Il suono della moda

da | FASHION

Il fruscio del taffetà, il rumore dei tacchi sul pavimento, il tintinnio dei braccialetti che si scontrano sul braccio. Non solo vista e tatto, la moda ha anche un’altra dimensione: quella del suono.

Un abito si vede, si tocca, ma si può anche ascoltare. C’è una dimensione che nella moda viene spesso sottovalutata ed è proprio quella de suono. Quando si pensa ai suoni nel fashion subito vengono in mente le colonne sonore che caratterizzano alcune sfilate. Molto spesso, però, sono gli stessi abiti o accessori a produrre vere e proprie sinfonie. Sfregando sulla pelle o calpestando il pavimento ogni capo è in grado di acquisire questa terza dimensione che ne completa la sfera sensoriale. Il famoso fruscio del taffetà, quello tanto amato dalla giornalista Anna Piaggi secondo cui “il suono delle parole è importante quanto il fruscio del taffetà”, è solo uno dei tanti esempi di questi rumori glamour.

Da bambino chi non ha indossato uno di quei bracciali in spago decorati da sonagli e campanelli e quanto è bello, o irritante, sentire il tintinnio dei bracciali che si scontrano sul polso. “Le chiamano tacchettine per il suono dei tacchi a spillo sul marmo dell’ingresso” dice Anne Hathaway, alias Andrea Sachs, in “Il Diavolo veste Prada” del 2006 descrivendo il rumore assordante e fastidioso dei passi delle redattrici di Runway. Quando ancora non sapeva che un giorno sarebbe diventata Senior editor e avrebbe salvato la rivista. Insomma dal cinema all’esperienza quotidiana è innegabile come il suono della moda sia una dimensione estremamente affascinate dell’abito.

Il silenzio assordante delle passerelle


Non per nulla sono stati diversi gli stilisti che, negli anni, hanno scelto di abbassare il volume delle colonne sonore delle proprie sfilate fino ad azzerarlo per dare spazio al rumore di abiti e accessori. Tra gli esempi più famosi c’è senza dubbio l’autunno inverno 22/23 di Giorgio Armani. All’alba del conflitto in Ucraina le modelle del Re sfilano senza il ritmo incalzante della musica. Il silenzio, spezzato solo dal rumore dei tacchi che battono sul pavimento, diventa la metafora del dolore e trasforma lo show in uno spazio di riflessione su ciò che accade del mondo.

Anni prima, nel 2012, è stata Rei Kawakubo a scegliere di valorizzare il suono dei suoi abiti nello show di Comme de Garçones. Scarpe pesanti e tessuti rigidi tramutano il silenzio in una sinfonia stridente che duetta alla perfezione con l’estitica pop dei look presentati in passerella dalla designer giapponese. Lo show diventa così una vera e propria performance avanguardista in cui la dimensione del suono assume un ruolo fondamentale.

Che assuma una funzione sociale, come nel caso di Armani, o che assecondi una certa visione rituale o artistica come quella portata avanti da Rei Kawakubo è innegabile come la moda possieda una vera e propria antologia di suoni che la caratterizza dal quotidiano alle passerelle.

Foto: Vogue