedy easy, lui costruiva una macchina economica impressionante fatta di film, produzioni, accordi strategici e una continuità che in pochi hanno avuto.</p>



<p class="has-text-align-center">La parte più interessante? Sandler ha capito benissimo come trasformare il suo pubblico in un fortino. I suoi accordi con Netflix e la sua capacità di restare vendibile senza inseguire per forza il prestigio lo hanno reso uno dei nomi più solidi del business. Non è primo per patrimonio totale, ma resta tra quelli che monetizzano meglio il proprio nome. E onestamente, non è poco.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1004" height="826" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-09-alle-21.28.08.png" alt="" class="wp-image-60336" style="aspect-ratio:1.215517042438788;width:651px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-09-alle-21.28.08.png 1004w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-09-alle-21.28.08-980x806.png 980w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-09-alle-21.28.08-480x395.png 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 1004px, 100vw" /></figure>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">7° Robert De Niro con 500 milioni di dollari</h2>



<p class="has-text-align-center">Robert De Niro ha l’aura di uno che non ha mai davvero avuto bisogno di spiegarsi. Entra in scena, esiste, e basta quello. Ma dietro quell’immagine quasi intoccabile c’è anche un fiuto imprenditoriale notevole. Perché se una parte della sua fortuna arriva ovviamente da una carriera monumentale, un’altra arriva da un mondo molto più lussuoso e molto meno cinematografico: quello di Nobu.</p>



<p class="has-text-align-center">E qui il discorso si fa interessante. De Niro non ha solo capitalizzato sul prestigio del suo nome: lo ha portato dentro un brand globale riconoscibile, desiderabile, elitario. È il classico caso in cui il mito sullo schermo si traduce in un business che continua a produrre valore anche quando le luci del set si abbassano.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="808" height="640" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-09-alle-21.29.06.png" alt="" class="wp-image-60337" style="width:644px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-09-alle-21.29.06.png 808w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-09-alle-21.29.06-480x380.png 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 808px, 100vw" /></figure>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">6° George Clooney con 500 milioni di dollari</h2>



<p class="has-text-align-center">George Clooney è quello che ti fa capire subito che il fascino, da solo, non basta. Serve anche saper firmare i contratti giusti. Per anni è stato il modello perfetto della star hollywoodiana: elegante, riconoscibile, sempre in controllo. Ma la verità è che una parte gigantesca della sua fortuna non arriva dal cinema in senso stretto.</p>



<p class="has-text-align-center">Il colpo da maestro ha un nome preciso: Casamigos. La tequila cofondata da Clooney si è trasformata in una delle operazioni più intelligenti fatte da una celebrity negli ultimi anni. E qui si vede la differenza tra chi guadagna tanto e chi costruisce davvero ricchezza. Clooney non è finito in alto in questa classifica solo perché è George Clooney. Ci è finito perché ha saputo trasformare l’immagine in una vera operazione di potere economico. </p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="808" height="666" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-09-alle-21.29.43.png" alt="" class="wp-image-60338" style="width:682px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-09-alle-21.29.43.png 808w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-09-alle-21.29.43-480x396.png 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 808px, 100vw" /></figure>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">5° Tom Cruise con 600 milioni di dollari</h2>



<p class="has-text-align-center">Tom Cruise non è semplicemente una star: è una macchina industriale travestita da attore. Il suo nome, da decenni, significa una cosa molto semplice: evento. E quando riesci a mantenere quello status così a lungo, i soldi iniziano a moltiplicarsi in un modo che va molto oltre il classico cachet.</p>



<p class="has-text-align-center">La sua forza è sempre stata questa: non vendere solo un film, ma vendere l’idea che il film sia imperdibile perché c’è lui. Cruise è ricchissimo perché non è mai stato solo un interprete. È stato, per anni, il brand principale del prodotto.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="886" height="812" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-09-alle-21.31.08.png" alt="" class="wp-image-60339" style="aspect-ratio:1.0911501491547895;width:635px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-09-alle-21.31.08.png 886w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-09-alle-21.31.08-480x440.png 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 886px, 100vw" /></figure>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">4° Dwayne Johnson con 800 milioni di dollari</h2>



<p class="has-text-align-center">Dwayne Johnson è il caso perfetto di celebrità che ha capito una cosa fondamentale: oggi il vero blockbuster sei tu. Il cinema, certo, conta. I franchise pure. Ma la sua ricchezza gigantesca nasce soprattutto dal fatto che The Rock non è più soltanto un attore: è un marchio vivente.</p>



<p class="has-text-align-center">Il suo patrimonio è esploso anche grazie a Teremana (il brand della sua tequila), che ha trasformato la sua popolarità in una potenza commerciale concreta. E forse è proprio questo che lo rende così interessante in una classifica del genere: Johnson non ha semplicemente cavalcato la fama, l’ha impacchettata, resa vendibile e spinta ovunque. Hollywood gli ha dato visibilità; lui ha fatto il resto come un imprenditore vero. </p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="884" height="632" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-09-alle-21.31.54.png" alt="" class="wp-image-60340" style="aspect-ratio:1.398767792649246;width:661px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-09-alle-21.31.54.png 884w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-09-alle-21.31.54-480x343.png 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 884px, 100vw" /></figure>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">3° Jerry Seinfeld con 1,1 miliardi di dollari</h2>



<p class="has-text-align-center">Jerry Seinfeld è uno di quei casi che all’inizio sembrano quasi anomali, poi però ci pensi due secondi e capisci tutto. Perché quando hai tra le mani una macchina eterna come <em>Seinfeld</em>, non stai più parlando di successo: stai parlando di una miniera. Una di quelle che continuano a produrre valore anche anni dopo, quasi senza fermarsi mai.</p>



<p class="has-text-align-center">La cosa assurda è proprio questa: Seinfeld non deve rincorrere l’hype. Non deve reinventarsi ogni due stagioni. Il suo patrimonio è diventato gigantesco perché ha costruito qualcosa che continua a macinare soldi in automatico tra diritti, licenze e accordi. È una ricchezza meno rumorosa di altre, ma spaventosa nella sua solidità.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="458" height="674" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-09-alle-21.32.58.png" alt="" class="wp-image-60341" style="width:474px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-09-alle-21.32.58.png 458w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-09-alle-21.32.58-204x300.png 204w" sizes="(max-width: 458px) 100vw, 458px" /></figure>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">2° Arnold Schwarzenegger con 1,2 miliardi di dollari</h2>



<p class="has-text-align-center">Arnold Schwarzenegger è uno di quei personaggi che sembrano scritti da qualcuno con un po’ troppa fantasia. Bodybuilding, cinema, politica, investimenti: a un certo punto la sua vita sembra quasi una saga in più capitoli. E il risultato è che oggi il suo patrimonio è semplicemente enorme.</p>



<p class="has-text-align-center">La parte interessante è che Arnold non è diventato così ricco solo grazie ai film iconici che tutti conoscono. La vera differenza l’hanno fatta gli investimenti. In altre parole: Terminator ha fatto il suo, ma il miliardo lo costruisci quando sai leggere il denaro con la stessa freddezza con cui leggi una sceneggiatura.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="940" height="746" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-09-alle-21.34.00.png" alt="" class="wp-image-60342" style="aspect-ratio:1.2600655486710843;width:653px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-09-alle-21.34.00.png 940w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-09-alle-21.34.00-480x381.png 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 940px, 100vw" /></figure>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">1° Tyler Perry con 1,4 miliardi di dollari</h2>



<p class="has-text-align-center">Tyler Perry è il numero uno e, onestamente, ha senso così. Perché più che un attore, è una struttura. Un sistema. Uno di quelli che a un certo punto smettono di stare dentro Hollywood e iniziano a funzionare quasi come un’industria a parte. Scrive, produce, dirige, possiede, controlla. E questo cambia completamente il modo in cui entrano i soldi.</p>



<p class="has-text-align-center">La sua fortuna non nasce soltanto dal successo dei suoi personaggi o dei suoi film, ma dal fatto che ha costruito un ecosistema in cui gran parte del valore resta nelle sue mani. Ed è esattamente qui che la classifica si ribalta: i più ricchi non sono sempre quelli più rumorosi, ma quelli che hanno capito come trattenere il potere economico mentre tutti gli altri si limitavano a inseguire il prossimo ruolo. Tyler Perry, semplicemente, ha giocato una partita più grande.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="940" height="746" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-09-alle-21.34.51.png" alt="" class="wp-image-60343" style="aspect-ratio:1.2600655486710843;width:659px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-09-alle-21.34.51.png 940w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Screenshot-2026-04-09-alle-21.34.51-480x381.png 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 940px, 100vw" /></figure>



<p></p>



<p class="has-text-align-center">A questi livelli non vince solo chi ha fatto i film più famosi. Vince chi ha saputo trasformare la fama in una macchina perfetta. Chi ha capito che il vero salto non è prendere un assegno enorme per un film, ma trovare il modo di guadagnare ancora quando il film è finito, il tour promozionale è chiuso e tutti stanno già parlando di qualcos’altro. Non si racconta solo chi ha recitato meglio il proprio ruolo, ma chi ha saputo usare Hollywood come trampolino per diventare immensamente, scandalosamente, quasi irritantemente ricco.</p>
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		<title>Law Roach: il superstylist di cui tutti parlano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 13:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[ADL MAG]]></category>
		<category><![CDATA[Celebrity stylist]]></category>
		<category><![CDATA[fashion]]></category>
		<category><![CDATA[Law Roach]]></category>
		<category><![CDATA[lifestyle]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I look curati da Law Roach diventano virali in maniera immediata così da creare un hype intorno ad ogni suo prossimo progetto. Curare l’immagine di personaggi famosi dal calibro di Zendaya, Celine Dion, Ariana Grande ha permesso al mondo di conoscere il lavoro di Law Roach. Non nasce come uno stylist ma la sua passione [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">I look curati da Law Roach diventano virali in maniera immediata così da creare un hype intorno ad ogni suo prossimo progetto.</h2>



<p class="has-text-align-center">Curare l’immagine di personaggi famosi dal calibro di Zendaya, Celine Dion, Ariana Grande ha permesso al mondo di conoscere il lavoro di Law Roach.</p>



<p class="has-text-align-center">Non nasce come uno stylist ma la sua passione è il vintage. Difatti a Chicago aveva la sua boutique Deliciously Vintage, in&nbsp;Pilsen e da qui si può comprendere il lavoro di Law Roach.</p>



<p class="has-text-align-center">Nel curare i look di attrici internazionali che vantano grande rilevanza sia sui red carpet che in apparizioni più quotidiane, ha permesso che il suo lavoro da stylist non può passare inosservato.</p>



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<p class="has-text-align-center">Da Zendaya ad Ariana Grande o Bella Hadid c’è una affinità nei lavori di Roach che lo contraddistingue.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center">La ricerca negli archivi delle grandi maison e prendere capi firmati direttamente dai più grandi couturier è la passione di Roach. Il percorso da “architetto di immagine” come si definisce anche lui sui profili social, con Zendaya segna una storia importante, dato che dagli inizi della sua carriera e quindi quando ancora le case di moda non le prestavano attenzione, Roach vestì Zendaya con capi direttamente della sua boutique vintage.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">I look</h2>



<p class="has-text-align-center">Tanti sono i look sfoggiati da Zendaya che hanno permesso di definire la sua persona e i ruoli dei personaggi da lei interpretati. Dalla presentazione di “<em>Dune” </em>al Festival del cinema di Venezia del 2021 in cui ha indossato un leather look firmato Balmain, alla première mondiale di&nbsp;“<em>Dune”: Part Two</em>&nbsp;a Londra nel 2024 indossando un iconico abito-armatura &#8220;robot&#8221; vintage di Thierry Mugler, proveniente dalla collezione Autunno/Inverno 1995-96. Le apparizioni per la presentazione di Challengers sono diventati momenti iconici in cui il lavoro di Roach viene acclamato, commentato e anche giudicato.</p>



<p class="has-text-align-center">La creazione di curiosità da parte del pubblico che non si ferma solo per l’uscita del nuovo film bensì per le apparizioni che i protagonisti faranno, è ciò che succede per Zendaya.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center">Nelle sue imminenti presentazioni per il press tour di “<em>The Drama</em>” i look di Law Roach, hanno attirato e rispettato un concept definito la “tradizione delle spose”, per cui i fan hanno seguito con attenzione questa scelta. Ha indossato qualcosa di vecchio, il suo abito Vivienne Westwood indossato nel 2015 agli Oscar, qualcosa di nuovo l’abito customized da Louis Vuitton by Nicholas Ghesquiere, qualcosa di prestato e la scelta ricade su l’abito Armani privé direttamente dall’archivio di Cate Blanchett che ha indossato per il Venice film festival del 2025. Qualcosa di blu ed è la volta di un’abito della Haute Couture SS26 di Schiaparelli completato da accessori, orecchini e gli anelli in zaffiri&nbsp;firmati&nbsp;Tiffany &amp; Co. riprendono il blu dell’abito senza replicarlo, creando un dialogo sottile. Tutto è calibrato. Nulla è lasciato al caso sotto gli occhi di Roach.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-9 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="623" data-id="60298" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/photo-1-2.jpeg" alt="" class="wp-image-60298" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/photo-1-2.jpeg 500w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/photo-1-2-480x598.jpeg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 500px, 100vw" /></figure>



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<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">I lavori dello stylist</h3>



<p class="has-text-align-center">I lavori finali dello stylist emanano una progettualità e ricerca che diventa tangibile da comprendere e ammirare.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center">Con Ariana Grande si ha avuto modo di vedere un’altra tipologia di ricerca e costruzione di immagine iniziata e conclusa 10 anni fa ma che hanno fatto un grande ritorno con i Golden Globes del 2026 presentando Grande in un total black Vivienne Westwood. Roach ha curato molti look di Grande e nelle sue presentazioni è sempre costante avere una ricerca maniacale negli archivi dei couturier.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>La metodologia adottata da Law Roach per creare e curare l’immagine delle proprie celebrità però può essere adottata per altre personalità?</strong></h3>



<p class="has-text-align-center">Nelle ultime settimane della moda da Milano a Parigi, si ha avuto modo di vedere un personaggio che ha fatto parlare di sé. Il 2025 è stato l’anno che ha esaltato la coppia formata da Jeff Bezos e Lawrence Sanchez e quest’ultima ha cercato di insediarsi tra le icone e personalità di spicco della moda per le ultime fashion week. La volontà di farsi notare si è vista dalla scelta posta proprio sulla figura di Law Roach,  il quale ha curato tutti i look indossati dalla signora Bezos.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center">Si può porre l’attenzione su come Roach abbia fatto anche per lei una ricerca fra gli archivi, facendole indossare un completo gonna vintage in tweed grigio di&nbsp;Christian Dior, disegnato originariamente da&nbsp;John Galliano&nbsp;per la collezione&nbsp;Autunno 1998. Ha indossato anche un set gonna e blazer in tweed rosso e bianco dalla collezione 2004 di Versace.</p>



<p class="has-text-align-center">Tuttavia per quanto, la signora Bezos,  indossasse capi di archivio non ha riscontrato un impatto positivo bensì ha riscontrato una forzatura della sua immagine stessa.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-10 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="333" data-id="60302" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Lauren-Sanchez-Law-Roach-Paris-2026-012726-4b3b2e0ba37c403d9a14d7e61ce20e55.jpeg" alt="" class="wp-image-60302" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Lauren-Sanchez-Law-Roach-Paris-2026-012726-4b3b2e0ba37c403d9a14d7e61ce20e55.jpeg 500w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Lauren-Sanchez-Law-Roach-Paris-2026-012726-4b3b2e0ba37c403d9a14d7e61ce20e55-480x320.jpeg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 500px, 100vw" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="281" data-id="60300" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/vf126-law-roach.jpeg" alt="" class="wp-image-60300" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/vf126-law-roach.jpeg 500w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/vf126-law-roach-480x270.jpeg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 500px, 100vw" /></figure>
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<p class="has-text-align-center">Ciò dimostra come una metodologia vincente di stylist non riesce ad ottenere lo stesso risultato tra celebrities e cliente privato. Perciò va forse approfondita una ricerca e una cura differente pur quanto le case di moda ovviamente lasciassero indossare capi direttamente dagli archivi ad una figura come la Sanchez.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Lavori futuri</h2>



<p class="has-text-align-center">Il primo lunedì di maggio per il Met Gala si potrà vedere cosa ha programmato lo stylist per la sua cliente che ricoprirà il ruolo di&nbsp;co-presidente onoraria e sponsor principale&nbsp;per l&#8217;edizione del 2026.</p>



<p class="has-text-align-center">L’interesse per capi di archivio e il vintage di Law Roach ha permesso di creare il suo archivio personale</p>



<p class="has-text-align-center">Tramite i canali social e dichiarazioni fatte dallo stylist in recenti interviste ha permesso di cogliere informazioni su capi di suo possesso e visionare la quantità e importanza di pezzi iconici che detiene.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center">Uno dei capi emblematici che fa parte del suo archivio è il cappotto di Christian Dior HauteCouture Fall 2001 indossato da André Leon Talley e firmato da John Galliano che con una struttura imponente e forme iconiche delinea un copricapo che ha fatto la storia della moda.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="333" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/0_Fashion-Trust-US-Awards-2025-Arrivals.jpg" alt="" class="wp-image-60304" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/0_Fashion-Trust-US-Awards-2025-Arrivals.jpg 500w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/0_Fashion-Trust-US-Awards-2025-Arrivals-480x320.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 500px, 100vw" /></figure>



<p class="has-text-align-center">Capi indossati da Celine Dion storica cliente di Roach la quale lo ha scelto per diversi tour e apparizioni importanti ha fatto si che lui mettesse nel suo archivio capi da lei indossati per concerti, copertine e eventi celebri.</p>



<p class="has-text-align-center">Risulta dunque fondamentale per uno stylist come Roach fare ricerca di archivio e avere un proprio archivio personale.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center"><strong>Ma è così fondamentale per tutti gli stylist avere o creare un archivio personale?</strong></p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo di Giuseppe Musso</em></p>



<p>Crediti foto: Law Roach profilo Instagram </p>
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		<title>Ingoiare: come digerire i bocconi indigesti della vita</title>
		<link>https://www.adlmag.it/2026/04/08/ingoiare-come-digerire-i-bocconi-indigesti-della-vita/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Camilla Marta Milani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 14:42:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[Doppi sensi]]></category>
		<category><![CDATA[Ingoiare]]></category>
		<category><![CDATA[lifestyle]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Perché la società ci vuole tutti fuoriclasse della deglutizione non lo so&#8230; ma ecco qui un’indagine semiseria su come il verbo ingoiare sia diventato lo sport nazionale della sottomissione. Se scomodiamo l&#8217;Accademia della Crusca, la definizione del verbo&#160;ingoiare&#160;è di un candore quasi irritante. &#8220;Far scendere qualcosa per la gola, facendolo passare dalla bocca nello stomaco&#8221;. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>Perché la società ci vuole tutti fuoriclasse della deglutizione</strong> <strong>non lo so</strong>&#8230; ma ecco qui un’indagine semiseria su come il verbo ingoiare sia diventato lo sport nazionale della sottomissione.</h2>



<p class="has-text-align-center">Se scomodiamo l&#8217;Accademia della Crusca, la definizione del verbo&nbsp;ingoiare&nbsp;è di un candore quasi irritante. </p>



<p class="has-text-align-center"><em><strong>&#8220;Far scendere qualcosa per la gola, facendolo passare dalla bocca nello stomaco&#8221;</strong></em>. Se poi ci spostiamo su Wikipedia per fare gli intellettuali, scopriamo che la deglutizione è&nbsp;<em>&#8220;<strong>un complesso atto neuromuscolare, in parte volontario e in parte riflesso, che consente la progressione del bolo&#8221;</strong></em>.</p>



<p class="has-text-align-center">Tutto bellissimo, scientificamente ineccepibile. Peccato che nessuna di queste due autorevoli fonti specifichi l&#8217;effetto collaterale più diffuso: il travaso di bile. O il fatto che, in nove casi su dieci, questo &#8220;complesso atto neuromuscolare&#8221; non coinvolga un delizioso macaron al pistacchio, ma l&#8217;ennesima, indigesta pretesa assurda della società contemporanea.</p>



<p class="has-text-align-center">Partiamo dal &#8220;politicamente corretto&#8221;, ovvero la nostra educazione civica, sentimentale e lavorativa. Fin da piccoli, ci addestrano a credere che la virtù suprema risieda nell&#8217;arte di&nbsp;ingoiare&nbsp;ogni stortura con un sorriso accondiscendente. </p>



<p class="has-text-align-center">Ti propinano l&#8217;ennesimo regalo orrendo e inutile per il compleanno? Sorridi e ringrazia. Il capo ti molla una cartella di lavoro il venerdì alle diciannove, a un passo dal weekend? Ti tocca&nbsp;ingoiare&nbsp;il rospo (che poi, la biologia dovrà prima o poi spiegarci perché proprio i poveri anfibi debbano costantemente finire nei nostri esofagi). </p>



<p class="has-text-align-center">Ci hanno persuasi che l&#8217;apparato digerente umano sia una sorta di buco nero progettato per far sparire l&#8217;orgoglio, le frustrazioni e le repliche sferzanti.&nbsp;Ingoiare, nel nostro quotidiano o in famiglia, significa non creare problemi. È l&#8217;etica del quieto vivere, l&#8217;annichilimento di chi incassa pur di non turbare lo&nbsp;<em>status quo</em>. Non siamo qui per farne una questione di genere. Oggi, tutti siamo tutti vittime di questa gastrite collettiva.</p>



<p class="has-text-align-center">Se però andiamo oltre al concetto semplice di digestione, scopriamo che il verbo&nbsp;ingoiare&nbsp;nasconde un vero e proprio sabotaggio emotivo ed energetico. E no, non serve trasferirsi in un ashram a Bali per capirlo. Le discipline orientali ci insegnano che proprio lì, alla base del collo, risiede il&nbsp;<strong>Chakra della Gola</strong> (Vishuddha). È il centro nevralgico della comunicazione, della nostra verità interiore e della capacità di stabilire dei confini dicendo dei sonori &#8220;no&#8221;. Quando il sistema ci costringe a&nbsp;ingoiare&nbsp;costantemente la rabbia, non sta solo mettendo a dura prova il nostro stomaco. No, sta letteralmente ostruendo il nostro centro espressivo. La società aveva capito come bloccarci il quinto chakra secoli prima che lo yoga diventasse robaccia mainstream.</p>



<p class="has-text-align-center">Ed è esattamente qui, con il chakra della gola ben tappato, che ci spostiamo nei territori del &#8220;politicamente scorretto&#8221;, dove il verbo compie il suo capolavoro finale, arriva al suo personale &#8220;culmine&#8221;. Andiamo al sodo, ovvero al doppio senso sessuale che fa ancora sghignazzare quella fetta di popolazione con l&#8217;autostima e il cervello fermi all&#8217;età puberale. C&#8217;è un&#8217;intera categoria di finti maschioni con la&nbsp;sindrome del Christian Grey&nbsp;in saldo, che fonda la propria presunta virilità su quanto riescono a far&nbsp;ingoiare&nbsp;al partner. Un paradosso clinico in cui l&#8217;idraulica più spicciola viene tragicamente confusa con l&#8217;erotismo.</p>



<p class="has-text-align-center">Ma vi siete mai chiesti perché, nell&#8217;immaginario erotico più basico e tossico, questo atto sia considerato l&#8217;Eldorado, il trofeo supremo da sbandierare al calcetto? Non stiamo certo parlando di alta gastronomia, e molto spesso nemmeno di un reale piacere condiviso. La verità, crudele e divertentissima, è che il fascino di far&nbsp;<strong>ingoiare</strong>&nbsp;risiede tutto nella sua geometria di potere.</p>



<p class="has-text-align-center">La bocca è l’arma con cui ci difendiamo, l&#8217;organo del sarcasmo, del libero arbitrio e della critica. Nel vocabolario tossico della dominazione, l&#8217;atto di far <strong>ingoiare</strong> significa, senza troppa poesia, zittire l&#8217;altro in modo biologico. Il ghigno compiaciuto di chi detiene questo &#8220;potere&#8221; nasce proprio dall&#8217;estetica della sottomissione: la persona che annulla la propria voce per accogliere lo smisurato (e spesso ingiustificato) ego altrui. Pensateci: se hai la gola fisicamente occupata a <strong>ingoiare</strong>, non puoi parlare. Non puoi lamentarti. Non puoi snocciolare nozioni di anatomia per spiegargli che il punto G non è una leggenda metropolitana, ma soprattutto non puoi fargli notare che la sua performance tra le lenzuola è durata meno di una scrollata su su TikTok. È la resa incondizionata perfetta. Un metodo ineccepibile per non farti esprimere un&#8217;opinione.</p>



<p class="has-text-align-center">E così, a pensarci bene, questa metafora si estende a macchia d&#8217;olio, lasciandoci un perenne bruciore di stomaco. Per una sorta di inerzia culturale, continuiamo a ingoiare di tutto. Le scuse surreali dei casi umani, le frecciatine passive-aggressive dell&#8217;amica invidiosa, i doppi sensi squallidi in ufficio e le dinamiche di potere mascherate da affetto.</p>



<p class="has-text-align-center">La verità è che abbiamo lo stomaco saturo e il chakra della gola in allarme rosso. Abbiamo dovuto&nbsp;ingoiare&nbsp;così tanto orgoglio e così tanti rospi che ormai potremmo fondare una riserva naturale del WWF. L&#8217;unico vero atto sovversivo, l&#8217;unica scelta d&#8217;avanguardia che possiamo compiere oggi, è smettere di assecondare l&#8217;idraulica altrui e riscoprire un riflesso muscolare decisamente meno educato, ma infinitamente più terapeutico: lo sputo. Metaforico, s&#8217;intende. O reale, a seconda della gravità della situazione.</p>



<p class="has-text-align-center">Perché alla fine, amiche e amici miei, il maltrattatissimo verbo&nbsp;ingoiare&nbsp;dovrebbe essere scomodato rigorosamente solo per tre cose: le ostriche, uno champagne ghiacciato e una sontuosa fetta di Sacher. Tutto il resto è materiale di scarto, da rispedire al mittente senza passare dal via.</p>



<p class="has-text-align-center">La vera domanda, arrivati a questo punto, è una sola. Dopo una vita intera passata a farci andare di traverso l&#8217;indigesto pur di compiacere l&#8217;ego del prossimo, e considerando che ci è persino toccato&nbsp;<strong>ingoiare</strong>&nbsp;in rigoroso silenzio l&#8217;ennesima, tragica mancata qualificazione della Nazionale italiana ai Mondiali&#8230; non vi sembra sia finalmente giunta l&#8217;ora di cominciare a mordere?</p>
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		<title>Amici, ma non per sempre</title>
		<link>https://www.adlmag.it/2026/04/07/amici-ma-non-per-sempre/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Denise Morelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[amicizia]]></category>
		<category><![CDATA[genZ]]></category>
		<category><![CDATA[lifestyle]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra follow, silenziamenti e legami che nascono e finiscono senza drammi, la Gen Z riscrive le regole dell’amicizia: meno eterna, più fluida, ma forse più autentica. I social distruggono davvero l’amicizia? I social media stanno davvero cambiando o addirittura distruggendo il concetto di amicizia? È una domanda che ritorna spesso, soprattutto quando si parla di [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Tra follow, silenziamenti e legami che nascono e finiscono senza drammi, la Gen Z riscrive le regole dell’amicizia: meno eterna, più fluida, ma forse più autentica.</h2>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">I social distruggono davvero l’amicizia?</h2>



<p class="has-text-align-center">I social media stanno davvero cambiando o addirittura distruggendo il concetto di amicizia? È una domanda che ritorna spesso, soprattutto quando si parla di Gen Z. Il modo in cui i più giovani costruiscono e mantengono i legami sembra estremamente lontano dall’idea tradizionale dell’amicizia per sempre. Ma forse non si tratta di una perdita, piuttosto di una trasformazione.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="736" height="920" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_6905-1.jpeg" alt="" class="wp-image-60177" style="width:393px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_6905-1.jpeg 736w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_6905-1-480x600.jpeg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 736px, 100vw" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Dalla durata all’intensità</h2>



<p class="has-text-align-center">Nelle generazioni precedenti, l’amicizia era spesso sinonimo di stabilità: rapporti costruiti negli anni, mantenuti anche a distanza o attraverso cambiamenti profondi della vita. Oggi, invece, molte relazioni nascono e si sviluppano in contesti specifici (scuola, università, lavoro) o attorno a interessi condivisi, e tendono ad esaurirsi quando quel contesto cambia.<br>Non è superficialità, vuol dire privilegiare l’intensità e l’importanza del momento rispetto alla durata nel tempo. Un’amicizia può essere molto significativa anche se limitata a una fase precisa della vita.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_6908-768x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-60178" style="width:403px;height:auto" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Meno obblighi, più autenticità</h2>



<p class="has-text-align-center">Si condivide poi, senza drammi, si lascia andare. Con una facilità che in passato non esisteva. Oggi invece con i social è tutto più facile. Consentono di entrare in contatto rapidamente e di allontanarsi senza rotture esplicite.<br>Se da un lato questa fluidità può sembrare fredda, dall’altro libera da un’idea di amicizia basata sull’obbligo. Non si resta in un rapporto solo perché “si è sempre fatto così”.<br>La Gen Z tende a essere più selettiva: meno amici, ma più allineati ai propri valori e ai propri interessi. Si sta insieme finché c’è un reale scambio, non per inerzia o convenzione.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="736" height="750" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_6906.jpeg" alt="" class="wp-image-60179" style="aspect-ratio:0.9813442371581906;width:406px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_6906.jpeg 736w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_6906-480x489.jpeg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 736px, 100vw" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">La fine del mito dell’amicizia per sempre?</h2>



<p class="has-text-align-center">A quanto pare il mito dell’amicizia eterna sta lasciando spazio a una visione più dinamica e realistica. Le persone cambiano e con loro cambiano anche i legami.<br>I social non hanno inventato questa trasformazione, l’hanno resa solo più visibile.<br>Oggi invece di chiedersi se un’amicizia durerà per sempre, la Gen Z si chiede se ha realmente senso portarla avanti. Una forma di onestà, che vale tanto quanto la durata di un&#8217;amicizia.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="739" height="1024" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/IMG_6907-739x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-60180" style="aspect-ratio:0.7216896702597351;width:401px;height:auto" /></figure>
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		<title>INSIEME è Sabato De Sarno che riscrive il lusso</title>
		<link>https://www.adlmag.it/2026/04/06/insieme-e-sabato-de-sarno-che-riscrive-il-lusso/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Soba]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Apr 2026 16:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[ADL MAG]]></category>
		<category><![CDATA[Culture]]></category>
		<category><![CDATA[lifestyle]]></category>
		<category><![CDATA[Made in Italy]]></category>
		<category><![CDATA[Sabato de Sarno]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alla Milano Design Week 2026, INSIEME è un progetto che mette al centro ciò che la moda ha dimenticato: il tempo, il gesto, le persone. La verità è che non sappiamo più vedere. Guardiamo ovunque, continuamente, ossessivamente, ma non vediamo più niente.Non vediamo da dove vengono le cose. Non vediamo chi le fa. Non vediamo [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Alla Milano Design Week 2026, INSIEME è un progetto che mette al centro ciò che la moda ha dimenticato: il tempo, il gesto, le persone.</h2>



<p class="has-text-align-center">La verità è che non sappiamo più vedere.</p>



<p class="has-text-align-center">Guardiamo ovunque, continuamente, ossessivamente,  ma non vediamo più niente.<br>Non vediamo da dove vengono le cose. Non vediamo chi le fa. Non vediamo il tempo che serve perché esistano. Vediamo solo il risultato. E anche quello, sempre meno. Poi arriva <strong>INSIEME</strong>.<br>“Prima degli oggetti, ci sono sempre le persone.” È una frase semplice. Quasi disarmante.<br>Ma è anche, oggi, una presa di posizione. Perché nel sistema in cui viviamo (moda compresa) le persone sono diventate un dettaglio. Il processo, un passaggio intermedio e il tempo, un ostacolo.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="346" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/01_INSIEME_KEYVISUAL.jpeg" alt="" class="wp-image-60161" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/01_INSIEME_KEYVISUAL.jpeg 500w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/01_INSIEME_KEYVISUAL-480x332.jpeg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 500px, 100vw" /></figure>



<p class="has-text-align-center">Sabato De Sarno fa esattamente il contrario. E lo fa nel momento più esposto possibile: la Milano Design Week.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>Non è una mostra. È uno spostamento di sguardo</strong></h3>



<p class="has-text-align-center">Negli spazi della Piscina Cozzi, INSIEME riunisce dodici eccellenze artigiane italiane.  Ma chiamarla “mostra” è riduttivo, perché qui non si espongono oggetti. Si espone ciò che li precede. Il gesto. L’errore. La ripetizione. La conoscenza che non si può spiegare, ma solo trasmettere.</p>



<p class="has-text-align-center">È una sottrazione, prima ancora che un progetto, e,&nbsp; in un’epoca che aggiunge continuamente, togliere diventa un atto radicale.</p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-11 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="625" data-id="60163" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Sabato_De_Sarno_Portrait_ph_GiorgiaSolmonte-1.jpg" alt="" class="wp-image-60163" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Sabato_De_Sarno_Portrait_ph_GiorgiaSolmonte-1.jpg 500w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Sabato_De_Sarno_Portrait_ph_GiorgiaSolmonte-1-480x600.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 500px, 100vw" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="750" data-id="60164" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/INSIEME_FRATELLILEVAGGI_Photo_EnricoCostantini.jpg.jpg" alt="" class="wp-image-60164" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/INSIEME_FRATELLILEVAGGI_Photo_EnricoCostantini.jpg.jpg 500w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/INSIEME_FRATELLILEVAGGI_Photo_EnricoCostantini.jpg-480x720.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 500px, 100vw" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="750" data-id="60165" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/INSIEME_DECASTELLI_Photo_EnricoCostantini.jpg.jpg" alt="" class="wp-image-60165" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/INSIEME_DECASTELLI_Photo_EnricoCostantini.jpg.jpg 500w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/INSIEME_DECASTELLI_Photo_EnricoCostantini.jpg-480x720.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 500px, 100vw" /></figure>
</figure>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>Il lusso, spogliato</strong></h2>



<p class="has-text-align-center">INSIEME non è nostalgico. Non guarda al passato per rifugiarsi, lo guarda per fare una domanda scomoda: <em>quando abbiamo deciso che il valore fosse solo nel risultato?</em></p>



<p class="has-text-align-center">Dal vetro di Venini ai tessuti di Rubelli, passando per il metallo, la ceramica, la pietra…tutto sembra dirci la stessa cosa: <strong>il lusso non è l’oggetto. È il tempo che contiene.</strong> E il tempo, oggi, è ciò che manca di più.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>Il tempo&nbsp;</strong></h3>



<p class="has-text-align-center">INSIEME rallenta. Non per estetica, ma per necessità.</p>



<p class="has-text-align-center">Il percorso espositivo è costruito per far emergere ciò che normalmente resta invisibile: l’attesa, la concentrazione, la fatica. Non è spettacolare, potrebbe non essere immediato.<br>E proprio per questo funziona. Perché ci costringe a fare qualcosa che non facciamo più: restare. Restiamo all’interno di qualcosa a cui non si riesce a dare un nome, ma, si può dare un colore.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center">Giallo come luce che rivela, come attenzione e come qualcosa che interrompe lo sguardo automatico. Perché il giallo, qui, non decora, indica.  E in un progetto che parla di visibilità, è tutto tranne che un dettaglio.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="750" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/INSIEME_HENRAUX_Photo_EnricoCostantini.jpg.jpg" alt="" class="wp-image-60166" style="width:319px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/INSIEME_HENRAUX_Photo_EnricoCostantini.jpg.jpg 500w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/INSIEME_HENRAUX_Photo_EnricoCostantini.jpg-480x720.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 500px, 100vw" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>I volti, finalmente al centro</strong></h2>



<p class="has-text-align-center">Poi succede qualcosa. Fuori, sulla facciata della Piscina Cozzi, i volti degli artigiani diventano enormi.<br>Occupano lo spazio urbano. Si impongono. Non sono modelli e non sono campagne, ma sono persone. Grazie al progetto <em>Inside Out</em> di JR, ciò che normalmente resta nascosto diventa impossibile da ignorare. </p>



<p class="has-text-align-center">E in quel momento, tutto si ribalta. Non guardiamo più l’oggetto per immaginare chi lo ha fatto.<br>Guardiamo chi lo ha fatto, e capiamo tutto il resto.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>Quello che resta</strong></h3>



<p class="has-text-align-center">INSIEME non dà risposte. E forse è proprio questo il punto: il fatto che non consola. Non semplifica e non vende. Nulla di tutto ciò, ma, sposta. E lascia addosso una sensazione precisa: che abbiamo guardato troppo avanti, troppo in fretta, troppo a lungo. Perciò è lecito pensare che, il gesto più contemporaneo, oggi, non è inventare qualcosa di nuovo, ma tornare a riconoscere ciò che c’è sempre stato.</p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-12 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="333" data-id="60167" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/INSIEME_GLASITALIA_Photo_EnricoCostantini.jpg.jpg" alt="" class="wp-image-60167" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/INSIEME_GLASITALIA_Photo_EnricoCostantini.jpg.jpg 500w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/INSIEME_GLASITALIA_Photo_EnricoCostantini.jpg-480x320.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 500px, 100vw" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="334" data-id="60168" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/INSIEME_FORNACEBRIONI_Photo_EnricoCostantini.jpg.jpg" alt="" class="wp-image-60168" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/INSIEME_FORNACEBRIONI_Photo_EnricoCostantini.jpg.jpg 500w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/INSIEME_FORNACEBRIONI_Photo_EnricoCostantini.jpg-480x321.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 500px, 100vw" /></figure>
</figure>



<p class="has-text-align-center">Le mani. Il tempo. Le persone.</p>



<p>Photocredits: press kit Wunderplace Studio</p>
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		<title>Coerenza in saldo</title>
		<link>https://www.adlmag.it/2026/04/05/coerenza-in-saldo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlotta D'Alessio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Apr 2026 13:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[genZ]]></category>
		<category><![CDATA[influencers]]></category>
		<category><![CDATA[Ozempic]]></category>
		<category><![CDATA[social]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La body positivity piace a tutti, finché porta consenso. Il problema arriva quando la coerenza sparisce e resta solo la convenienza. C’è qualcosa di insopportabile nel teatrino che alcune influencer mettono in piedi attorno alla body positivity, ed è il modo in cui la vendono come una rivoluzione morale. Spesso è solo marketing fatto bene [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">La body positivity piace a tutti, finché porta consenso. Il problema arriva quando la coerenza sparisce e resta solo la convenienza.</h2>



<p class="has-text-align-center">C’è qualcosa di insopportabile nel teatrino che alcune influencer mettono in piedi attorno alla body positivity, ed è il modo in cui la vendono come una rivoluzione morale. Spesso è solo marketing fatto bene e un modo furbo per accumulare follower. Per anni una parte del discorso social ci ha ripetuto che il corpo grasso è bello, che il grasso non è un problema. Il vero problema è solo lo sguardo degli altri. Poi però arriva la semaglutide e i similari e all’improvviso il messaggio cambia. Non più “va bene così”, ma “sto facendo ciò che è meglio per me”. </p>



<p class="has-text-align-center">E sia chiaro: farlo è legittimo. Il punto non è questo. Il punto è che non puoi trasformare l’accettazione del tuo corpo in una bandiera. Lucrarci sopra, costruirci autorevolezza e fedeltà del pubblico, e poi fare finta che nessuno veda la contraddizione quando ti butti sul farmaco dimagrante del momento. Quella non è crescita personale. Molto più spesso è una ritirata elegante da una tesi che fino al giorno prima veniva venduta come una verità liberatoria.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="735" height="490" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Im-Rebel-Wilsons-PT-and-heres-the-secrets-to-her-weight-loss-routine.jpg" alt="" class="wp-image-60140" style="width:669px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Im-Rebel-Wilsons-PT-and-heres-the-secrets-to-her-weight-loss-routine.jpg 735w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/Im-Rebel-Wilsons-PT-and-heres-the-secrets-to-her-weight-loss-routine-480x320.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 735px, 100vw" /></figure>



<p class="has-text-align-center"><em>Rebel Wilson prima e dopo l&#8217;uso del farmaco dimagrante </em></p>



<p class="has-text-align-center">Il problema non è che una persona in carne voglia dimagrire. E non è nemmeno che scelga di usare un farmaco, se lo fa con un medico. Il problema è l’ipocrisia di chi per anni ha detto alle altre persone che voler dimagrire fosse quasi una resa, che non fosse necessario, un tradimento culturale, salvo poi fare la stessa cosa appena il mercato ha offerto una scorciatoia più veloce, più efficace. È qui che tutta la retorica della body positivity mostra la crepa più grossa: in certi casi quelle influencer non ci credevano davvero fino in fondo. Sembrava più un personaggio da portare online che un’idea reale. E quando hanno visto che conveniva di più cambiare strada, l’hanno fatto subito. Per questo viene da pensare che non fosse una battaglia sincera, ma un discorso utile finché portava attenzione, follower e approvazione.</p>



<p class="has-text-align-center">Un caso discusso è quello di Gabi Menard, influencer associata ai temi della body positivity, che dopo aver rivelato di usare “il farmaco magico” ha ricevuto il backlash dei follower. E sinceramente è difficile stupirsi. Non perché una creator debba restare grassa per coerenza ideologica, ma perché quando hai trasformato il tuo corpo in un manifesto politico e commerciale non puoi far finta che il pubblico non abbia creduto in quella promessa. Hai chiesto fiducia, identificazione, appartenenza. Hai detto, in sostanza, “io rappresento un altro modo di stare al mondo”. Se poi quel modo di stare al mondo si piega verso la direzione più premiata dal mercato, cioè essere più magra, più conforme, più approvata, allora il sospetto che tutta quella rivoluzione fosse solo storytelling diventa più che legittimo.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="735" height="1000" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/313.jpg" alt="" class="wp-image-60141" style="width:599px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/313.jpg 735w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/04/313-480x653.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 735px, 100vw" /></figure>



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<p class="has-text-align-center">E questa contraddizione si vede benissimo anche in certi contenuti social italiani, dove per mesi viene portato avanti un discorso molto chiaro: non bisogna vergognarsi del corpo curvy, bisogna imparare a vestirlo, valorizzarlo e difenderlo dallo sguardo degli altri. Poi però, nel giro di pochi mesi, arrivano video in cui il cambio fisico è evidente e viene mostrato quasi come una gag, con il classico confronto sul pantalone che prima stava in un modo e adesso sembra larghissimo, quasi una gonna. Ed è lì che il discorso si incrina. Non perché dimagrire sia una colpa, ma perché non puoi costruire una narrazione intera su un messaggio e poi cambiare completamente immagine senza affrontare la contraddizione.</p>



<p class="has-text-align-center">Perché il punto più irritante, non è il farmaco. È la sceneggiatura. Prima il sermone. Poi la monetizzazione dell’autostima. Il rebranding salutista e l’aria offesa se qualcuno osa dire che qualcosa non torna. È un copione talmente prevedibile che finisce quasi per insultare l’intelligenza di chi guarda. Il pubblico non è stupido. Si accorge benissimo quando il messaggio passa da “non c’è nulla di sbagliato nell’essere grassa” a “finalmente mi sento meglio così”, mentre il corpo si assottiglia e l’algoritmo applaude.</p>



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<p class="has-text-align-center"><em>Meghan Trainor prima e dopo l&#8217;uso del farmaco dimagrante</em></p>



<p class="has-text-align-center">Va detto con chiarezza: nessuno deve restare prigioniero del personaggio che ha costruito online. Nessuno deve sacrificare la propria salute per sembrare coerente. Ma proprio per questo servirebbe onestà vera, non il solito linguaggio pieno di formule terapeutiche e frasi sterilizzate. Basterebbe dire: ho sostenuto una cosa, ora ne faccio un’altra, perché vivere in un corpo grasso è più complicato di come lo raccontavo, perché anch’io sento la pressione della magrezza, perché anch’io voglio quello che il mondo premia. Sarebbe scomodo, ma almeno sarebbe vero. Invece troppo spesso arriva la versione ripulita, levigata, moralmente disinfettata.</p>



<p class="has-text-align-center">La verità che a pagare il conto di questa farsa non sono le influencer, che al massimo faranno un altro video, cambieranno tono, parleranno di “nuovo capitolo” e si porteranno a casa altre sponsorizzazioni. A pagarlo sono le persone comuni che le hanno seguite cercando sollievo, rappresentazione, una tregua dalla vergogna. Persone a cui è stato detto che il problema era solo lo stigma, solo lo sguardo degli altri, solo la società. E che poi si ritrovano davanti al fatto che, appena si è aperta una via farmacologica efficace e socialmente premiata, perfino certe sacerdotesse dell’accettazione hanno cambiato altare. È lì che la delusione smette di essere delusione e diventa rabbia. Perché non sembra più emancipazione. Sembra pubblicità emotiva travestita da coscienza politica.</p>



<p class="has-text-align-center">Alla fine è molto più semplice: il farmaco non ha creato la falsità, l’ha solo smascherata. Ha fatto vedere che certe idee erano forti solo a parole e che appena cambiava la convenienza cambiava pure il discorso. E quindi sì, più che rivoluzione sembra solo opportunismo fatto bene.</p>
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